Abbiamo sacrificato i Curdi (di nuovo)

Abbiamo sacrificato i Curdi (di nuovo)

Ora è ufficiale: dopo che la Turchia ha fatto cadere il veto fin ora imposto, la NATO ha ufficializzato l’invito ad entrare nell’Alleanza Atlantica per Svezia e Finlandia. C’è però un prezzo da pagare, e sarà solo a carico dei curdi.

Chi sono i Curdi

Non abbiamo amici, se non le montagne

Proverbio curdo

Partiamo dal principio. I curdi sono il quarto gruppo etnico più grande del Medio Oriente: circa 40 milioni di persone, che però non hanno uno Stato nazionale permanente. Dopo la prima guerra mondiale i vittoriosi occidentali avevano previsto la creazione di uno Stato curdo, il Kurdistan. Un barlume di speranza per i curdi, spento neanche tre anni dopo, quando il Trattato di Losanna ha fissato i confini della moderna Turchia senza definire confini geografici per il Kurdistan. Questo vuol dire che attualmente la regione è divisa fondamentalmente in quattro: Iran, Iraq, Siria e Turchia.

Curdi

Questo non significa che i curdi si siano tirati indietro, anzi: viene fondato un partito chiamato Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), e in alcune zone, come in Siria, un’unità di protezione popolare (YPG). Queste due entità non sono particolarmente apprezzate da qualcuno: il presidente della Turchia Erdoğan.

Erdoğan, lo “sradicatore” dei curdi

La democrazia è un mezzo ma non un fine:

come un tram, da cui si scende quando si è arrivati a destinazione.

Recep Tayyip Erdoğan

Questa frase è stata pronunciata dalla stessa persona che ha detto: “La nostra religione ha definito il posto delle donne nella società: la maternità”, e la stessa che ha detto che Hitler è un perfetto esempio di presidenzialismo di successo. Recep Tayyip Erdoğan, già dal 2016 sta mettendo in atto un’operazione volta a “ripulire l’aria dai terroristi”. Perchè è così che sono considerati i membri dell’YPG: terroristi da eliminare, un motivo ricorrente nella retorica nazionalista di regime.

Su queste basi, nel 2019 sul cielo del Rojava, una regione a nord-est della Siria, cominciano a piovere bombe. A vivere lì erano proprio i curdi siriani, fino a quel momento protetti dagli Stati Uniti. Una protezione motivata dal fatto che i curdi da tempo erano alleati americani nella lotta all’ISIS, proprio in quelle zone. Se non fosse che nel 2019 le truppe americane vengono ritirate, dopo una chiamata tra Erdoğan e Trump, con poco preavviso e malgrado un accordo che garantiva la protezione dei curdi. Primo tradimento dell’Occidente nei confronti dei curdi.

A questo punto, Erdoğan entra nel Rojava, nel tentativo di conquistare una zona-cuscinetto smantellandola dai curdi. Non a caso una rivista francese chiamata “Le Point”, lo ha definito “sradicatore”. Questa speranza nazionalista del leader turco può trovare ora una delle sue più grandi occasioni nella guerra in Ucraina.

Finlandia e Svezia bloccate dal veto

L’esercito turco è il secondo più numeroso della NATO. Erdoğan invece, è il leader più vicino all’occidente che ha sempre coltivato sinergie con la Russia. Per l’occidente è quindi un alleato fondamentale.

Da tempo Svezia e Finlandia stanno tentando di entrare nella NATO, tuttavia, proprio la Turchia si è sempre opposta, l’unica dei Paesi alleati. Senza l’unanimità, l’ingresso per le due nazioni scandinave era inattuabile.

Il motivo per cui la Turchia ha imposto il veto riguarda proprio i curdi: Svezia e Finlandia sono state accusate di averli accolti quando fuggivano da zone di guerra, di aver supportato membri dell’YPG, nel governo svedese sono persino presenti sei parlamentari curdi. Insomma, come li definirebbe Erdoğan (e lo ha fatto) sono proprio degli “alberghi per terroristi”.

A questo punto il leader turco sa bene di avere il coltello dalla parte del manico: per l’Occidente, il sostegno di Erdoğan e l’ingresso di Svezia e Finlandia sarebbe un segnale politico molto forte di opposizione alla Russia. Quindi, consapevole di essere un ago della bilancia fondamentale, Erdoğan ne approfitta, e avanza le sue condizioni.

Scacco matto per Erdoğan

Il do ut des proposto dal governo di Ankara prevede, in cambio del suo “sì”:

  • Che i curdi siano riconosciuti come una minaccia per la Turchia. Di conseguenza, che Svezia e Finlandia non forniscano alcun tipo di supporto all’YPG.
  • Che Finlandia e Svezia prendano in considerazione le richieste turche di estradizione di terroristi (33 curdi tra cui ricercatori, e attivisti oppositori del regime).
  • Che si sblocchi la vendita delle armi alla Turchia, impedite dalle sanzioni imposte al paese nel 2019 dopo l’intervento militare nel Nord della Siria proprio contro i curdi.

Tutto ciò si traduce in questo modo: Erdoğan vuole poter gestire i curdi come meglio crede, senza dover fare i conti con l’Occidente ed eventuali reazioni avverse e sanzioni. A pochi passi dalle elezioni in Turchia, Erdoğan ha sfruttato una situazione di fragilità a livello internazionale per ritrovare il consenso che stava perdendo. Sfruttare questa situazione ha significato per lui dimostrare che la Turchia conta nelle dinamiche geopolitiche, riesce a farsi valere, e d’altronde, scagliare il popolo contro un nemico comune è il trucco più vecchio del mondo per racimolare consensi.

Finalmente Erdoğan può mettere in atto il suo piano di conquista delle terre siriane e parallelamente la sconfitta del PKK. Tutto ciò non è più una remota possibilità ma una certezza: il Kurdistan e i suoi abitanti pagheranno il prezzo dei giochi di potere geopolitici, ancora una volta.