Il ruolo della NATO e dell’ONU per capire la guerra in Ucraina

Il ruolo della NATO e dell’ONU per capire la guerra in Ucraina

L’invasione russa in Ucraina e l’impotenza dei maggiori leader mondiali di fronte alle sofferenze della popolazione in guerra ci ricordano non meno importanti conflitti che hanno provocato una risposta della comunità internazionale e dell’ONU. Per questo è importante analizzare il ruolo che la NATO e l’ONU hanno ricoperto nei conflitti precedenti per capire la guerra in Ucraina: rilevante è la formazione della dottrina della Responsabilità di Proteggere, sviluppatasi intorno agli errori dell’Interventismo Umanitario, caratteristico degli anni che seguirono la fine del mondo bipolare della Guerra Fredda.

Mappa della Guerra Fredda 1959
Mappa della Guerra Fredda 1959

La minaccia russa alla comunità internazionale:

La guerra Ucraina-Russia è ormai in atto da diversi giorni. La rapidità dell’escalation e i bombardamenti sulle principali città ucraine hanno sconvolto la comunità internazionale, facendo crollare molte delle previsioni fatte fino a quel momento. Ad essere inaspettata è stata soprattutto l’estensione degli attacchi. Si pensava,  infatti, ad un’occupazione russa nelle sole Repubbliche del Donbass (Donetsk e Luhansk), riconosciute come indipendenti dall’ex capo del KGB.

L’avanzata dei soldati russi alle principali città dell’Ucraina apre a nuove incertezze circa il vero obiettivo di Putin. Ciò che appare chiaro è il suo netto rifiuto per ogni tipo di avvicinamento della NATO e dell’UE all’Ucraina, strategicamente vitale per lui, e il suo tentativo di spodestare Zelensky per introdurre un governo fantoccio e filorusso. Ma le atrocità commesse dalla Federazione Russa minacciano lo status quo non solo a Kyiv ma anche nel resto del mondo, con conseguenze economiche e di sicurezza devastanti, soprattutto per l’Occidente. I rischi di una guerra dalla portata mondiale e una nuova catastrofe nucleare sono ancora percepiti, soprattutto dopo che Putin ha reso pubblica la lista dei Paesi ostili a Mosca. Inoltre, gli scarsi risultati dei negoziati con i delegati ucraini e i tentativi di mediazione da parte di diversi capi di Stato non ci fa pensare a un accordo di pace in tempi brevi.

Nonostante ciò, le reazioni della comunità internazionale sono state finora pacifiche. Molti paesi, a prescindere dalla loro appartenenza alla NATO e/o all’UE, hanno condannato fortemente l’aggressione russa a suon di sanzioni, i cui effetti sono già visibili. I Paesi dell’Unione si stanno ulteriormente impegnando ad accogliere la popolazione ucraina in fuga dalle violenze, e innumerevoli associazioni stanno creando una rete di solidarietà per alleviare in ogni modo la crisi umanitaria.

L’empasse del Consiglio di Sicurezza e il ricorso all’Assemblea Generale:

Riguardo la necessaria salvaguardia della pace internazionale, la questione è molto complessa e articolata. In sede ONU, il Consiglio di Sicurezza (CdS) si è trovato ad un’empasse, causata dal diritto di veto della Federazione Russa. La risoluzione proposta da Stati Uniti e Albania che voleva “deplorare” l’attuale guerra, definiva l’invasione del Cremlino “un assalto alla Carta dell’Onu e alla pace mondiale”. Inoltre, esprimeva sostegno all’indipendenza e all’integrità territoriale di Kyiv. Nonostante la mancata approvazione, la risoluzione è stata votata da 11 membri su 15, con l’astensione di Cina, India ed Emirati Arabi Uniti. Il veto della Russia risultava scontato, ma l’obiettivo di Washington era di ottenere una più ampia maggioranza possibile e portare la risoluzione in Assemblea Generale.

I Capitoli VI e VII della Carta ONU descrivono i poteri del Consiglio di Sicurezza, rispettivamente riguardanti la risoluzione delle controversie e le azioni rispetto alle minacce, alle violazioni della pace e agli atti di aggressione. Tra i poteri coercitivi troviamo l’adozione di risoluzioni contenenti misure preventive (art. 40) o misure dirette contro gli Stati trasgressori, sia di natura economica (art. 41 della Carta) sia comportanti l’uso della forza militare (art. 42 della Carta). Con riferimento ai recenti conflitti, il veto di uno o più membri permanenti (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Cina e Russia) ha provocato una situazione di immobilità del CdS. Il suo superamento attraverso il rinvio all’Assemblea Generale fa parte di una prassi che ha lo scopo di provvedere comunque all’obiettivo ultimo dell’ONU, cioè mantenere la pace e la sicurezza internazionale.

Con una sessione di emergenza, l’Assemblea Generale ha dunque votato una risoluzione di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina con 141 voti a favore, 5 contrari (Russia, Bielorussia, Eritrea, Corea del Nord, Siria) e 35 astenuti, tra cui Cina e India. Il voto ha un peso politico non indifferente: esprime uno schiacciante isolamento diplomatico della Russia, e di conseguenza la sua manovra di azione si restringe.

La Responsabilità di Proteggere:

Durante il decennio dell’Interventismo Umanitario (1991-2001), la comunità internazionale aveva posto una deroga al divieto dell’uso della forza (Art. 2 (4) Carta ONU) e un conseguente dovere di intervento nel caso di violazione grave dei diritti umani. Ciò voleva porre al centro i diritti individuali ai diritti territoriali degli Stati-nazione, superando i principi cardine delle Nazioni Unite, ovvero della sovranità statuale e della non interferenza negli affari interni dello Stato.

In contrapposizione, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan lancia la seguente istanza: «no more Rwanda, no more Kosovo». Nel primo caso, la maggior parte degli Stati occidentali avevano rifiutato un dovere di intervento nella crisi umanitaria e l’invito dell’ONU di prendere parte alle operazioni di peacekeeping. Nel secondo caso, invece, il prolungato stallo del CdS venne superato dall’iniziativa della NATO, che ritenne legittimo intervenire militarmente nel conflitto in assenza di un’esplicita autorizzazione dell’ONU.

ONU e NATO

La visione di Annan riportava al centro la questione della legittimità dell’intervento umanitario, dove erano necessari due elementi: l’imperativo morale e non materiale dell’azione; l’autorizzazione delle Nazioni Unite. Con l’avvento del nuovo millennio venne istituita l’International Commission on Intervention and State Sovereignty (ICISS), un organismo indipendente con il compito di elaborare un rapporto che facesse da base normativa comune.

Il rapporto Responsibility to Protect (R2P), pubblicato nel dicembre 2001, pone il concetto di human security come elemento chiave dell’ordine internazionale, che passa da un’interpretazione statuale della sicurezza ad una strettamente legata alla sicurezza di ogni individuo in esso residente. L’attenzione si sposta quindi verso la protezione delle persone e in questo senso viene introdotto il principio della “sovranità come responsabilità” di prevenire, reagire e ricostruire, in capo a tutti gli Stati. Venivano anche introdotte delle condizioni di soglia e dei principi precauzionali per legittimare l’intervento armato di tipo umanitario.

L’operatività dell’ONU viene maggiormente garantita attraverso:

  • l’introduzione di regole di condotta sull’esercizio del diritto di veto all’interno del Consiglio di Sicurezza, escluso nei casi di conclamata crisi umanitaria;
  • la convocazione di una sessione straordinaria dell’Assemblea Generale;
  • la possibilità di legittimare a posteriori iniziative gestite da organizzazioni regionali o subregionali, ad eccezione della NATO.

Nel 2005, il World Summit Outcome Document indica le fattispecie di attivazione della R2P, ovvero genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e pulizia etnica. I paragrafi 138 e 139 stabiliscono che: la comunità internazionale, attraverso le Nazioni Unite, ha il dovere di usare appropriati strumenti diplomatici, umanitari e altri mezzi pacifici per adempiere alla responsabilità di proteggere. Quando tali strumenti risultano inadeguati e uno Stato venga meno alle proprie responsabilità, essa è pronta a intraprendere in modo tempestivo e decisivo, le opportune azioni collettive, attraverso il CdS e in cooperazione con rilevanti organizzazioni regionali. La formula è importante perché rende l’intervento una mera possibilità invece di un’obbligazione.

Riunione NATO

Infine, nel 2009 il documento Implementing Responsibility to Protect elabora tre pilastri per la sua operalizzazione:

  1. Responsabilità degli Stati in materia di protezione, volto a garantire il pieno rispetto delle fondamentali obbligazioni degli Stati nel campo dei diritti umani;
  2. Assistenza e capacity-building internazionale, cioè iniziative per garantire ai singoli Stati la necessaria assistenza;
  3. Risposta tempestiva e decisiva, misure pacifiche, di enforcement e accordi regionali e subregionali.

La dottrina è stata applicata, ad esempio, dal Consiglio di Sicurezza nel 2011 durante la crisi libica. Tuttavia, è stato poi criticato un utilizzo improprio dell’intervento che nascondeva invece un pretesto di regime change, non autorizzato a livello internazionale. Successivamente, il terzo pilastro non è stato più utilizzato, preferendo attività di aiuto diretto alla popolazione civile, attraverso mezzi pacifici.

Ritornando alla situazione odierna, la Corte penale internazionale sta indagando su eventuali crimini di guerra commessi dalla Russia in Ucraina. L’organo di giustizia internazionale è strettamente connesso al CdS e pertanto in futuro potrebbe proporsi una fattispecie per attivare la dottrina appena esaminata. Tuttavia, in questo scenario, la sicurezza degli esseri umani rimane centrale e la comunità internazionale deve necessariamente tener conto degli errori del passato.

Pubblicato da Lucrezia Pagano

Studentessa magistrale in relazioni internazionali, appassionata di geopolitica ed ambiente. Cerco di dare il mio contributo nel quartiere attraverso il volontariato. Facendo parte della GenZ, mi impegno con e per i giovani perché siano ben informati su ciò che accade nel mondo.