Essere Russi e (non) essere liberi di pensare – la voce dei dissidenti

Essere Russi e (non) essere liberi di pensare – la voce dei dissidenti

La Costituzione della Federazione Russa è intrisa di garanzie di tutela per la libertà e i diritti della persona e del cittadino, definiti inalienabili e appartenenti a ciascuno fin dalla propria nascita.

“A ciascuno è garantita la libertà di pensiero e di parola. (…) Nessuno può essere costretto a esprimere le proprie opinioni e convinzioni o a rinunciarvi. Ciascuno ha diritto a cercare, ottenere, trasmettere, produrre e diffondere liberamente informazioni con qualunque mezzo consentito dalla legge.

(…) Viene garantita la libertà dei mezzi d’informazione di massa. La censura è vietata.”

La censura russa

L’articolo sopra riportato è l’art. 29 della Costituzione Russa. Ad oggi è un articolo che, purtroppo, stride fortemente con la realtà odierna russa. Ma bisogna necessariamente fare un passo indietro: già prima dello scenario attuale, la Russia è stata definita uno dei Paesi con minore libertà di stampa nel mondo.

Da questo punto di vista, le misure di censura in Russia sono state così subdole e fini da indurre i giornalisti (e non solo), consapevoli delle conseguenza che avrebbero pagato, ad una vera e propria autocensura.

A tal proposito la Freedom House, organizzazione internazionale non governativa che opera per sensibilizzare alla democrazia e i diritti umani, ha denunciato già nel 2016 una condotta riprovevole da parte degli stessi funzionari politici, caratterizzata da molestie e ritorsioni personali ai danni dei portavoce di casi di ingiustizia.

Si pensi al caso dell’attivista russo, di origine ucraine, Aleksey Navalny. È dal 2008 che ha un blog in cui condanna apertamente la censura, la corruzione e la repressione propria del governo russo: questo è solo uno degli strumenti di denuncia di cui si è servito Aleksey.

Alexej Navalny
Alexej Navalny

Navalny

Il prezzo che ha pagato è stato molto alto: diversi anni in carcere e multe salate. A seguito degli ultimi arresti, nel 2018 la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha condannato la Russia a risarcire Navalny con 50 mila euro per danni morali, 1.025 euro per danni materiali e 12.653 euro per le spese sostenute. È stato ritenuto che tutte le misure adottate dalla giustizia russa nei suoi confronti altro non fossero che un mezzo per sopprimere di fatto il pluralismo politico. Nel 2020 c’è stato anche un tentativo di avvelenamento nei suoi confronti ed è stato salvato in extremis nell’ospedale Charité di Berlino.

Ad oggi Navalny è considerato un terrorista dal governo russo, è tutt’ora in carcere, ma non smette di battersi per cause umanitarie. La sua voce è forte anche in questo delicato momento storico. Attraverso la sua portavoce, ecco cosa pubblica Navalny sui suoi social:

“Se, per porre fine alla guerra, dobbiamo riempire con noi stessi i centri di detenzione e le camionette della polizia, riempiremo con noi stessi i centri di detenzione e le camionette della polizia. Tutto ha un prezzo e ora, nella primavera del 2022, questo prezzo lo dobbiamo pagare noi. Nessun altro. Non dobbiamo essere contro la guerra, dobbiamo lottare contro la guerra.”

Non è nuova, come si può evincere, la dinamica oppressiva e repressiva del Cremlino.

A seguito dell’annessione della Crimea, molti cittadini russi espressero il proprio disappunto a tal proposito. Un uomo, Andrei Bubayev, è stato condannato nel 2016 a due anni di carcere per aver condiviso sui propri social una foto che riportava un tubetto di dentifricio, con scritto metaforicamente: “Spremi la Russia fuori da te”.

La situazione odierna in Russia

Ad oggi, in Russia è vietato parlare di guerra e di invasione, è concesso parlare solo di giustificate operazioni militari. Analogia evidente rispetto ad una legge russa, approvata nel 2014, che vieta di mettere in discussione l’integrità territoriale della Russia dopo l’annessione della Crimea, che, ricordiamo, il Cremlino ha da sempre definito legittima in quanto giustificata dall’applicazione del principio di autodeterminazione propria di ogni stato.

Una nota politologa russa, Ekaterina Schulman, ha dichiarato che tra non molto non ci saranno più organi di informazione, aule o altre piattaforme in cui poter dialogare con il pubblico.

Intanto continua, con coraggio, anche la resistenza e l’opposizione del popolo russo al suo stesso governo.

A fronte di un’opera sempre più pressante di controllo, supervisione e repressione, i russi continuano ad esprimere il proprio dissenso rispetto all’invasione ai danni dell’Ucraina. Negli ultimi giorni, pur di organizzare manifestazioni per esprimere il proprio dissenso rispetto all’attuale linea direttiva di governo russa, hanno comunicato attraverso simboli ed emoticon. Il numero 7, un omino che cammina e la faccia del poeta Pushkin cosa possono significare? “Ci vediamo alle 7 a piazza Pushkin.”

Sia ben chiaro, proteste di qualsiasi genere e manifestazioni non autorizzate in Russia sono vietate dal 2014. Queste leggi che vietano di associarsi e manifestare liberamente sono state inasprite nelle ultime settimane e, considerando che sono state violate da numerosi russi scesi in piazza, si possono contare almeno 15 mila arrestati dal 24 febbraio ad oggi. È diventata emblematica l’immagine della signora Yelena Osipova, di 80 anni, che è stata arrestata a San Pietroburgo durante una manifestazione pacifica contro la guerra in Ucraina. Inerme, Yelena, teneva in mano un cartellone con su scritto: “Soldato, lascia cadere la tua arma e sarai un eroe”. Gli stessi soldati, poco dopo, l’hanno arrestata e trascinata via dalla piazza.

Putin non è la Russia” ha scritto Navalny recentemente e il popolo vuole la fine di questa guerra.

Pubblicato da Marika Mainardi

Classe 2001. Studio Giurisprudenza, il mio sogno di sempre che sta prendendo forma, e credo che la cultura e la consapevolezza possano cambiare davvero il mondo. Se le parole che scrivo riusciranno mai a lasciare un segno positivo anche solo in una persona, potrò dire raggiunto il mio obiettivo.