Nancy Pelosi riaccende le tensioni tra Cina e Taiwan

Nancy Pelosi riaccende le tensioni tra Cina e Taiwan

Sono passati più di cinque mesi dall’inizio della guerra in Ucraina. In questo tempo, come un pugile osserva i punti deboli del suo prossimo avversario prima di combatterlo faccia a faccia, davanti al conflitto ucraino Pechino somiglia ad un osservatore silenzioso fuori dal ring, consapevole di volere anche lui sotto il suo controllo una zona cara all’Occidente, ovvero Taiwan.

Si tratta di un’isola del Pacifico poco distante dalle coste cinesi e situata tra Giappone e Filippine, riconosciuta diplomaticamente in quanto Repubblica di Cina da 15 paesi, tra cui, ovviamente, non spicca Pechino. La Repubblica Popolare Cinese infatti riconosce Taiwan come sottoposta alla propria sovranità, relegandola a ruolo di “provincia ribelle”.

Le origini della discordia

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Chiang Kai-shek e Mao Zedong

Le origini della vicenda risalgono alla prima metà del Novecento. Alla caduta dell’impero cinese, per stabilire il nuovo e legittimo governo della Cina si opposero due partiti: il partito nazionalista Kuomintang e il Partito Comunista Cinese (PCC). Scoppiò così una guerra civile che si protrasse per decenni e che vide vincitore il leader del PCC Mao Zedong, il quale il 1 ottobre 1949 fondò la Repubblica Popolare Cinese. A questo punto, il leader dello sconfitto partito nazionalista Chiang Kai-Shek e i suoi seguaci si rifugiarono nell’odierna isola di Taiwan. Questa rappresentava per Pechino l’umiliazione di una conquista incompleta, a dimostrazione che il partito comunista non era riuscito ad assorbire l’insieme del nazionalismo cinese. Nasce così la Repubblica di Cina, con capitale Taipei, istituito un governo e rivendicata un’indipendenza mai riconosciuta dalla Repubblica Popolare cinese.

Perché la Cina vuole riprendere Taiwan

«Il compito storico della completa riunificazione della madrepatria deve essere realizzato e sarà sicuramente realizzato»

– Xi Jinping, Presidente della Repubblica Popolare Cinese

Queste sono le parole di Xi Jinping pronunciate in un discorso per commemorare i 110 anni della rivoluzione che ispirò la caduta dell’impero nel 1911.  Può tuttavia “la riunificazione della madre patria” essere davvero solo una questione storica? Naturalmente per risalire a una risposta veritiera è fondamentale analizzare la questione da molteplici prospettive.

Certamente riunire la Cina sotto il segno della Repubblica Popolare sarebbe un evento storico che la riporterebbe al suo massimo splendore, un’impresa che porterebbe lo stesso Xi a superare “il Grande Timoniere” Mao nella narrazione della storiografia cinese.

Tuttavia, il motivo storico del Grande Sogno cinese non è sufficiente a giustificare l’importanza che Taiwan ricopre nel tessuto geopolitico, è piuttosto da ricondurre a ragioni di diversa natura: politica, commerciale ed economica.

Da un punto di vista politico, Taiwan è uno dei protagonisti di un’iniziativa di politica estera guidata dall’amministrazione Obama chiamata Pivot to Asia, che fondamentalmente mirava a circondare il territorio della Cina di alleanze americane. Riprendersi Taipei significa fare scacco matto per Xi e indebolire notevolmente il controllo degli Stati Uniti su questa regione indo-pacifica enormemente strategica.

Il secondo motivo che spinge Pechino a voler esercitare il controllo di Taiwan è di natura commerciale. Nei pressi di Taiwan, precisamente nello stretto di Malacca, transita ben il 40% del commercio mondiale. Parliamo quindi di una zona estremamente strategica che, se riconquistata, non solo danneggerebbe la politica americana in Asia, ma consentirebbe alla Repubblica Popolare di instaurare canali commerciali con partner come Giappone e Corea del Sud, storicamente alleati americani.

Ultimo, ma non per importanza, l’esercizio del potere su Taiwan risulterebbe estremamente vantaggioso anche a livello economico. Difatti Taiwan è sede della TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company), nonché la più grande fabbrica indipendente di semiconduttori al mondo. I semiconduttori sono la struttura materiale su cui si basa il funzionamento di dispositivi di diversa natura: dagli smartphone agli aerei, dalle televisioni alle auto. In grado di produrre chip avanzati dalle misure estremamente ridotte, la TSMC contribuisce a rendere la Repubblica di Cina una tra le prime 20 economie del pianeta. Qualora la Repubblica Popolare si riunificasse con Taiwan, le dinamiche geopolitiche cambierebbero radicalmente, e con loro, anche i rapporti di forza tra le varie potenze economiche del pianeta.

Perché Taipei non è la nuova Kyiv

Nonostante la tentazione di accostare la situazione Ucraina a quella cinese, basterebbe avvicinare di poco lo sguardo per accorgersi di numerose divergenze. Tra queste ne emerge una: il livello di sostegno degli Stati Uniti, che identificano in Taiwan il proprio nono partner commerciale (l’Ucraina è 77esima) e l’opportunità di contenere l’egemonia cinese sul territorio. Non per nulla l’Economist lo ha definito “il posto più pericoloso della Terra”, perché conteso da due superpotenze come Cina e Stati Uniti. Infatti, in un trattato del 1979 (il Taiwan relations act) gli Stati Uniti si impegnano a respingere tentativi di rivoluzione dello status quo dell’isola. A questo proposito, viene adoperata quella che viene chiamata la “porcupine strategy”: come gli aculei allontanano i predatori dagli istrici, analogamente i sistemi bellici forniti dagli Stati Uniti fungono da deterrente per Pechino, non pronta ad assumersi la responsabilità delle conseguenze che un conflitto con Washington può comportare.

La visita di Nancy Pelosi in Taiwan

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Esiste un documento chiamato comunicato di Shangai, risale al 1972 e sancisce l’inizio delle relazioni diplomatiche tra Cina e Stati Uniti. In questo documento si parla anche di Taiwan. Nelle stesse pagine, la Cina definisce la vicenda di Taiwan come una “questione interna” in cui “nessun Paese ha diritto di interferire”, mentre gli Stati Uniti riconobbero l’esistenza di un’unica Cina, di cui fa parte anche l’isola di Taiwan.

Facciamo un salto in avanti nel tempo e arriviamo al 2 agosto 2022: Nancy Pelosi, la speaker della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, è atterrata a Taipei. In questa occasione, Pelosi sottoscrive l’impegno degli Stati Uniti per la democrazia e che tutte le democrazie, Taiwan compresa, devono essere rispettate.

Non è proprio un discorso vicino a quella ambiguità strategica che ha caratterizzato i rapporti degli Stati Uniti con Taiwan, anzi, sembra entrare nettamente in contrasto con il comunicato di Shangai, e quindi può rappresentare un enorme pericolo.

“Se giocate con il fuoco, finirete per bruciarvi”

Tuttavia, Wall Street Italia osserva che da questa vicenda potrebbero trarre vantaggio sia gli Stati Uniti che la Cina.

Ci avviciniamo al prossimo Congresso del Partito Comunista, che rappresenta un’occasione per Xi Jinping per trasformare il suo mandato da temporaneo a mandato a vita. Ci sono però delle problematiche di natura economica che il Presidente non può ignorare: la più lenta crescita del Pil, l’aumento della disoccupazione, le difficoltà delle imprese. Reagire in questo modo alla visita di Pelosi potrebbe rappresentare un modo per Xi Jinping di spostare i riflettori su altro, e mostrare la Cina sotto il suo comando ferma e invincibile davanti alle ingerenze esterne.

Analogamente, la determinazione di Pelosi anche davanti alla minaccia cinese pone gli Stati Uniti in una posizione di forza davanti al mondo intero, funzionale a consolidare la sua leadership nel contesto globale.