Cosa è successo nel Donbass, dall’inizio

Cosa è successo nel Donbass, dall’inizio

“Se la Russia invaderà l’Ucraina scatteranno sanzioni mai viste”.

Questo affermava Joe Biden davanti a Putin in un colloquio a distanza avuto il 7 dicembre 2021, colloquio nel quale il suo omologo russo replicava dicendo che: “Se l’Ucraina non entrerà nella NATO nessuno si farà male“.

Braccio di ferro? Nuova guerra fredda o terza guerra mondiale? Chiunque fra politologi, studiosi e giornalisti ha provato a dare una risposta alle mille domande che sono balenate ai cittadini dell’intero globo. Non si tratta però solo di un puro scontro di influenze politiche.

La rivoluzione arancione

Se sentiamo parlare di Ucraina in questi giorni sappiamo perché, se ne abbiamo sentito parlare nel 2014 penseremo all’annessione Russa della Crimea, ma raramente ci si concentra sulla situazione nel Paese a cavallo fra il 2010 e la fatidica data dell’invasione della penisola fino ad allora appartenente all’ex repubblica sovietica. Alle elezioni presidenziali del 2004, Viktor Janukovich, filo-russo, vide come suo principale avversario Victor Jushenko, filo-occidentale, che fu sconfitto per soli 3 punti percentuali. Jushenko reagì denunciando brogli e irregolarità e invitò i propri elettori a manifestare contro il risultato. Ebbe così inizio la cosiddetta “rivoluzione arancione”: per giorni centinaia di migliaia di persone vestite d’arancione protestarono pacificamente a Kiev e nelle principali città del paese per chiedere nuove elezioni. Quando l’OCSE certificò le irregolarità delle elezioni la Corte Suprema dell’Ucraina accettò di esaminare l’appello fatto da Jushenko contro i risultati e stabilì che c’erano state delle violazioni: il Parlamento sfiduciò il governo e furono indette nuove elezioni, vinte proprio dagli europeisti. L’anno successivo, Jushenko scelse come primo ministro il suo braccio destro, Julija Tymoshenko, la prima donna a ricoprire questo ruolo. Questo “blocco filo-occidentale” non durò a lungo, dato che le frizioni fra Tymoshenko e Jushenko crearono una spaccatura nel fronte europeista e proprio Janukovich riuscì a vincere alle successive elezioni del 2010, diventando presidente.

Tuttavia, negli anni di governo filo-occidentale, l’Ucraina era riuscita a porre basi concrete per migliorare i rapporti con Unione Europea e NATO, in particolar modo in ambito commerciale. Nel 2013 la firma al vertice di Vilnius sarebbe stata la prima pietra verso il distacco dell’Ucraina dalla Russia che l’aveva sempre considerata suo strettissimo partner, assieme ad Azerbaijan, Georgia, Moldavia e Bielorussia. Nonostante tutto sembrasse già fatto, Janukovich si tirò indietro ed evitò di firmare un qualsiasi documento, facendo crollare le aspettative della popolazione circa un’Ucraina europea.

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Dmitry Medvedev e Viktor Janukovich (a destra) nel 2012

Le proteste dell’Euromaidan

Se per Janukovich l’avvicinamento del Paese all’UE era un processo che poteva aspettare, l’opinione pubblica non era affatto della stessa idea. Pregustando un futuro ingresso nella comunità, l’indignazione e il risentimento nei confronti del Presidente sfociarono in una serie di proteste che bloccarono l’intera città di Kiev per mesi: era iniziato l’Euromaidan.

La violenta repressione della polizia, l’acquisto di titoli di stato ucraini da parte della Russia (per un valore di 15 miliardi) e l’abbassamento del costo del gas resero ben chiara la posizione del governo. L’Ucraina doveva restare sotto l’influenza russa.

Nonostante la presenza della polizia, le rigide temperature sottozero e la neve, le proteste durarono circa tre mesi. L’escalation della repressione da parte delle forze governative nella prima mattina del 30 novembre 2013 fece salire il livello delle proteste, con una presenza, nella capitale, tra 400.000 e 800.000 dimostranti durante la settimana dal primo all’8 dicembre 2013. Nel periodo successivo, la partecipazione alla protesta oscillò, durante i raduni organizzati, fra le 50.000 e le 200.000 persone. Violenti scontri ebbero luogo il 1º dicembre 2013 e dal 19 al 25 gennaio 2014, in risposta ai tentativi di repressione della polizia e all’approvazione del 16 gennaio 2014, di leggi contro la libertà di manifestazione.

Quando la situazione si fece maggiormente critica, Janukovich scelse di allontanarsi dal Paese, rifugiandosi in Russia. Al suo posto venne creato un governo provvisorio “nazionalista”, che non migliorò affatto la situazione.

In una serie di regioni a maggioranza russofona, molto vicine all’ormai ex presidente, si svolsero alcune contromanifestazioni, mentre in altre ancora, come nel Donbass si arrivò a chiedere la secessione dalla madrepatria.

File:Euromaidan Kyiv 1-12-13 by Gnatoush 005.jpg - Wikimedia Commons
Proteste per l’Euromaidan a Kiev

Cosa successe in Donbass

Il Donbass sta per “bacino del Donec” e comprende gli oblast‘ di Donetsk e Luhansk, confinanti con la Russia e poste all’estremo oriente dello Stato ucraino. La regione, sin dai tempi di Stalin utilizzata per la nascita di fabbriche ed epicentro di molte migrazioni da tutta l’Unione Sovietica, risultava particolarmente ricca e “distaccata” dal resto dell’Ucraina. Non a caso l’intenzione principale delle popolazioni residenti non è quella di annettersi alla Russia, bensì quella di essere indipendenti. La rilevanza della regione ha reso possibile la nascita di un sentimento nazionalista e indipendentista, soprattutto nell’oblast’ di Donetsk.

Allo stesso tempo però, il presidente Janukovich, molto apprezzato nelle regioni a maggioranza russofona, era prima di tutto ucraino e non avrebbe mai voluto un Donbass indipendente. Con la sua caduta, il risultato fu che a prendere il potere nei due oblast’ furono le milizie separatiste, assolutamente contrarie ad un’Ucraina vicina all’Unione Europea.

A partire dal 2014, con una serie di attacchi alle sedi governative, Donetsk e Luhansk si dichiararono indipendenti, formando la Repubblica Popolare di Doneck e la Repubblica Popolare di Lugansk. Tuttavia, il governo centrale non poteva lasciar correre come fatto con la Crimea, questo perché le due regioni erano troppo importanti per il PIL dell’intero Paese, soprattutto poiché terre ricche di acciaio e carbone, fondamentali per l’economia nazionale.

E la Russia?

Alla Russia, geopoliticamente, il Donbass non serve. Non serve poiché la regione costituisce un’arma, soprattutto dopo che dal 2014 si paventa l’idea di un’Ucraina nella NATO. Di conseguenza, per Putin è più interessante un Donbass instabile per sfruttarlo come arma di ricatto nel caso in cui l’Ucraina dovesse avvicinarsi al Patto Atlantico. Il coinvolgimento di Mosca è stato evidente sia nell’ambito del sostegno economico e militare alle truppe separatiste, ma allo stesso tempo anche a livello organizzativo.

Igor’ Girkin, colonnello russo che comandava la Milizia Popolare del Donbass a Slov”jans’k, ha sempre negato una relazione russa nella rivolta. Disse che la sua unità venne formata durante la crisi di Crimea e che i due terzi dei suoi membri erano cittadini ucraini.

Tuttavia, a Donec’k i miliziani hanno confermato di includere gli ex ufficiali della polizia speciale Berkut, con diversi infiltrati russi. Quando venne chiesto dal Telegraph Sunday da dove provenissero le armi, un veterano dell’invasione sovietica dell’Afghanistan indicò la bandiera russa sventolante sulla stazione di polizia e disse: “Guarda quella bandiera. Voi sapete che paese rappresenta”. Dopo l’annessione della Crimea la Russia sarebbe intervenuta in diversi modi durante la guerra nella regione del Donbass. Rapporti e dichiarazioni del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America hanno accusato ripetutamente la Russia di aver orchestrato i disordini in aprile in tutta l’Ucraina orientale e meridionale.

UCRAINA-RUSSIA: ANCORA ALTA LA TENSIONE. VENTI DI GUERRA? – Radio Onda d`Urto

All’Occidente è davvero utile salvare l’Ucraina?

L’indispensabilità dell’Ucraina all’interno della sfera d’influenza europea e americana è assolutamente infondata. Attualmente l’interesse geopolitico per il territorio del Paese è dovuto soprattutto al passaggio di una serie di gasdotti provenienti dalla Russia, fondamentali per l’approvvigionamento di gas per l’Europa. A seguito dello scoppiare della guerra in Donbass, la NATO ha pubblicato una dichiarazione riguardante anche la crisi di Crimea, tentando di sfatare le accuse del governo russo contro il governo ucraino, e anche altre dichiarazioni fatte dalla Russia per giustificare la sua presenza in Ucraina. Secondo la dichiarazione, la Russia ha tentato di “distogliere l’attenzione dalle sue azioni” e “livellato una serie di accuse contro la NATO che si basano su travisamenti dei fatti”.

Tramite la società Gazprom, principale fornitrice di gas russo nei paesi europei, è stato costruito il gasdotto Nord Stream 2, di cui si è tanto sentito parlare in questo periodo, proprio perché passa attraverso la regione del baltico e raggiunge la Germania senza valicare l’Ucraina. Putin, in questo modo, riesce a ottenere un maggior disinteresse delle nazioni occidentali nei confronti dell’Ucraina. Per il leader russo non si tratta solo di non voler essere ricordato come l’uomo che ha portato la NATO più vicina alla Russia di quanto ci fossero stati Napoleone nel 1812 e Hitler nel 1943, ma anche di lotta per la sopravvivenza russa, evitando missili nemici a 150 km dalle città principali.

Il conflitto attuale come si è concluso?

Il sentiero finora seguito dai paesi occidentali non porta così facilmente alla possibilità di far entrare l’Ucraina nella NATO. Concretamente, l‘interesse per questo territorio è secondario per Biden e alleati, portando il Donbass a essere semplice carta da giocarsi per ottenere scambi utili in altre situazioni dove la tensione potrebbe diventare più alta. Fino a che punto agli Stati Uniti conviene mettere in campo sforzi per salvare l’Ucraina? Risposta affatto semplice da dare.

Inoltre, bisogna precisare che l’Ucraina è estremamente instabile a livello politico: c’è il rischio che finisca con lo scontrarsi in una guerra con la Russia, portando dietro a sé tutti gli alleati occidentali, in caso di ingresso nel Patto Atlantico. Bisogna aggiungere anche che l’Ucraina a livello geografico non è per nulla funzionale alla NATO, poiché dispiegare truppe all’interno del Paese significherebbe, in caso di aggressione russa, un rischio enorme di venire accerchiati da sud (partendo da Persianovska), da est (Boyevo) e da nord (Yelnya), tutte zone dove l’esercito russo è stato schierato in modo sostanzioso.

Pubblicato da Gabriele Rapisarda

Classe 2001, studio alla facoltà di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali a Roma Tre. Da sempre appassionato di geopolitica e attualità, soprattutto quella del Medio Oriente e dell'Africa. Sogno di poter visitare i Paesi che studio e nel frattempo leggo tutto quello che trovo a riguardo, che magari torna utile.