Il valore religioso della guerra in Ucraina

Il valore religioso della guerra in Ucraina

Il conflitto non è iniziato oggi. I suoi promotori non sono i popoli di Russia e Ucraina, uniti da fede comune e da un destino storico. Negli anni Novanta alla Russia era stato promesso che la sua sicurezza e dignità sarebbero state rispettate. Anno dopo anno, mese dopo mese, gli Stati membri della Nato hanno rafforzato la loro presenza militare, ignorando le preoccupazioni della Russia”.

T’aspetti Vladimir Putin e invece a scrivere queste parole è stato il Patriarca di Mosca Kirill. Nella lettera inviata al World Council of Churches, l’arcivescovo ortodosso non solo respinge la richiesta delle Chiese cristiane di mediare con il presidente russo, ma diventa il megafono della sua propaganda. “Hanno cercato di rendere nemici popoli fraterni, russi e ucraini”, continua puntando il dito contro gli Stati occidentali. “Non hanno risparmiato sforzi, né fondi per inondare l’Ucraina di armi e istruttori di guerra. Tuttavia, la cosa più terribile non sono le armi, ma il tentativo di rieducare, di trasformare mentalmente gli ucraini e i russi che vivono in Ucraina in nemici della Russia”. I discorsi di Kirill offrono un ulteriore significato all’invasione russa, la condiscono di un’aura religiosa di cui il Cremlino si serve per giustificarne la necessità. Pena, l’apocalisse.

Ukraine-Russia war, patriarch of Moscow Kirill: it is a fight against gay lobbies - Ruetir
Il patriarca di Mosca, Kirill I

La rilevanza della religione

Si tratta di una differenza sostanziale tra la Russia atea – ma che faceva della religione un suo strumento – in cui è cresciuto e si è formato l’ex funzionario del KGB e quella che lui stesso vuole costruire, dove oltre 70% dei russi professano una fede, cattolica (9%) o ortodossa (65%). Qui religione e politica sono sì indipendenti ma vanno di pari passo, si fondono per difendere con ancor più forza il ruolo che deve assumere Mosca in questa guerra santa. Lo scrive bene Jean-Benoit Poulle su Le Grand Continent, quando ricorda che la Chiesa ortodossa russa e l’FSB – l’erede del KGB sovietico – sono le uniche due grandi istituzioni sopravvissute al crollo dell’Urss. Che adesso si uniscono per combattere il nemico.

Non è solo una questione politica

Il 2014 è uno spartiacque politico e religioso, che esce dai confini di tutte le Russie. L’annessione della Crimea non è stato solo il primo passo di una guerra che oggi coinvolge l’intero territorio ucraino, ma anche quello che ha allontanato la Chiesa di Mosca da quella di Kiev in modo definitivo. Il riconoscimento del patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, avvenuto nella Chiesa di San Giorgio alla vigilia del Natale ortodosso con la consegna del “tomos” (il decreto di autocefalia), ha certificato la fine della dipendenza dopo 328 anni. La decisione ha interessato 300 milioni di fedeli. Anche per questo, ha dichiarato lo scorso 6 marzo Kirill, “Ciò che sta accadendo oggi nelle relazioni internazionali non è solo una questione politica. Si tratta di un qualcosa di diverso e molto più importante della politica”. Ascetica, verrebbe da dire, una lotta tra il Bene e il Male, dove il primo è rappresentato dal Donbass, filorussi e, dunque, gli unici veri ortodossi in Ucraina.

Lì, “per otto anni abbiamo cercato di distruggere ciò che esiste”. Questa è una tesi che il Cremlino, così come gli ucraini, continuano a ripetere per sottolineare la logica conseguenza degli eventi che hanno portato alla crisi attuale. La guerra è in corso da anni e fino al 24 febbraio scorso aveva provocato la morte di quattordicimila persone. Nella versione di Kirill, nel Donbass “la popolazione difendeva il proprio diritto a parlare una lingua russa, chiedendo il rispetto della propria tradizione storica e culturale”. Richieste mai ascoltate, “così come migliaia di vittime civili sono passate inosservate nel mondo occidentale”, che con i suoi principi rivendica il potere mondiale. Quello in corso, spiega il Patriarca, è uno scontro ideologico tra chi vuole inculcare i valori occidentali, basati su consumi e un’apparente sensazione di libertà, e chi tenta di resistergli (russofoni ortodossi), di sfuggire alle sue logiche immorali come le “marce per il gay pride”. Con la conseguenza di rimanerne escluso, di diventarne “estranei” e quindi legittimati a difendersi.

Pro-Russia Protesters Storm Donetsk Offices
Movimenti Pro Russia a Dontesk

Le visioni sull’Ucraina

Putin e Kirill condividono, pertanto, la stessa visione e considerazione dell’Ucraina: per il primo non esiste politicamente, la considera un errore dei suoi predecessori che l’hanno allontanata dalla terra madre russa, creando due entità separate quando sono un tutt’uno; per il secondo, invece, la Chiesa ortodossa è una soltanto e include Mosca quanto Kyiv, senza riconoscere le altre sfaccettature. La logica binaria, composta da politica e religione, ne corrisponde a una già ben conosciuta, la quale tende a dividere tra buoni e cattivi in una dicotomia antichissima che separa il noi da loro, tracciando una linea dove non si può non prendere posizione. Da una parte o dall’altra. Con la naturale conseguenza che chiunque parteggerà per il “noi” avrà optato per la scelta giusta, mentre tutti coloro che andranno con “loro” saranno giudicati come peccatori.

Il connubio è pertanto molto stretto. Tutte e due collaborano per un obiettivo comune. E pensare che, subito dopo l’invasione in Ucraina, gli appelli rivolti al Patriarca Kirill per sollecitarlo a parlare con Vladimir Putin erano stati tanti. Vani, dato che nel momento in cui si è deciso a parlare ha dato un valore alla guerra apocalittico, senza mai parlare di pace o di altre risoluzioni al conflitto. L’ha portata su piani più alti della politica, lì dove non è possibile arrivare se non con la fede. All’escalation militare di Vladimir Putin, fa eco quella verbale di Kirill, con il suo senso altissimo che dà all’«invasione speciale».

Ma c’è un fronte interno che si discosta. Così come le manifestazioni contro la guerra vanno di scena nelle piazze delle città russe, allo stesso modo 223 tra sacerdoti e diaconi hanno espresso il loro dissenso per una guerra “fratricida”. Un appello direttamente rivolto al Patriarca, invitato ad “ascoltare l’altro, l’unica speranza per uscire fuori dall’abisso in cui i nostri Paesi sono stati gettati in pochi giorni”. Un altro tentativo è stato fatto dall’All-Ukrainian Union of Churches of Evangelical Christian-Baptists, ma al momento sembrerebbe caduto nel vuoto.

Tanto Putin quanto Kirill, nessuno dei due appare pronto a un passo indietro. Anzi, rincarano costantemente la dose e alzano la posta in gioco. Ognuno per la propria battaglia, una politica e l’altra religiosa, che poi alla fine sembrerebbero incontrarsi in un nazionalismo che rifiuta tout court dogmi e valori esterni, visti come il tentativo di estromettere la Russia dal gioco internazionale. E avvertono, ognuno a modo suo, di come “se l’umanità accetta che il peccato non è una violazione della legge di Dio, se l’umanità accetta che il peccato è una variazione del comportamento umano, allora la civiltà umana finirà lì”.

Pubblicato da Lorenzo Santucci

Nasce a fine estate del '95 a Roma, dove cresce l'intento di scappare portandola dietro con sé. Prima di collaborare con diverse redazioni, si laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali inizia. Subito dopo inizia il suo rapporto con Huffpost Italia, Formiche.net e Le Grand Continent. Prima di scrivere osserva la società, non accorgendosi dell'ovvio. Guarda interessato tutti gli sport, ne pratica uno: la corsa, solo per smaltire l'ansia.