Perché l’Islamofobia è anche un nostro problema

Perché l’Islamofobia è anche un nostro problema

Almeno una volta nella vita, ognuno di noi è stato costretto a fare i conti con l’idea, profondamente sbagliata, che la religione di un individuo possa (e in qualche modo debba) determinarne la percezione all’interno della società, tanto da classificare le religioni in base ad alcuni stereotipi e pregiudizi. Quando ciò accade, si arriva alla convinzione che esistano religioni di serie A e di serie B e che le prime possano stabilire arbitrariamente il confine tra religione e terrorismo, senza però averne le conoscenze e facendo spesso confusione, fino a degenerare in ideologie violente e discriminatorie.

Quante volte dopo l’11 Settembre 2001 o l’attentato al Bataclan del 2015 si è parlato del legame tra Islam e terrorismo? E quante volte i credenti musulmani sono stati accusati ingiustamente? Si tratta solo di frasi pronunciate per la paura del momento o le nostre società sono affette dall’Islamofobia?

Islamofobia, una definizione 

All’interno del campo accademico, il termine Islamofobia è uno dei più discussi. Il problema linguistico risulta legato a due diversi fattori: tempo e significato.

Il primo fattore, quello temporale, è al centro delle discussioni da più di un decennio: da una parte vi è chi sostiene che la nascita di questo complesso fenomeno vada ricercata nel passato, addirittura nel Medioevo ai tempi delle crociate, e dall’altra chi, al contrario, sostiene che sarebbe meglio parlarne solo con riferimento ai tempi contemporanei, considerando come starting point la data dell’11 settembre, giorno in cui la guerra al terrorismo ebbe inizio.

Tuttavia, ancora più complicata risulta la ricerca di un significato condiviso, che nel campo degli Islamophobia studies è diventata davvero una missione impossibile da portare a termine: come riportato dal report “Toward a definition of Islamophobia: approximation of the early twentieth century”, dove nei casi più assurdi si è arrivati anche a negare l’esistenza di questo fenomeno.

Questa confusione deriva dalla complessità del fenomeno, dal non riuscirne a comprendere a fondo le motivazioni: perché proprio i musulmani? È forse per il colore della loro pelle? Per le loro tradizioni? Solo ed unicamente per la loro religione – apparentemente- così distante dalla nostra? O si tratta, forse, di tutti questi concetti insieme?

A oggi una risposta a queste domande non è ancora stata trovata, ma ciò che possiamo affermare con certezza è che l’islamofobìa è una vera e propria ostilità verso la cultura e la religione islamica e oggi, in Europa, molti paesi ne sono affetti.

Europa: tra legge e discriminazione

Una delle fonti più rilevanti per lo studio delle discriminazioni e dei pregiudizi nei confronti dei musulmani è l’European Islamophobia Report (EIR) che prende in analisi 32 paesi europei.  L’ultima edizione dello studio, pubblicata nel 2019, ha messo in evidenza un dato molto significativo che ben rappresenta la confusione tra religione e terrorismo: il 26% degli intervistati considera l’immigrazione come una minaccia significativa per la sicurezza dell’Europa. È semplice dedurre come questa percentuale sia correlata al pregiudizio nei confronti dei musulmani, se si considera che negli ultimi decenni la maggior parte degli immigrati, come riportato dal Pew Research Centre, proviene dalla Siria e da altri paesi a prevalenza musulmani.

L’immagine dell’immigrato che arriva in Europa e comincia a commettere crimini è a metà tra un cliché e uno stereotipo ormai ben radicato nella nostra società, ma quando questo immigrato è di religione musulmana il collegamento con gli attentati terroristici sembra essere automatico. Legame che viene rafforzato dai social media e dal discorso politico, che non fanno altro che alimentare l’errata convinzione secondo cui non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani.

Lo sviluppo di questo complesso fenomeno ha portato, in Europa, alla crescita di crimini d’odio contro le minoranze musulmane, come atti vandalici all’interno delle moschee e l’abbandono di teste di maiali davanti ai principali luoghi di culto e di riunione dei musulmani.

I due paesi in Europa che mantengono un primato negativo in questo senso sono Austria e Francia, dove diverse ONG hanno segnalato l’aumento di discriminazioni religiose: 1051 casi documentati da Dokustelle Muslime in Austria e 1043 casi documentati dal Collectif Contre l’Islamophobie en France solamente durante il 2019. In entrambi i casi, gli atti islamofobici sono alimentati dal discorso politico dei partiti populisti, che tendono a concentrare la loro propaganda su tematiche quali la sicurezza pubblica e nazionale, indicando come principali “nemici” dello Stato i musulmani e incrementando gli atti di violenza nei loro confronti.

E l’Italia?

Secondo il Pew Reasearch Centre, in Italia solo il 4,9% dei residenti è musulmano, a differenza di Francia e Austria dove questa percentuale sfiora rispettivamente il 6,4% e l’8%.

Nonostante ciò, l’ostilità percepita in Italia è di molto più alta rispetto alla media di tutti gli altri stati europei. Un ruolo fondamentale è giocato, senza dubbio, dalla propaganda di alcuni partiti populisti, che fanno in modo che l’idea alla base della società sia quella dell’incompatibilità tra la cultura italiana e la cultura musulmana.
Questa divergenza, sostenuta anche da alcuni mass-media, non ha fatto altro che accrescere i discorsi di odio e gli attacchi razzisti nei confronti delle comunità musulmane, senza distinzioni tra nord e sud della Penisola.

Ciò di cui in Italia si parla poco, però, è che la maggior parte dei musulmani sul nostro territorio poco o nulla hanno a che fare con l’immigrazione: si tratta spesso di seconde o terze generazioni di immigrati, persone, dunque, nate e cresciute a stretto contatto con la cultura e le tradizioni italiane. Nonostante ciò, questi individui vengono ancora strumentalizzati dai discorsi propagandistici e continuano ad essere vittime di maltrattamenti e discriminazioni.

Gli atti islamofobici nel conflitto fra Russia e Ucraina

Lo scorso 24 Febbraio è scattata l’invasione Russa in Ucraina e, di conseguenza, milioni di persone sono state costrette ad abbandonare tutti i loro averi per riversarsi ai confini in cerca di salvezza. Ancora una volta, però, la politica di alcuni Stati europei non si è dimostrata realmente inclusiva, rigettando le richieste di alcuni profughi solo per il loro colore della pelle, la loro cultura e la loro religione.
Hanno detto no blacks!”, questa la denuncia di molti profughi al confine con la Polonia, dopo aver visto passare davanti a loro tutti gli altri, senza un vero criterio.

In un’Europa che proprio in questi giorni si sta rivelando senza frontiere per accogliere – com’è giusto – chi scappa dalla guerra, perché si porta avanti una selezione in base a fattori culturali? Non stiamo parlando, forse, di razzismo culturale? L’Europa non sta peccando, nuovamente, di islamofobia?

Ciò che stanno vivendo i profughi ucraini nelle ultime settimane, ma che in generale spesso succede ai musulmani che risiedono o arrivano in Europa, non è altro che lo sviluppo di un pregiudizio che fa male due volte: individui che devono non solo giustificarsi per la loro fede, ma che puntualmente vengono accusati (più o meno direttamente) di atti che non solo non hanno commesso, ma che spesso li ha visti, al contrario, diventare vittime. L’Islamofobia, dunque, non fa che rafforzarsi giornalmente attraverso una propaganda di odio che non solo non ha motivo di esistere, ma che ancora una volta ci fa vedere nell’altro un nemico, invece di farcelo valutare per quello che realmente è: un essere umano, prima di tutto.

Se nella parte più ricca e progredita del mondo l’inclusività è riservata solo ai profughi bianchi, cattolici e occidentali e non è estesa a tutti, c’è qualcosa che non va. Ed è proprio per questo che oggi più che mai, l’Islamofobia è e deve essere anche un nostro problema.

Pubblicato da Grazia Sanfilippo

Studentessa magistrale in Public and Cultural diplomacy, cinefila e cinofila. Ho due occhi curiosi con cui osservo il mondo e tanta voglia di provare a spiegarlo, ribaltandone le prospettive e i cliché.