Dobbiamo smettere di demonizzare il fallimento

Dobbiamo smettere di demonizzare il fallimento
In quanti anni hai terminato gli studi? A quale età hai iniziato a lavorare? Hai almeno un’esperienza all’estero sul tuo curriculum? È impensabile che tu non abbia superato l’esame, che tu non abbia ottenuto quel lavoro, che tu non viva ancora da solo. Guardati intorno: tutti gli altri esseri perfetti sono più avanti di te. Fa male, vero? Eppure, ognuno di noi ha sopportato almeno una di queste domande, facendo i conti con il nemico per eccellenza della società perfezionista del XXI secolo: il fallimento.

Il curriculum dei fallimenti

E se invece cominciassimo a considerare gli insuccessi come parte integrante della nostra natura umana? Cosa succederebbe se invece di consegnare un curriculum stracolmo di grandi traguardi, ribaltassimo ogni prospettiva presentandoci con un portfolio pieno di tutto ciò che non abbiamo fatto, di tutto ciò che è finito con un profondo buco nell’acqua?
Questa è l’idea proposta dalla Professoressa Melanie I. Stefan, in un interessante articolo all’interno della rivista Nature e alla quale diversi personaggi di rilievo hanno aderito, nella speranza di poter attenuare l’errata convinzione contemporanea che dietro il successo non ci siano piccoli (o talvolta grandi) ostacoli da superare.
L’idea di un recruiter che si trovi davanti ad un curriculum pieno zeppo di occasioni mancate, treni persi e appuntamenti annullati, certo, può far sorridere, così come ancora più esilarante può rivelarsi immaginare un candidato che si presenti ad un colloquio raccontando di come quella geniale idea di nuotare con i braccioli ai piedi piuttosto che alle braccia si sia in realtà rivelata un flop o di come, qualche anno più tardi, si sia ritrovato a piangere davanti a quella stessa spiaggia perché il test d’accesso per la facoltà di Medicina aveva avuto esito negativo, così da dover ripiegare su un’altra facoltà. Fa ridere, certo, ma come direbbe qualcuno “fa anche riflettere”. Sì, perché a primo impatto sicuramente il pensiero più comune sarebbe quello di cacciare via il candidato dalla stanza, di strappare il curriculum. Come si può, del resto, assegnare un qualunque ruolo a qualcuno che si mostra imperfetto già dall’inizio? Come si può accettare la mancanza di serietà di chi si prende gioco di se stesso nel proprio “biglietto da visita”? Così il destino di quel colloquio sembra già scritto: un sonoro “NO!” da scrivere nella lista dei buchi nell’acqua – sì, perché ci hanno insegnato che si chiamano così le occasioni mancate, perdite di tempo che nessuno ci tornerà più indietro- mentre il candidato perfetto ci passa davanti in questa gara alla realizzazione.

L’inganno dell’insuccesso e la perfezione inesistente

“Sono un fallito”, tuonerà la testa del nostro sincero candidato, “guarda che occasione mi sono fatto scappare!”. Assurdo, no? Cosa si era messo in mente? Voleva davvero ottenere quel posto facendo una lista dei propri fallimenti?
Ebbene sì, proprio questo tipo di ragionamento è ciò a cui la nostra società ci ha abituati sin da bambini. Gli insuccessi si tengono nascosti sotto il cuscino, anzi, direttamente in soffitta così che nessuno li possa trovare. Ed ecco, di conseguenza, che dopo una qualunque esperienza negativa cominciamo a considerarci come deboli, con delle capacità difettose, feriti nel nostro “io” più profondo. Cominceremo a pensare che sia meglio non provare a sviluppare quel progetto, non sostenere di nuovo quell’esame. Perché devo espormi nuovamente? Ho già fallito una volta, non voglio che accada ancora. Questo è l’inganno davanti al quale ci pone la nostra mente, conducendoci, però, davanti ad un inevitabile doppio insuccesso.
E se provassimo a ribaltare quest’immagine? Se invece di guardarci allo specchio credendo di essere gli unici a poter fallire, umanizzassimo gli insuccessi? Quante volte, scorrendo il feed di un qualunque social network, ci si trova davanti alle foto di coloro che, famosi o meno, tendiamo a idolatrare come esseri “perfetti” con una vita non da meno? Eppure, se solo ci fermassimo a pensare, ci renderemmo facilmente conto di come dietro quel sorriso o quella posa un po’ bizzarra ci sia una vita umana, con una storia fatta di scelte, delusioni, giornate storte e, inevitabilmente, insuccessi.

Modelli di Successo o Modelli di Tenacia?

Come spiega anche Max De Vergori nel suo articolo “Modelli di Successo”, se la famosissima scrittrice J.K.Rowling si fosse lasciata scoraggiare dal fallimento del suo matrimonio, probabilmente la sua fantasia non avrebbe mai concepito la celebre ed amatissima saga di  “Harry Potter” e, destino analogo sarebbe toccato ad Abraham Lincoln qualora avesse deciso di lasciarsi cullare dallo sconforto di una delle crisi che sembrerebbe aver attraversato durante il corso della sua vita, prima di diventare Presidente degli Stati Uniti d’America. Questi sono davvero pochi, pochissimi degli innumerevoli esempi che potrebbero essere portati per far sì che l’accettazione e la consapevolezza del fallimento vengano interiorizzati; tuttavia, non se ne parla quasi mai, facendo in modo che l’accecante luce del successo oscuri i tentativi, le crisi e i risultati negativi che sono, però, parte integrante di quella luce e che, forse, collaborano a farla splendere così intensamente.

Il potere educativo del fallimento

Ciò che fatichiamo a tenere in considerazione, da figli di un’epoca in cui i risultati positivi devono arrivare subito, in cui andare a colpo sicuro è sempre meglio che procedere per ponderati tentativi, è il potere educativo del fallimento. Ognuno di noi, poco importa che si tratti di bambini o adulti, uomini o donne, adolescenti o genitori, è accomunato da una caratteristica fondamentale: impariamo. Impariamo qualcosa ogni giorno, dal primo istante della nostra esistenza fino a quando non ci troviamo a dover dire addio ai nostri cari. E alla base dell’insegnamento, spesso, ci sono lo sbaglio, la delusione, l’errore.
Durante la prima recita scolastica ci rendiamo conto che tutti gli altri bambini hanno ripetuto a memoria la loro parte e noi, invece, siamo rimasti lì, fermi immobili a fissare la platea senza ricordare una parola. Qualche anno dopo crediamo di aver trovato l’amore, invece dobbiamo far i conti con la realtà: quella storia non era fatta per noi. Poi si cresce, si cambia, si va avanti: il primo esame andato male, la prima offerta lavorativa andata in fumo, i primi litigi con i figli, il marito, il partner. Come se non bastasse, tutto il mondo sembra correre intorno a noi, tutti sembrano avere una vita idilliacamente serena. “L’unico fallito sei tu!” tuona ancora una volta la testa.
Eppure, sembra che chiunque legga le esperienze sopracitate si sappia riconoscere in almeno una di esse, per non parlare di chi, invece, saprebbe anche come continuare la lista. Cosa accomuna tutte queste esperienze? L’insegnamento ricevuto. Ognuna di queste occasioni ci ha portati a imparare una lezione, a comprendere che non è necessario bloccarsi davanti all’insuccesso. Se dopo la prima scena muta ad una recita quell’attore che amiamo tanto non avesse riprovato, probabilmente non avrebbe ottenuto quel ruolo da protagonista nel “Malato Immaginario” di Molière. Allo stesso modo, se dopo la prima delusione amorosa quel nostro caro amico non avesse cercato un’altra donna, probabilmente non si sarebbe mai sposato.
Sbagliando si impara”, citazione tanto scontata quanto profondamente reale. Non esiste individuo sulla Terra che possa dire il contrario, che possa negare una così sconvolgente verità. In una società che corre, che ci impone la perfezione, che ci porta al tutti contro tutti nella convinzione di essere sbagliati e di doverci difendere, apriamo, invece, le porte al fallimento: abbracciamolo come fosse un parente che non vediamo da anni, accettiamolo nella sua interezza e sussurriamo piano: “Fai parte di me. Se sono chi sono oggi è anche perché ti ho attraversato”, interiorizziamolo senza lasciarci definire e, soprattutto, non nascondiamolo più. Se è vero che dentro gli armadi bisogna tenere gli scheletri, come può una parte integrante della nostra storia di vita essere considerata come un demone?

Pubblicato da Grazia Sanfilippo

Studentessa magistrale in Public and Cultural diplomacy, cinefila e cinofila. Ho due occhi curiosi con cui osservo il mondo e tanta voglia di provare a spiegarlo, ribaltandone le prospettive e i cliché.