Lo Yemen e la guerra fredda del Medio Oriente

Lo Yemen e la guerra fredda del Medio Oriente

Da più di sette anni in medio oriente stiamo osservando uno dei conflitti più sanguinosi degli ultimi tempi, in una nazione considerata dalla maggior parte degli analisti uno “Stato fallito”: lo Yemen. Si tratta di uno dei conflitti più lunghi e intricati in cui potenze estere competono militarmente sul territorio, in una guerra che ancora non vede una conclusione, ma che anzi si amplifica, pur restando spesso fuori dalla considerazione dei media tradizionali in Occidente.

Perché lo Yemen?

Lo Yemen, che controlla un punto fondamentale per il commercio internazionale, vale a dire lo stretto di Bab el-Mandeb, è da sempre un passaggio cruciale per le rotte verso il canale di Suez ed è stato per questo, per diversi decenni, sotto il dominio dell’Impero britannico, ritiratosi a partire dal 1967. Successivamente all’indipendenza, nel 1970 fu instaurato il regime marxista della Repubblica Democratica Popolare dello Yemen, nota anche come Yemen del Sud. Nel 1978, invece, si formò più a nord del Paese il governo assolutista sunnita di Ali Abd Allah Saleh, nel territorio dello Yemen del Nord.

Le posizioni rivoluzionarie del governo dello Yemen del Sud hanno causato il suo isolamento all’interno della penisola arabica. Le monarchie assolute della regione si consideravano minacciate, ritenendo lo Yemen del Sud come l’avanguardia di potenziali movimenti rivoluzionari nei loro stessi Stati.

Dopo alcuni anni di trattative, il 22 maggio 1990 i due Stati yemeniti si riunirono in un unico Stato, l’attuale Yemen, guidato a “trazione nordista” da Saleh, rimasto al potere anche dopo l’unificazione. Subito dopo, nel 1994, scoppiò una guerra civile tra nordisti e sudisti, che si concluse con la disfatta di questi ultimi e il consolidamento del potere di Saleh.

Già a partire dagli anni duemila vennero effettuati nuovi tentativi di insurrezione contro il governo di Saleh, soprattutto da parte degli Houthi, gruppo zaidista-sciita presente solo nello Yemen, in netta contrapposizione col governo centrale e desideroso di maggiore autonomia politica e religiosa. L’intensità del conflitto fu comunque variabile fino al 2007, quando la situazione politica sfociò in una crisi senza precedenti.

La popolazione nella zona meridionale, a causa della disoccupazione, dell’aumento dei prezzi dei beni essenziali e per la povertà estrema, iniziò una serie di manifestazioni contro il governo centrale per potersi staccare dal Nord. A seguito di queste proteste nacque il Movimento secessionista per lo Yemen del Sud i militanti del quale, durante una pacifica manifestazione contro Saleh, vennero brutalmente colpiti dalle forze dell’esercito governativo.

Da questo evento, e nell’ambito delle proteste contemporanee nel mondo arabo, iniziò la rivolta in Yemen, partendo dalla capitale Sana’a, fino a estendersi in tutti i territori dello Stato. I disordini più violenti si concentrarono soprattutto a Ta’izz e ad Aden, centro dove predominante è l’opposizione secessionista che aveva iniziato a chiedere la ricostituzione dello Yemen del Sud. Le manifestazioni erano segnate da slogan contro la povertà dilagante (il 40% degli yemeniti viveva con 2 dollari al giorno) e a favore di un cambio di governo. Il presidente Saleh, al potere da 33 anni e alleato degli Stati Uniti nella battaglia contro la branca yemenita di al-Qaida, annunciò dopo giorni di dimostrazioni, la sua intenzione di non ricandidarsi alle successive elezioni.

Si trattava dell’inizio di una nuova transizione politica: Saleh, sotto pressioni, fu costretto a lasciare la presidenza e al suo posto nel 2012 si insediò Abd Rabbih Manṣur Hadi, con un’elezione riconosciuta da tutti i paesi arabi e dall’Occidente. Sin da subito gli Stati Uniti instaurarono una serie di rapporti col governo di Hadi, in particolar modo per eliminare le cellule di al-Qaida in Yemen e gli Houthi, filo-iraniani e nemici degli Stati Uniti, a nord.

La guerra ha precisamente inizio il 26 marzo 2015, quando una coalizione araba a guida Saudita iniziò a bombardare i territori sotto il controllo dei ribelli Houthi, considerati un pericolo per la sicurezza dell’Arabia. Grazie agli aiuti ricevuti direttamente dall’Iran, i ribelli sono stati in grado di allargare i confini sotto il loro controllo, arrivando persino a ottenere l’appoggio dell’ex presidente Saleh, mai eliminato e rimasto leader del suo partito, salvo poi ucciderlo nel 2017 mentre stava cercando una via diplomatica alla risoluzione del conflitto.

In tale quadro, non è allora difficile comprendere perché la guerra in Yemen in corso dal 2015 abbia, in realtà, almeno quattro livelli di conflitto intrecciati:

  • Lo scontro tra gli Houti e il governo riconosciuto
  • La contrapposizione fra ciò che rimane del regime dell’ex presidente Saleh e l’attuale presidente Hadi;
  • La guerra indiretta tra gli Stati rivali Arabia Saudita e Iran (che sostengono rispettivamente il governo riconosciuto e i ribelli Houthi);
  • La crescita della polarizzazione fra yemeniti sciiti e sunniti. In Yemen il settarismo è una variabile latente poiché il Paese ha una tradizione di coesistenza tra diverse confessioni dell’Islam.

Con la crescita delle violenze da parte degli Houthi, il governo di Hadi ricevette il pieno sostegno da parte della popolazione meridionale, che considera tutt’ora come nemico unicamente i ribelli Houthi, ora in controllo della regione nord.

File:Yemeni Civil War.svg - Wikimedia Commons
In rosso zona controllata dalle truppe governative, in verde quelle controllate dagli Houthi

La situazione oggi

A sette anni dall’inizio del conflitto, lo Yemen rappresenta una delle peggiori crisi umanitarie del mondo con 20,7 milioni di persone, il 71% della popolazione totale, che necessitano di assistenza umanitaria. Nel novembre 2021 l’UNICEF ha ampliato la sua area di aiuti al governatorato di Marib, dove il conflitto ha costretto le famiglie a fuggire dalle loro case. Alla fine di novembre 2021, quattro milioni di persone, di cui due milioni di bambini, continuano a essere sfollati. Peraltro, alla fine del 2020, lo Yemen ha ospitato circa 138.000 migranti e 177.600 rifugiati e richiedenti asilo, provenienti per la maggior parte dall’Etiopia, fuggiti dalla guerra civile nel Tigrè.

Durante il mese di novembre 2021, la Task Force nazionale delle Nazioni Unite sul monitoraggio e la segnalazione (UNCTFMR) ha documentato nove episodi di gravi violazioni contro bambini, di cui il 44% è stato verificato.

Inoltre, circa 400.000 bambini di età inferiore ai cinque anni continuano a soffrire di SAM (sindrome dermatite grave-allergie multiple-cachessia), su un totale di quasi 2,3 milioni di bambini che soffrono di malnutrizione acuta. Più di 15,4 milioni di persone soffrono la mancanza di servizi idrici, sanitari e igienici. Circa 20,1 milioni di persone hanno bisogno di assistenza per accedere ai servizi sanitari.

L’amministrazione Biden nel frattempo sta portando avanti una segreta campagna antiterrorismo basata sui droni militari in Yemen, che sta ulteriormente prolungando il conflitto. Secondo alcuni esperti, se l’America vuole porre fine alle guerre “per sempre” in Medio Oriente, deve ritirare i suoi droni dalla zona, armi incapaci di sradicare al-Qaeda e i militanti dello Stato islamico. Dal 2002 la nazione è diventata un campo di battaglia per ampliare le operazioni dei droni statunitensi come parte della “guerra al terrorismo” globale di Washington. Più di due decenni dopo il suo inizio, si sa poco degli obiettivi degli Stati Uniti in Yemen e di quanto siano state estese le sue operazioni.

Yemen: responding to the world's largest humanitarian cris… | Flickr

Le ipotesi per il futuro del conflitto

La situazione attuale non lascia presagire un futuro di pace per lo Yemen. Nel 2021 è stato inserito al primo posto nella lista degli Stati più fragili al mondo dall’Istituto del Fragile State Index, soprattutto dopo essere diventato territorio centrale della proxy war fra Arabia Saudita e Iran. Lo Yemen è il fulcro del teatro della guerra fredda fra i due stati del Golfo Persico.

Nelle terre controllate, gli Houthi continuano a reprimere il dissenso con intimidazioni, violenze e arresti arbitrari utilizzando, tra gli altri, lo strumento della Corte criminale speciale di Sana’a, anche contro i giornalisti. Allo stesso tempo i terroristi di al-Qaida hanno dimostrato grande flessibilità, essendo capaci di mantenere le loro posizioni attraverso la fusione nell’Aqap di cellule saudite e yemenite. Tuttavia, l’ISIS in Yemen è nato da una scissione interna all’Aqap, contestualmente alla nascita dello Stato Islamico in Siria e in Iraq.

Il 7 aprile il presidente dello Yemen ha licenziato il suo controverso vice e ha delegato i propri poteri a un consiglio presidenziale con una mossa sostenuta dall’Arabia Saudita, rimuovendo il principale ostacolo agli sforzi guidati dalle Nazioni Unite per rilanciare i negoziati per porre fine alla guerra. Il vicepresidente licenziato Ali Mohsen al-Ahmar è considerato un grande nemico dagli Houthi per le passate campagne militari nella loro roccaforte settentrionale e dai meridionali per il suo ruolo di primo piano nella guerra civile nord-sud del 1994.

Il nuovo consiglio direttivo, composto da un presidente e sette vicepresidenti, sarà guidato da Rashad al-Alimi, che gode del sostegno saudita. Hadi ha detto che il consiglio “negozierà con gli Houthi per raggiungere un cessate il fuoco in tutto lo Yemen e siederà al tavolo dei negoziati per ottenere una soluzione politica conclusiva”.

L’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Hans Grundberg, ha affermato mercoledì che c’è stata una “riduzione significativa della violenza” da quando la tregua è entrata in vigore, ma entrambe le parti si sono accusate a vicenda di violazioni minori del cessate il fuoco.

Pubblicato da Gabriele Rapisarda

Classe 2001, studio alla facoltà di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali a Roma Tre. Da sempre appassionato di geopolitica e attualità, soprattutto quella del Medio Oriente e dell'Africa. Sogno di poter visitare i Paesi che studio e nel frattempo leggo tutto quello che trovo a riguardo, che magari torna utile.