La strada verso Qatar 2022 è piena di ostacoli

La strada verso Qatar 2022 è piena di ostacoli

Dicembre 2010. Giovedì 2, per essere più precisi. Nei mesi precedenti, Vincenzo Nibali è diventato il quinto italiano nella storia a vincere la Vuelta e Sebastian Vettel si è laureato Campione del Mondo in Formula Uno: a 23 anni, 4 mesi ed 11 giorni, è il più giovane di sempre a riuscirci. Il tedesco ha tagliato il traguardo ed ottenuto la sua prima rassegna iridata in bacheca sul circuito di Yas Marina, a pressappoco 600 chilometri di distanza da un’area all’epoca circondata dal nulla. Oggi, laddove circa 11 anni fa non v’era traccia di una singola costruzione, sorge l’Al-Khor Stadium, casa inaugurale di Qatar 2022.

Ho iniziato la narrazione con un momento preciso: 2 dicembre 2010, il giorno in cui la FIFA ha annunciato al resto del pianeta l’assegnazione del Mondiale 2022 al Qatar. La prima rassegna iridata che di disputerà in Medio Oriente, annunciata a qualche mese dalla conclusione del primo (e finora unico) Mondiale in terra africana. Una ventata d’aria fresca, nel caldo torrido a cui quelle latitudini abituano in ogni periodo dell’anno, figuriamoci nella classica finestra estiva dedicata alla Coppa del Mondo. Ma non c’è da preoccuparsi: la competizione si svolgerà dal 21 novembre al 18 dicembre. Niente temperature troppo proibitive, dunque.

Sarebbe tutto idealmente perfetto, ma la forsennata macchina dell’edilizia che lavora giorno e notte per preparare il paese alla competizione più importante nel panorama calcistico globale, non si ottiene schioccando le dita. Tra il deserto e gli stadi avveniristici – dotati, tra l’altro, di impianti di raffreddamento a emissioni zero grazie all’utilizzo di tecnologie solari, per far sì che la temperatura non superi mai i 27 °C -, ci sono persone che arrivano, lavorano e (fin troppo spesso) muoiono.

Come mosche

Il Qatar, attualmente, vanta una popolazione che si aggira attorno ai 3 milioni di persone. Attenzione, però: non ho detto “cittadini”. Questi ultimi, infatti, si attestano attorno ai 315.000 individui; i rimanenti 2 milioni e 700 mila circa sono lavoratori immigrati, letteralmente reclutati uno per uno da agenti specializzati, i quali si recano in paesi con meno disponibilità economica per ingaggiare la manodopera necessaria allo sviluppo delle infrastrutture statali. E “muoiono come mosche“, per citare un video in merito di Breaking Italy.

Sì, perché come riportato da una magistrale inchiesta del Guardian, dall’anno in cui è iniziato tutto (il 2010, appunto) sono morti circa 6750 lavoratori, entrati nel paese per aiutare nella preparazione edilizia del Mondiale 2022. I numeri dei morti sono a dir poco agghiaccianti: 2711 dall’India, 1641 dal Nepal, 1018 dal Bangladesh, 824 dal Pakistan e 557 dallo Sri Lanka. Il computo, però, potrebbe essere più alto: nel rapporto della Trade Union Confederation, l’organizzazione sindacale che ha analizzato questi casi nei paesi di cui sopra, manca la partecipazione di Kenya e Filippine. Dal canto suo, il Comitato organizzatore della competizione si è (ovviamente) dissociato dal rapporto, affermando come il numero dei morti sul lavoro per Qatar 2022 si attesti a 37 individui.

La Norvegia boicotterà Qatar 2022?

Dopo la manifestazione alla luce del sole della disparità di genere con la mancata stretta di mano (o pugno, in tempi di pandemia) da parte di Joaan bin Hamad bin Khalifa Al-Thani, capo del Comitato Olimpico qatariota, nei confronti degli arbitri Edina Alves Batista e Neuza Back nella finale del Mondiale per Club, spunta un altro ostacolo nel tortuoso cammino verso il Mondiale 2022. Facile ipotizzare, quindi, che alcune compagini si possano spazientire.

La Norvegia ricca di talento e trainata dai vari Erling Braut Håland e Martin Ødegaard, ad esempio, sta vivendo un paradosso con pochi precedenti: la generazione calcistica più promettente dell’ultimo ventennio, infatti, ha le potenzialità di agguantare la qualificazione (nel girone con Olanda, Turchia, Montenegro, Lettonia e Gibilterra) ad un torneo che, alla fine, potrebbe non disputare. Come raccolto da Il Post, infatti, gli scandinavi starebbero valutando con fermezza l’ipotesi boicottaggio.

Tutto è partito da un comunicato ufficiale da parte del Tromsø Idrettslag, compagine del massimo campionato norvegese, che presenta un appello chiaro e tondo alla Federazione calcistica. Ne riporto un breve ma significativo estratto:

Tromsø IL crede che sia giunto il momento per il calcio di fermarsi e fare un passo indietro. Dovremmo riflettere su cosa sia realmente il mondo del pallone e sul perché così tante persone amino il nostro sport. Il fatto che la corruzione, la schiavitù moderna ed un elevato numero di decessi siano le basi della competizione calcistica più importante, la Coppa del Mondo, non è accettabile. Dunque, non possiamo rimanere inermi e vedere le persone morire nel nome del calcio. [..] Tromsø IL esorta la Federazione calcistica norvegese a supportare il boicottaggio del Mondiale 2022. Crediamo che, in caso di qualificazione, la Norvegia debba rifiutare di volare in Qatar.

L’appello della squadra più a nord del paese, laddove partono le spedizioni artiche alla ricerca dell’aurora boreale, ha spinto altre sei squadre ad accodarsi, tra cui il Rosenborg, la compagine più blasonata dell’intero campionato. La Federazione, dunque, non può rimanere inerme: l’iniziale proposta di votazione per una scelta che sarebbe a dir poco storica, prevista per il 14 marzo scorso, è stata posticipata al 20 giugno prossimo.

Come riportato dall’Indipendent, inoltre, il caso norvegese non è un ago nel pagliaio: anche in Danimarca il cammino verso Qatar 2022 si stanno facendo più arduo del previsto. Non solo è stata creata una petizione che chiede con insistenza il boicottaggio – con 50.000 firme si passerebbe ad una discussione parlamentare in merito -, ma ci si sta muovendo anche dal lato commerciale: la banca Arbejdernes Landsbank, associata alla Nazionale di Christian Eriksen e Simon Kjaer, ha comunicato che non sosterrà la spedizione danese in Qatar, nel caso in cui i biancorossi dovessero raggiungere la qualificazione.

Un cambiamento complesso

Determinate scosse di assestamento, quindi, stanno avvenendo, specialmente nel nord Europa. La sensazione comunque è che sarà alquanto complesso – se non impossibile, parlando chiaramente -, ostacolare una manifestazione di questo tipo, su cui sono stati investiti capitali che superano i nove zeri (nel 2017, si vociferava di 500 milioni di dollari a settimana).

Dal canto suo, il Qatar sta agendo per far sì che non emergano troppe complicazioni, specialmente con lo scorrere più veloce del tempo verso il Mondiale dell’anno prossimo. Non mancheranno le pressioni dietro al sipario, così come le iniziative “progressiste” per venire incontro ai lavoratori, casualmente proprio ora che la pressione internazionale inizia a farsi stretta. Sul finire dell’ultima settimana, infatti, è stata approvata una legge sul salario minimo per l’enorme macchina della manodopera immigrata: questo decreto fa sì che il Qatar sia il primo dei paesi del Golfo a muoversi in tale direzione. Un buonissimo viso a cattivo gioco, ora che le pedine hanno già oltrepassato da diverso tempo lo START.

Forse basterebbe iniziare a parlarne, muovere un pedone per arrivare ad uno scacco matto di proporzioni bibliche. Il Qatar ha fatto, fa e continuerà a fare un autogol da centrocampo, uno di quelli per cui sugli spalti (in epoca pre-pandemica) ci si strappano i capelli. Proprio come sta avvenendo da mesi con gli stadi vuoti e silenziosi, però, il panorama calcistico internazionale sembra non se ne voglia occupare. Le iniziative di Norvegia e Danimarca, in tal senso, sono una parziale riapparizione dei sostenitori sugli spalti, pronti a far sentire la propria voce. La partita per contrastare le pratiche del Qatar in vista del Mondiale 2022 si decide nei supplementari: non resta che attendere l’ingresso in campo di altri partecipanti.

Lavoratori di Qatar 2022 sfiniti
Alcuni lavoratori in Medio Oriente, sfiniti (Fonte immagine: Twitter @JosimarFotball)

Pubblicato da Cesare Milanti

Classe 2000, nasce, cresce e corre con la voglia di scrivere. Il calcio ed il basket le sue passioni, la voglia di raccontarli la sua predilezione. È l'autore de "Il pipistrello sulla retina".

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