Gli uomini (non) piangono: cosa significa mascolinità tossica

Gli uomini (non) piangono: cosa significa mascolinità tossica

“Io, in quanto maschio, solo tre cose devo fa’: cacciare, commentare la Serie A e capicce di macchine. Se chiedo aiuto, non sto a chiede aiuto. Sto insultando Dio, la patria e tutto ciò di sacro su cui si fonda la Nazione.”

Esordisce così Zerocalcare in una delle puntate della serie “Strappare lungo i bordi”, dopo aver fatto i conti con la difficoltà di cambiare uno pneumatico forato dell’auto. Strano, ma vero: nella nostra società, un uomo sta a un pallone come una donna a delle scarpe col tacco, poco importa se quest’equazione taglia fuori l’unicità del singolo, non c’è tempo per mettersi a discutere sulla possibilità che un ragazzo possa odiare il calcio e una ragazza possa, al contrario, esserne affascinata.

In una società che spesso parla delle ragazze e di come siano condizionate e discriminate ingiustamente dagli stereotipi di genere, troppo spesso ci si dimentica dell’altra metà, quella costretta a mostrarsi forte e a non chiedere aiuto. Non importa che si tratti del 1940 o del 2022, se sei un ragazzo ci sono dei comportamenti che sei obbligato a tenere e, se non lo fai, allora sei debole e meriti di essere schernito.

Nascere uomini o donne, crea indubbiamente delle appartenenze forti dalle quali scaturiscono, nel corso degli anni, opportunità e limiti.

Sii uomo

Non piangere

Non fare la femminuccia

Tutte frasi che quasi ogni ragazzo ha sentito almeno una volta nella vita, legate all’idea che appartenere al sesso maschile significhi non dover chiedere mai né aiuto né il permesso. Se sei uomo ti porti sulle spalle la responsabilità di vivere da padrone (del mondo, della donna e di qualunque cosa ti circondi) e se il prezzo da pagare è quello di non mostrare mai le tue lacrime e di correre dietro ad un pallone, allora lo pagherai. Ma di tutto ciò i ragazzi della Generazione Z ne sono convinti?

Due chiacchiere con la generazione Zeta

“Esiste una frase, un atteggiamento, una situazione che ti abbia fatto sentire inadeguato, che ti abbia fatto sentire in colpa perché secondo la società non ti stavi comportando da uomo?”

Questa è stata la domanda rivolta ad alcuni ragazzi della Generazione Z, per tentare di comprendere la loro percezione della mascolinità tossica e degli stereotipi di genere. Alcuni di loro non sono stati in grado di dare una risposta, sostenendo di non ricordare un momento in particolare, molti altri, però, non hanno esitato ad esprimersi, lasciando poco spazio a dubbi di vario genere:

“Una delle cose che più mi ha ferito è stata che quando ho deciso di iscrivermi alla triennale in infermieristica, dove sono stato criticato da chi diceva che avrei dovuto scegliere medicina, perché fare l’infermiere è un lavoro da donne.”  – Giuseppe, 22 anni

“Quando mi sono trasferito a Pisa per l’Università, mi è capitato più volte di dover affrontare lo scetticismo di amici e parenti che non mi ritenevano capace di badare alla casa e di cucinare, immagino uno dei motivi fosse perché sono maschio” – Davide, 27 anni

“Una professoressa mi richiamò perché secondo lei era fuorviante che trascorressi più tempo con le ragazze e non con i ragazzi” – Domenico, 21 anni

“Al liceo mi prendevano in giro perché ero l’unico ragazzo che si faceva le sopracciglia, mi davano un po’ dell’effeminato” – Andrea, 21 anni

“Quando ho scelto di lasciare il calcio per fare pallavolo, mi sono sentito dire che la pallavolo è uno sport per femmine non so quante volte” – Carlo, 26 anni

“Onestamente non me la sento di parlarne, perché farlo mi farebbe tornare indietro a periodi in cui ho sofferto molto” – Salvatore, 20 anni

Quelle riportate sono solo alcune delle risposte ricevute, che danno tuttavia un’idea piuttosto chiara di come, senza esitazione, più della metà degli intervistati sia stata in grado, a malincuore, di identificare immediatamente almeno un momento in cui l’etichetta del “vero uomo” è diventata così pesante da far male.

File:Toxic Masculinity.jpg - Wikimedia Commons

 

Ma… cos’è un “vero uomo”?

Ciò che si fa fatica a spiegare, tuttavia, è proprio il concetto di “vero uomo”, su cui la mascolinità tossica si basa e che sembra essere collegato a delle continue prove. Se sei maschio devi dar prova della tua forza all’interno della società e questa prova non sarà una tantum: la mascolinità non è uno status che si ottiene, è un’identità che bisogna guadagnarsi ogni giorno, sacrificando tutte quelle passioni e quelle idee che non vanno a braccetto con lo stereotipo maschile.

Prima regola? Vietato esprimere le emozioni, sono roba da donne. Agli uomini è richiesta, in maniera più o meno diretta, un’inespressività  emotiva, senza tener conto di quanto le emozioni, invece, siano cruciali per una maggiore conoscenza di sé e del prossimo. Questa repressione, però, porta a gravi conseguenze, per il singolo quanto per la collettività: un uomo abituato a non esprimere le proprie emozioni, sarà più propenso a problemi fisici (maggiore rischio di infarto e di malattie croniche) e mentali.

Ancora più sorprendente è la seconda regola: vietato chiedere aiuto. Secondo quanto riportato da Will Courtnay all’interno del suo studio sui comportamenti e le credenze degli uomini nell’ambito sanitario, non solo gli uomini sono meno propensi delle donne a recarsi da medici e psicologi quando hanno dei problemi, ma quando ci vanno tendono a porre meno domande delle donne, soprattutto quando si tratta di problemi legati alla salute mentale e alle dipendenze. Questo fenomeno ha una doppia conseguenza: uomini che stanno peggio delle donne e che talvolta, incapaci di risolvere i propri problemi chiedendo aiuto ai professionisti, riversano il proprio malessere sulla società e inevitabilmente anche sulle donne.

Ultimo, ma non per importanza, lo stereotipo dell’uomo bello, perfetto, desiderabile e desiderato che deve curare il proprio corpo ma non troppo, mantenendo alta la propria virilità, chiave di volta di una società che fa fatica, ad oggi, a passare dalla mascolinità all’umanità.

Sanremo, il verdetto: zitti e buoni, il rock dei Maneskin più forte del Covid

 

Amici, Sanremo e altri: storie di uomini contro gli stereotipi 

Fortunatamente, il mondo dello spettacolo non è rimasto indifferente al grido d’allarme lanciato dalla società. Molti sono stati, durante gli ultimi anni, i ragazzi della GenZ e non, che hanno mostrato chiaramente il loro pensiero a riguardo.

Da Sangiovanni ad Achille Lauro, da Blanco a Damiano dei Maneskin, molti giovani sono saliti su palcoscenici prestigiosi mettendo in chiaro un messaggio che non può più essere ignorato: il “vero uomo” non esiste più.

Molti sono stati, poi, i personaggi dello spettacolo che si sono espressi contro il concetto di mascolinità tossica, non solo in Italia ma anche all’estero, dove attori e cantanti come Tom Holland, Harry Styles e Justin Bieber hanno mostrato, a volte anche con un pizzico di ironia, che distruggere gli stereotipi di genere è possibile (e anche salutare!).

 

 

Pubblicato da Grazia Sanfilippo

Studentessa magistrale in Public and Cultural diplomacy, cinefila e cinofila. Ho due occhi curiosi con cui osservo il mondo e tanta voglia di provare a spiegarlo, ribaltandone le prospettive e i cliché.