Il problema del razzismo nello sport esiste ancora

Il problema del razzismo nello sport esiste ancora

Storie di atleti che oltre ai propri avversari hanno dovuto, o devono, sconfiggere l’ignoranza.

cos’è il razzismo?

“Concezione fondata sul presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze. È alla base di una prassi politica volta, con discriminazioni e persecuzioni, a garantire la ‘purezza’ e il predominio della ‘razza superiore’.”

Secondo la Treccani, il razzismo è un concetto basato sulla credenza che esistano razze migliori di altre, come se i geni che ci contraddistinguono dal resto del mondo animale, intrattengano tra loro una sorta di classifica.

Il vocabolario continua a recitare che il razzismo è stato usato in politica, fondandosi su pesanti discriminazioni, sfociate talvolta nella repressione dei diritti più basilari, e su ondate di persecuzioni, concluse, nei casi più gravi, con genocidi di massa. Tutto ciò per evitare che la razza giudicata superiore non venga ‘sporcata’ da quelle considerate minori.

 

il razzismo nello sport

Lo sport è stato creato per far sì che l’essere umano non concentrasse la propria esistenza solo sul lavoro e sulla procreazione. Esso possiede moltissimi pregi: è un’incredibile valvola di sfogo, giova sia sul corpo che sulla mente di chi lo pratica, ed è capace di unire uomini e donne di diverse zone del mondo e differente estrazione sociale. Ma il punto nevralgico, quello più essenziale, è che può essere un mezzo usato come cassa di risonanza contro ingiustizie, detrattori, e ignoranti.

Tuttavia, è proprio quando qualcuno utilizza lo sport come mezzo per cambiare il sistema o quanto meno scuoterlo, che si infiltra in esso, il seme del razzismo.

jesse owens nella germania nazista

Nel 1933 Adolf Hitler divenne cancelliere della Germania, basando la sua idea politica sulla teoria della supremazia della razza ariana, descritta minuziosamente nella sua opera, il Mein Kampf. Nonostante la totale assenza di scientificità di questa ideologia, riuscì a far detonare l’ordigno del razzismo in tutta la popolazione tedesca, e nel 1935 emanò le leggi di Norimberga, che fornirono un nemico comune da sconfiggere il prima possibile, così da preservare la purezza della razza ariana.

Le olimpiadi del 1936 furono un evento mastodontico. Il governo nazista non badò a spese: venne costruito a Berlino uno stadio all’avanguardia, seguito da altre infrastrutture e impianti che avevano il compito di rappresentare la magnificenza della Germania nazista e la preponderanza della razza ariana. In quest’occasione l’antisemitismo surclassò per la prima volta il carattere tollerante e integrante dello sport: vennero esclusi gli atleti di origine ebrea, anche se tra essi vi erano alcuni tra i migliori della nazione.  

Alcune nazioni tentarono il boicottaggio, chiedendo a gran voce di cambiare la sede dell’evento, ma il Comitato Olimpico Internazionale rifiutò ogni altra proposta. Tra queste vi erano gli Stati Uniti, che si convinsero di partecipare dopo aver inviato in Germania un osservatore, che tornò in patria lodando con orgoglio l’operato dei tedeschi. Quell’osservatore era Avery Brundage, filonazista incallito, che qualche anno più tardi, in veste di presidente del Comitato Olimpico Americano, cacciò Tommy Smith e John Carlos dalla squadra olimpica di atletica, per aver alzato il pugno al cielo dopo aver vinto rispettivamente l’oro e il bronzo nei 200 metri piani alle Olimpiadi del 1968

James Cleveland Owens era un ragazzo afroamericano. Discendeva da schiavi che lavoravano nelle grandi piantagioni del sud degli Stati Uniti e conobbe la povertà durante gli anni della grande depressione americana. Si trasferì con la famiglia a Cleveland, in Ohio, dove cominciò ad andare a scuola. Quando si presentò la sua insegnante non riuscì a capire il suo nome per via dello slang troppo accentuato e da quel momento, J.C. divenne “Jesse”.

Jesse aveva un talento: era estremamente veloce. Tutti se ne accorsero durante l’adolescenza, quando il preside della sua scuola decise di farlo entrare nella squadra di atletica leggera. A 15 anni, era già il miglior sprinter d’America.

Le Olimpiadi sono l’evento più importante nella vita di un atleta. Ma lo sono ancora di più per Jesse, un ragazzo nero, che deve gareggiare in uno Stato che rifiuta qualsiasi tipo di minoranza etnica, e che vede nell’uomo bianco, alto e biondo il prototipo perfetto di essere umano. 

Durante quelle Olimpiadi, Jesse Owens vinse 4 medaglie d’oro in meno di una settimana: 100 metri piani, salto in lungo, 200 metri piani, e staffetta 4×100. In una di queste competizioni, ebbe un serrato confronto con un atleta tedesco, dal quale ne uscì vincitore. In tribuna, oltre agli 80 mila spettatori, era presente Hitler, che mise da parte per un secondo le sue teorie discriminatorie e accennò un saluto verso l’atleta statunitense. La razza considerata perfetta fu sconfitta da una giudicata inferiore. Lo sport batte il razzismo.

 

lewis hamilton più veloce del razzismo

Una delle caratteristiche storiche della Formula 1 è il suo elitarismo. Per gareggiare bisogna avere le spalle coperte in primis da una famiglia che possa permettersi di comprare un kart e le iscrizioni ai vari campionati giovanili, e successivamente bisogna avere più sponsor possibili che siano in grado di pagare eventuali danni alla monoposto. 

La premessa lascia intendere che, per far parte di questo sport, non basta correre più veloce degli altri, ma che servono fondi quasi illimitati e tanta fortuna.

Lewis Hamilton è un ragazzo inglese, membro di una famiglia mista. Sua madre Carmen è nata e cresciuta in Inghilterra, mentre suo padre Anthony è figlio di immigrati che durante gli anni ’50 abbandonarono il piccolo stato insulare di Grenada e si trasferirono in Europa.

Ha vissuto un’infanzia travagliata per via dei problemi economici che attanagliavano la sua famiglia, e che successivamente portarono alla separazione dei suoi genitori. Oltre a questo, ha avuto modo di conoscere il razzismo molto presto: a scuola i compagni lo bullizzavano per il colore della sua pelle, così il padre decise di iscriverlo a un corso di karate, per imparare a difendersi.

Nel 1991 Anthony regala a Lewis un modellino elettrico e intuisce che suo figlio ha un talento innato per le corse. Nonostante sappia che comprare un kart sia al di fuori delle sue possibilità economiche, fa di tutto per provare a far emergere il figlio. La caparbietà è un tratto distintivo degli Hamilton: Anthony passa da un lavoro all’altro per far gareggiare Lewis, finendo addirittura per indebitarsi. Lewis dal canto suo, prova a ripagare gli sforzi del padre vincendo più gare possibili, e, dopo aver vinto il campionato cadetto britannico di kart, a soli 12 anni riesce a strappare un contratto con la McLaren, gaudente scuderia di Formula 1.

La scuderia inglese intravede il talento cristallino del ragazzo e lo sponsorizza tra le categorie minori dell’automobilismo per capire se puntarci in futuro. Durante l’adolescenza Lewis vince qualsiasi tipo di competizione, e nel 2006 arriva in GP2, la categoria subito inferiore alla Formula 1. Alla prima stagione in GP2 vince cinque gare e va sul podio altre nove volte. A questo punto la McLaren non ha più dubbi: gli offre un ingaggio e nel 2007 lo porta in Formula 1, il primo pilota nero nella storia di questo sport.

“Quando ho iniziato in Formula 1, ho cercato di ignorare il fatto che ero il primo ragazzo di colore a correre in questo sport. Ma, invecchiando, ho davvero iniziato ad apprezzarne le implicazioni.”

Il bullismo subito da bambino è stato sostituito dal razzismo quando si è avvicinato al mondo delle corse. Un mondo che più volte ha cercato di buttarlo fuori, ma che alla fine ha dovuto piegarsi al carisma e alla forza di un ragazzo partito dal nulla. Lewis Hamilton è il pilota più vincente della storia della Formula 1; ha vinto 7 volte il campionato del mondo, al pari di Micheal Schumacher, ha disputato più di trecento gare salendo sul gradino più alto del podio oltre cento volte. Nessuno come lui. 

Nel 2020, dopo l’assassinio di George Floyd, ha sposato la causa del movimento BLM, sfruttando il potere datogli dallo sport per sensibilizzare un tema importante come il razzismo. Ha investito così tanto in questa direzione che la FIA, l’organizzazione che gestisce tutte le manifestazioni inerenti alla Formula 1, ha dato il via a una campagna contro ogni tipo di discriminazione all’interno del motorsport.

Lewis Hamilton è uno degli atleti più imponenti mai esistiti. Ha sempre corso al massimo per non essere raggiunto da nessuno, nemmeno dal razzismo.

paola egonu e la nazionale di pallavolo

La piaga sociale del razzismo ha avuto modo di diffondersi anche in Italia. Non avendo un passato da grandi colonizzatori come la Francia o l’Inghilterra, e quindi non aver avuto mai modo di mescolarsi realmente con altre etnie, per molti vedere atleti neri con indosso il tricolore è qualcosa di sbagliato, di inconcepibile, che porta spesso a pesanti insulti razziali.

L’ultimo grave avvenimento è legato a Paola Egonu; eccellente giocatrice della nazionale femminile di pallavolo. Nata a Cittadella da genitori nigeriani, Paola ha ottenuto la cittadinanza italiana nel 2014, all’età di 16 anni.

Durante l’ultima edizione dei mondiali femminili di volley, conclusi a ottobre in Olanda, è stata intercettata da alcuni tifosi, mentre discuteva con il suo procuratore dopo la finale per il terzo posto contro gli Stati Uniti. 

“Non puoi capire, questa è l’ultima partita in Nazionale. Mi hanno anche chiesto perché sono italiana. Sono stanca”.

La brutalità usata nei suoi confronti mostra le falle di un sistema che funziona male. Il razzismo è vivo e limpido tra le fessure della società, e purtroppo anche nello sport, lo strumento che dovrebbe garantire accoglienza e assoluta tolleranza. Paola, colpita da chi avrebbe dovuto sostenerla, ha deciso impulsivamente di abbandonare la nazionale, salvo poi lasciare uno spiraglio per un eventuale ritorno:

“[…]In questo momento quel che sento è che ho bisogno di fare un passo indietro, spero tra qualche mese di ripensarci, perché abbiamo ancora tanto da fare con questa Nazionale. A gennaio vi farò sapere.”

In seguito a queste dichiarazioni si è espresso anche il presidente della federazione nazionale di pallavolo Giuseppe Manfredi, che in un’intervista ha mostrato la sua vicinanza alla giocatrice:

La porta è sempre aperta e ci mancherebbe altro, parliamo di una atleta che si è tatuata la maglia azzurra sulla pelle. […] Ora però ci calmiamo tutti, la prossima convocazione è ad aprile 2023 e non ho motivo di pensare che lei non ci sarà: tra l’altro, la pallavolo promuove integrazione piena, altro che razzismo”.

 

conclusioni

Tre storie diverse tra loro ma unite da un fil rouge indissolubile: per debellare il virus del razzismo dalle fibre della società occorre tempo, ma lo sport può fungere da catalizzatore e accelerare il processo verso il cambiamento, verso un mondo sempre più libero da discriminazioni.

Pubblicato da Francesco Rutigliano

Classe 2001, pugliese ma romano di adozione. Tremendamente impulsivo, ho sempre cercato di dire la mia anche quando provavano a zittirmi. Appassionato di storia, geografia, politica e sport, mi sento cittadino del mondo e vivamente antifascista.