Intersessualità: uno sguardo oltre il binarismo dei sessi biologici

Intersessualità: uno sguardo oltre il binarismo dei sessi biologici

A partire dagli anni ’50 del secolo scorso, l’approccio della medicina nei confronti dell’intersessualità è stato orientato alla sua “normalizzazione” e ad un rigido e forzato tentativo di incasellare i soggetti intersex all’interno del binarismo di genere, rendendo invisibile la loro unicità attraverso una massiva medicalizzazione sia chirurgica che ormonale. Tra stigma ed invalidazione fisica e sociale, l’intersessualità è stata per molto tempo considerata espressione di un’identità ambigua, sbagliata e da dover correggere.

Cos’è il sesso biologico?

Rispondere a questa domanda, apparentemente elementare, significa chiedersi chi sono gli esseri umani da un punto di vista biologico. Il concetto di sesso biologico è molto più complesso di ciò che si crede, anche se al momento della nascita si tende a semplificare e ridurre tutto all’osservazione dei genitali esterni. Sulla base di tale osservazione, siamo abituati a concepire il sesso biologico all’interno di una visione binaria, in cui le opzioni possibili sono due: essere maschio o essere femmina.

Il binarismo di genere

Successivamente, in maniera del tutto automatica e consequenziale, ci si aspetta che l’essere maschi o femmine troverà corrispondenza, rispettivamente, in uno sviluppo fisico tipicamente “maschile” o “femminile”, che culminerà nella comparsa dei caratteri sessuali secondari al momento della pubertà (es. prima mestruazione, distribuzione dei peli, voce, sviluppo del seno etc.).

In realtà, se dovessimo ridurre il focus sulle varie fasi di sviluppo che portano al “maschile” e al “femminile” dovremmo considerare, oltre all’aspetto dei genitali esterni e ai caratteri sessuali secondari, almeno altri 4 elementi: i cromosomi sessuali (X e Y) e in che modo si combinano tra loro, i genitali interni, l’aspetto delle gonadi (ovaie e testicoli) e gli ormoni che sostengono e promuovono tale sviluppo.

Anche se le nostre conoscenze di biologia e anatomia umana sono limitate, quando pensiamo a questi elementi la nostra mente crea in automatico due immagini ben distinte di corpi, il cui aspetto ha un forte richiamo alla sessualità e alla funzione riproduttiva.

Definire l’intersessualità oltre il binarismo dei sessi

Con il termine intersessualità ci si riferisce a corpi di persone che non rientrano nella definizione classica di maschile o femminile. Per comprenderne meglio il significato, basti immaginare una linea in cui ai due poli opposti si collocano corpi tipicamente maschili da un lato, corpi tipicamente femminili dall’altro e, nel mezzo, una variabilità di altri corpi che rappresentano uno spettro o una gamma infinita di combinazioni possibili. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa l’1,7% della popolazione mondiale rientra in questa categoria.

Dal punto di vista della medicina, si parla di Disordini o Differenze dello Sviluppo Sessuale (DSD), facendo riferimento ad oltre 40 condizioni mediche di diversa natura che possono interessare uno o più dei 6 elementi sopra citati: sesso cromosomico, gonadi, genitali interni, genitali esterni, caratteri sessuali secondari e ormoni.

Simbolo intersessualità

La maggior parte delle condizioni di intersessualità non mettono a rischio la vita delle persone e non sono sempre sinonimo di malattia. Per questo l’attivismo intersex ha da sempre rifiutato la dicitura “disordini” perché implica un forte connotato patologizzante e tende a rendere meno “validi” i corpi intersex a fronte dei corpi considerati “normali”.

In ogni caso, è bene precisare che si tratta di caratteristiche legate al proprio aspetto fenotipico e che, quindi, non definiscono l’identità di genere alla quale la persona sente di appartenere.

Un po’ di storia…

Facendo un breve passo indietro nella storia, l’interesse medico nei confronti dell’intersessualità risale alla seconda metà del 1800, epoca in cui la concezione di riferimento prevalente con cui si guardava ai corpi era il modello bisessuale. Quest’ultimo si basa sull’assunto che i sessi biologici sono due, maschio e femmina, e che questa divisione sia determinata dalle differenze fisiche, di natura, che determinano, a loro volta, anche le differenze di genere tra il maschile e il femminile.

Il sistema utilizzato fino alla prima metà del secolo scorso per definire le persone intersex fu quello di Edwin Klebs (1834-1913), patologo tedesco, che considerava le gonadi come principale criterio classificatorio distinguendo tra ermafroditismo vero e pseudoermafroditismo.

Dagli anni ’50, però, il sistema di Klebs iniziò ad essere sostituito da una nuova interpretazione dell’intersessualità. La controversa figura dello psicologo John Money (1921-2006) fu cruciale in questo. In quegli anni, infatti, iniziarono a diffondersi le sue teorie, maturate dal suo interesse nello studio della sessualità e del genere, che posero le basi dei protocolli di intervento medico sulle persone nate con una condizione intersex, oggi ancora applicati in alcune realtà operativo-sanitarie.

John Money (1921-2006)

Gli aspetti teorici principali di Money possono essere riassunti in alcuni punti:

  • L’identità di genere è determinata soprattutto dalle variabili ambientali;
  • Il bambino è un soggetto “neutro” dal punto di vista psicosessuale. Sarà l’educazione dei genitori a dare l’imprinting di genere al bambino o alla bambina attraverso l’interazione, i messaggi e gli insegnamenti sui comportamenti di genere appropriati e coerenti col proprio sesso biologico (quest’ultimo definito dall’aspetto dei genitali). Una volta stabilitasi, l’identità di genere nel/la bambino/a rimarrà stabile per tutta la vita;
  • In caso di genitali non chiaramente definiti, si crea ambiguità nell’interazione che porterà ad un “disadattamento psicosessuale” nel bambino. Pertanto si ritiene opportuno “correggere” chirurgicamente i genitali operando il bambino il più precocemente possibile per la riassegnazione del sesso (maschile o femminile). La finestra temporale ideale in cui intervenire è prima dei 18 mesi, ovvero prima dello sviluppo del linguaggio.

Il criterio con il quale operare è quindi puramente estetico; i genitali devono essere conformati ad un aspetto “tipico”, sia per consentire un armonioso sviluppo dell’identità di genere che per rendere possibile il rapporto eterosessuale, inteso come penetrazione vaginale o coito pene-vagina.

Emblematico fu certamente il caso di David Reimer che, con la sua storia, mise in discussione le teorie sostenute da Money.

Intersessualità e diritti umani

Gli interventi sui genitali di persone nate con una variazione delle caratteristiche del sesso (VCS) sono riconosciuti come vere e proprie mutilazioni infantili. Queste violano alcuni dei diritti fondamentali dell’essere umano tra cui il diritto all’integrità fisica e all’autodeterminazione. Le conseguenze sulla salute psicofisica e sessuale possono essere molteplici e ripercuotersi negativamente sulla qualità di vita. Inoltre, tali pratiche escludono il libero, pieno ed informato consenso del bambino che non ha le capacità per esprimerlo, oltre al fatto di non avere sempre una reale indicazione medica che le giustifichino.

“Arianna”, 2015 (regia di Carlo Lavagna)

Nel mondo sono solo 4 i paesi in cui esistono leggi che garantiscono protezione e tutela dalle terapie forzate e non consensuali sui bambini intersex: Malta, Portogallo, Colombia e Germania.

L’Italia, oltre a non avere riferimenti legislativi in merito, ha ricevuto un’ammonizione dall’Organizzazione delle Nazioni Unite nel settembre del 2016. Tre anni dopo, il 14 febbraio 2019, è arrivata un’importante risoluzione del Parlamento Europeo che dichiarava di condannare ” […] fermamente i trattamenti e la chirurgia di normalizzazione sessuale” invitando gli Stati membri a seguire l’esempio di Malta e Portogallo.

Ma l’impegno non dovrebbe ridursi al solo ambito delle leggi; si ritiene più che mai necessario prendere esempio dal lavoro delle associazioni che si occupano di diritti intersex, fare informazione sul tema, potenziare la rete di sostegno e migliorare la qualità dell’assistenza nella presa in carico dei pazienti e delle loro famiglie.

Pubblicato da Martina Zazza

Classe 1997. Sono un’ostetrica che crede fortemente nel bisogno di fare continua divulgazione scientifica e buona informazione per migliorare l’approccio delle persone alla propria salute sessuale e riproduttiva. Odio i tabù legati alla sessualità quindi scrivo per abbatterli.