Non è vero che i giovani odiano la politica

Non è vero che i giovani odiano la politica

I risultati delle ultime elezioni politiche parlano chiaro. Nonostante la profonda frattura ideologica tra la generazione Zeta e le altre, la diffidenza nei confronti della politica è comune e trasversale. La percentuale di astenuti non è mai stata così alta (36,1%). Come se non bastasse, il dato diventa più alto tra i nuovi elettori (39,8%). La società è intrappolata in un paradosso, i giovani sperimentano forme autonome di politica e sentono di non potersi realizzare nelle prospettive degli adulti. Ma è sempre stato così? Per una repubblica in balia della Storia, la rappresentanza democratica sembra fare acqua dappertutto e marcire.

L’astensionismo nella storia

Uno degli elementi fondamentali per la legittimazione della Repubblica era la forte partecipazione politica dell’elettorato. Nel secondo dopoguerra l’astensione ha avuto una media bassissima, attestatasi intorno all’8%. Nella società uscita dagli orrori della seconda guerra mondiale, l’espansione economica era forte ed era più facile dare risposte politiche adeguate. Essendo le generazioni sessantottine in grado di emanciparsi dal proprio nucleo familiare ed entrare nella sfera della complessità sociale, la funzione di mediazione politica, ovvero la capacità del sistema rappresentativo di esaudire le richieste dei suoi cittadini, era pienamente compiuta. Solo con il commissariamento della Prima Repubblica i non votanti iniziano ad aumentare esponenzialmente dal momento che i nuovi partiti non riescono a recuperarne la fiducia, incapaci come sono di rispondere alle loro richieste. Con la nascita della Seconda Repubblica la mediazione viene meno e l’Italia precipita in una situazione paradossale secondo la quale i giovani trovano inutile affidare il futuro a elités giudicate irresponsabili. Non si sentono rappresentati da quella categoria, da quelle persone. Perciò non deve sorprenderci che adesso gli anziani partecipino maggiormente alla politica istituzionale.

La dissoluzione dei partiti

Una delle principali cause di astensionismo è rintracciabile nella totale assenza e distanza dei partiti dalle dinamiche giovanili, anche perché questi si sono pian piano dissolti in leadership deboli. Le strutture partitiche, grazie alla presenza sul territorio e al percorso professionale che la politica poteva garantire, funzionavano da ascensore sociale. Al contrario oggi le opportunità di dialogo con i funzionari di partito sono rare, a minor dibattito corrisponde minor partecipazione che corrisponde, a sua volta, a minor dibattito. D’altra parte, i pochi politici in grado di interagire con l’elettorato, occupando efficacemente spazi reali e virtuali, hanno ottenuti buoni successi alle elezioni (come il Movimento 5 stelle).

L’antipolitica

Un’altra motivazione strutturale è identificabile con i numerosi anni di “antipolitica” susseguitisi dopo la caduta della Prima Repubblica: un atteggiamento sociale e istituzionale di sfiducia nella rappresentanza politica e di rivalutazione generale degli interessi personali a discapito del “bene comune”. In molte delle crisi della Seconda Repubblica si è abusato del ricorso a governi tecnici, larghe coalizioni e unità nazionali per fronteggiare processi irreversibili quali la globalizzazione e l’immigrazione. La conseguenza è nell’allentamento di un sentire comune, di una condivisione di ideali che hanno portato a una maggiore polarizzazione del dibattito pubblico, col tentativo di recuperare consenso proprio dove si è perso, cioè dove si sono smarriti alcuni valori.

partecipazione politica giovanile
Dal post “I giovani sono i più interessati ai referendum” (IG: @siamozeta, 10 Giugno 2022)

Le discussioni sbagliate

Un’ulteriore ragione per cui i giovani votano sempre meno è delineabile nel distacco ideologico dalle istituzioni. Spesso politici e media lanciano invettive contro le nuove generazioni, a caccia di voti in un popolo che ha la seconda età media più alta del pianeta. Li incolpano di velleità e nullafacenza, malgrado i giovani abbiano le idee chiare: ciò che gli sta più a cuore sono l’ambiente, i diritti e il lavoro. Non è un caso che i gruppi allineati a questi temi abbiano ottenuto il favore della generazione zeta: se prendessimo in considerazione il voto dei giovanissimi tra i 18 e i 24 anni, vedremmo delle profonde incongruenze con i risultati dell’intero elettorato (ad es: Terzo polo al 17,6%, Fratelli d’Italia al 15,4% e +Europa al 12,3%). Al contrario, gli adulti danno maggiore peso alle garanzie economiche.

Contro la retorica dell’individualismo i giovani si mobilitano

Molti personaggi pubblici affermano che le nuove generazioni di “scansafatiche e senza valori” siano disinteressate. Altri più formali parlano di “evanescenza dell’autorità” e “individualismo ipermoderno”: vorrebbero che la partecipazione politica nasca da un “devo andare a votare perché è giusto così”. A questo paradigma i giovani s’oppongono con forme di collettivizzazione e mobilitazione alternative. I “Fridays for Future” sono un’emblema del desiderio recondito dell’individuo di agire sulla realtà e di riconoscersi in determinate azioni; non c’è alcun disinteresse per il “bene comune”, piuttosto una resistenza nei confronti di chi dovrebbe rappresentarlo; in totale contrapposizione con la vulgata che sembra vedere la politica come conformismo e adeguamento a certe regole ben precise. Il popolo patisce la mancanza di un forte sistema di valori, ormai assente dalle democrazie occidentali (si potrebbe spiegare anche così l’ascesa di Fratelli d’Italia); certo è che il bisogno di emanciparsi premerà sempre sulle istituzioni: se queste si faranno trovare impreparate, i giovani cercheranno altre vie.

Pubblicato da Andrea De Angelis

Studente universitario appassionato di Cinema, scrivo recensioni sulle pellicole che più mi hanno impressionato, con lo sguardo proiettato verso il loro mondo. Sto cercando ancora di capire cosa sia “2001: Odissea nello spazio”.