Vittimizzazione secondaria: quando la violenza avviene in tribunale

Vittimizzazione secondaria: quando la violenza avviene in tribunale

“Quello che è successo qua dentro si commenta da solo, ed è il motivo per cui migliaia di donne non fanno le denunce, non si rivolgono alla giustizia.”

Esordiva così l’avvocatessa Tina Lagostena Bassi, in tribunale, dopo aver ascoltato le arringhe di tre avvocati durante quello che diventò il primo processo per stupro trasmesso in televisione.

È il 1978, al banco degli imputati si trovano tre uomini accusati di stupro ai danni di una ragazza di 18 anni, Fiorella. A turno, gli avvocati prendono la parola davanti al giudice nel tentativo di esercitare il diritto alla difesa dei singoli individui presenti nell’aula.

Ben presto, però, le parole utilizzate dai difensori dei tre imputati diventano come coltelli dalle lame affilatissime, che trafiggono la vittima per la seconda volta, come se quella prima violenza non fosse già bastata. Certo, gli anni ‘70 sono ormai lontani, ma si tratta di un atteggiamento ancora molto diffuso all’interno delle aule dei tribunali e, in generale, nel circuito legale, sanitario e sociale in cui le vittime di violenze e abusi entrano quando decidono di denunciare.

La vittima, infatti, viene talvolta considerata come corresponsabile della violenza, in un sistema istituzionale che spesso tende a minimizzare l’aspetto psicologico del denunciante. Questo fenomeno ha un nome che troppo poco spesso viene pronunciato ed è per questo che è necessario parlarne: questo fenomeno si chiama vittimizzazione secondaria.

L’agghiacciante storia

È il 1979, sono le 22:00 e molte famiglie italiane sono riunite davanti ai televisori per vedere “Processo per stupro”, un lungometraggio che per la prima volta presenta le immagini di un vero processo per violenza sessuale.

Fiorella, una giovane ragazza di 18 anni, racconta di essere stata violentata da quattro uomini (tre dei quali presenti al processo) in una Villa a Nettuno, dove era stata invitata per discutere di una proposta di lavoro come segretaria. La prima umiliazione non si fa attendere troppo: all’inizio del processo, la cifra di due milioni di lire viene depositata in aula come risarcimento danni dagli avvocati difensori.

Dopo aver rifiutato la “mazzetta”(così definita dalla difesa della parte offesa), però, Fiorella è costretta a subire ancora altre accuse: le arringhe degli avvocati si susseguono e con loro scorrono anche le insinuazioni, i commenti e i giudizi sui comportamenti e sulle abitudini della vittima.

Questa ragazza, che non versa in floride condizioni economiche, ha degli amici amanti […] questa ragazza ha inventato la sua storia, ha portato la sua accusa e poi adesso viene in udienza sull’incrociatore del femminismo. E chi la ferma più?” queste le parole dell’avvocato Giorgio Zeppieri, che dopo aver paragonato Fiorella ad una prostituta, insinuando che si fosse fatta pagare in cambio di un rapporto sessuale con i quattro uomini, la accusa di essersi inventata tutto.

Incalza, poi, l’avvocato Angelo Palmieri: “Cosa avete voluto? La parità di diritti? Avete cominciato a scimmiottare… voi portavate la veste, perché avete voluto mettere i pantaloni? […] vi siete messe voi in questa situazione.

In un gesto di disperazione, Fiorella si copre il volto nel sentire queste parole. L’hanno fatto, l’hanno violentata una seconda volta, questa volta con i vestiti ancora addosso e la colpevole è donna: la società.

La denuncia di Tina Lagostena Bassi

Vicino a Fiorella, però, c’è un’altra donna, una donna che è perfettamente consapevole di ciò che sta succedendo, che non nasconde la propria amarezza quando, durante la sua arringa, si rivolge ai colleghi chiedendo giustizia non solo per quella giovane ragazza di diciott’anni, ma per tutte le donne che vengono considerate come oggetti.

Noi vogliamo che in questa aula ci sia resa giustizia […] noi chiediamo che anche nelle aule dei tribunali e attraverso ciò che avviene nelle aule dei tribunali, si modifichi la concezione socioculturale […] si cominci a dare atto che la donna non è un oggetto.”

Parole importanti, forti, che culminano con una considerazione attualissima: “la vera imputata è la donna.”

lo afferma con coraggio Tina, come donna e come avvocatessa. È questa l’origine di un orribile, violento fenomeno che ancora oggi ci portiamo dietro, è questa la prima volta che in un’aula di tribunale si parla di vittimizzazione secondaria.

Una definizione

L’articolo 18 della Convenzione di Istanbul esprime l’impegno dei Paesi firmatari ad evitare la vittimizzazione secondaria, ovvero qualunque atteggiamento delle istituzioni (dei mass media, o della società in generale) che ponga la vittima di una violenza nelle condizioni di rivivere la sofferenza a cui è stata sottoposta.

Un grave problema, infatti, che porta le donne ad evitare di denunciare è legato alle domande a cui devono rispondere, in un sistema che invece di proteggere la vittima sembra ritorcersi contro di lei e non crederle appieno.

“Non crede che fosse il caso di denunciare prima?”, “Com’era vestita?”, “È proprio sicura di non aver avuto atteggiamenti fraintendibili?”, “Perché stava tornando a casa da sola?”, “Aveva consumato alcol o sostanze stupefacenti?”, “Come mai non ha gridato per chiedere aiuto?” sono solo alcune delle domande a cui le vittime di abusi sessuali o maltrattamenti si trovano a dover rispondere, come se il peso di denunciare un partner o un familiare non fosse già abbastanza e, nel peggiore dei casi, bisogna poi prepararsi a subire anche l’opinione pubblica che si sa, non ha parole gentili per tutti.

Il nostro paese, purtroppo, ha ancora molta strada da fare nella lotta alla vittimizzazione secondaria e questo è ampliamente dimostrato dal fatto che di recente la Corte d’Appello di Firenze è stata invitata dalla Corte Europea dei diritti umani a pagare un risarcimento di 12.000 euro ai danni di una ragazza che nel 2008 era stata violentata da 6 ragazzi. Il caso, passato alla cronaca come “stupro della Fortezza da Basso”, aveva visto i sei giovani venire condannati in primo appello, per poi essere completamente assolti dalla Corte d’Appello. Le motivazioni alla base di questa decisione furono le più disparate: si parlò dell’orientamento sessuale della ragazza, dei rapporti intimi precedentemente avuti, della sua vita privata, dell’ ebbrezza di quella serata trascorsa in Fortezza, accusandola di essere giunta alla conclusione di denunciare solamente per nascondere la fragilità di quel momento.

Notizia degli ultimi giorni è poi quella che riguarda una sentenza shock della Corte d’Appello di Torino, che ha stabilito che un ragazzo, precedentemente condannato a due anni di reclusione per violenza sessuale, possa oggi essere assolto con motivazioni davvero poco consistenti: la ragazza aveva lasciato la porta del bagno socchiusa, gesto che è stato interpretato dall’ aggressore come un invito ad osare.

Certo, ciò che si spera vivamente in questa situazione è che la giustizia faccia il suo corso, che la verità della parte lesa possa essere ascoltata, compresa e difesa. Ma siamo davvero certi che le parole che la vittima è costretta a sentire durante un processo e, più in generale, durante tutto ciò che sta attorno ad una denuncia (mass media, social network, forze dell’ordine e chi più ne ha più ne metta) possano essere dimenticate?

Il punto, come affermò anche Tina Lagostena Bassi nel ‘78, non è solo nella pena a cui deve essere sottoposto chi commette un crimine, ma è anche e soprattutto nel non trasformare la vittima nell’imputata del processo, facendola sentire sola e incompresa e instillandole il dubbio di essere stata poco attenta, poco cauta, poco perspicace. Perché non esistono pene né risarcimenti  in grado di lenire una ferita morale.

La vittimizzazione secondaria è oggi più che mai un tema fondamentale da trattare e su cui fare informazione, perché è una delle motivazioni alla base della quale le vittime di violenza e di abusi si pongono la fatidica domanda “che senso ha denunciare?”. Denunciare ha senso, è importante, è uno dei pochi strumenti che la vittima ha a disposizione per portare giustizia e per dare coraggio a se stessa e agli altri. Egualmente importante è, però, la necessità di non subire nuovamente violenza, né nelle aule dei tribunali, né in qualunque altro luogo.

 

Pubblicato da Grazia Sanfilippo

Studentessa magistrale in Public and Cultural diplomacy, cinefila e cinofila. Ho due occhi curiosi con cui osservo il mondo e tanta voglia di provare a spiegarlo, ribaltandone le prospettive e i cliché.