Harry Greb: l’arte di fermarsi un attimo

Harry Greb: l’arte di fermarsi un attimo

“Ad un certo punto della mia vita ho capito che io dovevo disegnare, sennò impazzivo”

A volte ci si accorge tardi d’esser qualcun altro. D’aver vissuto la propria vita fingendo uno scopo, nascondendo quello vero. A volte serve studiare da grafico pubblicitario, divertirsi negli anni buoni, quelli giovani, lavorare e disegnare al computer linee d’abbigliamento prima di rivelare ciò che realmente si è: un artista. Tendiamo sempre a nasconderci le verità, del resto. Rivelare, in fondo, può voler dire togliere il velo come velare due volte. Ma un artista, alla fine, esce sempre fuori; altrimenti impazzisce.

” Io vedo l’Arte come…Sai quelle cose tipo l’ossigeno? Se la gente si avvicinasse di più all’arte, se si vivesse di più di arte, se si capisse di più l’arte e la si mostrasse per quello che realmente è, non classificandola come un hobby, si capirebbe che è una delle cose più importanti che abbiamo. L’arte è fondamentale per me.”

Come un fuoco, una volta rivelato, le fiamme divampano. Poi si attenuano, si può razionalizzare anche un incendio. Un artista comincia a capire cosa fa e inizia a contarsi l’arte. 10, 20, 30 opere. Step successivo: il confronto. L’arte ha bisogno di uscire allo scoperto e l’artista non deve controllarla. Nel mezzo, il messaggio. Ogni arte ha un messaggio, anche se noi poveri spettatori non riusciamo a coglierlo, anche se sembra meravigliosamente fine a sé stessa; e l’artista è l’unico a conoscerlo veramente. Questo segreto rende l’arte così inevitabile.

“Io voglio mettere a nudo le cose; loro vogliono i fiori. Mi piace far parlare di alcune cose che magari si danno per scontato, per tutte le volte che ci si dimentica di alcune problematiche che ci sono ancora. È parte di me, è come se non riuscissi più a trattenermi: hai presente quando una cosa non riesci a fare a meno di farla?”

Messaggio lanciato. Ma chi lo riceve? Tutti, nessuno, non importa. Ma quando una donna e un uomo guardano “Guernica” di Picasso vedono l’orrore della guerra, quando lo guarda un bambino vede un cavallo coraggioso.

“Chi guarda trae sempre le proprie conclusioni, in base alla formazione che ha, alle idee che ha, è quello il bello: il dibattito, il confronto. La prima, e forse più grande vittoria rimane però quella che si fermi un attimo, che non passi avanti indifferente, davanti un’opera, un segreto, che cerchi anzi di rivelare.”

Si stima che noi spettatori riusciamo a vedere in media il 30% delle opere di un artista. Questo perché il 70%, in media, viene buttato nel cestino. Si presta sempre troppa attenzione sull’effettivo lavoro che riesce a veder la luce; o meglio, si presta sempre troppa poca attenzione sul lavoro che rimane all’ombra, nascosto ai nostri sguardi, a volte anche a quelli dell’artista che getta via un suo figlio. Forse non era “degno”, al livello degli altri, forse “inutile”, senza messaggio. O forse, invece, proprio perché era “degno” e “utile”: bello come gli altri, più degli altri, utile perché il suo scopo non era altro che restare all’ombra, permettendo agli altri di vedere la luce. Un sacrificio artistico? No, non esistono sacrifici in uno studio d’arte: esistono, fortunatamente, soltanto contraddizioni e destinazioni.

Io l’idea la preparo al computer, preparo una scena che rende quest’idea plausibile nella mia mente e ne faccio varie prove. Non è un processo di un’ora, è infinito, e butto tanto, tantissimo lavoro. Spesso mi porto avanti tre, quattro idee e poi alla fine ne scelgo una, il resto lo butto. La preparo, la stampo e la ridisegno su carta, con pennelli, acrilico, matita, tutto quello che mi capita sotto mano, poi vado in strada e la metto come un normale manifesto che viene affisso.
Quelli in galleria sono sempre un’altra cosa. Lì ho voluto variare, ho sperimentato nuovi materiali e supporti, metallo, legno, mattoni, marmo.”

Ai più fortunati, una volta completati tutti questi passaggi, impiomba impercettibile la “maledetta” fama. Difficile scansarsi dalle tendenze della società attuale, che ci ha reso la fame di “fama” un conato quasi più vitale della fame naturale. C’è chi però considera la sua arte più importante di sé artista; chi vorrebbe soltanto che la gente si fermasse un attimo sul colore piuttosto che sulla mano che impugna il pennello.

“Mi ritengo un integralista della mia persona, tengo molto alla mia privacy. Ma poi soprattutto voglio che si vedano le mie cose, i miei disegni. Io non credo che alla gente interessi altro.”

“L’arte è indispensabile. È ciò che ti fa capire il passato, quello che stai vivendo. Ad esempio la Street Art in questo è fenomenale, è proprio lo specchio sella società, di quello che stiamo vivendo adesso; e tutto in tempo reale. Magari tra cinquant’anni si parlerà della Street Art come si è parlato dell’impressionismo: e gli impressionisti hanno cambiato il mondo.”

L’arte è indispensabile; questo è uno dei punti più importanti emersi da questa chiacchierata. Indispensabile non soltanto in termini di necessità: indispensabile perché l’arte non si può dispensare. Non è un idea, uno slogan, un oggetto, né tantomeno un consiglio. L’arte è una discrezione del suo artista. A volte è mezzo, altre fine, specchio o vetro, critica o manifesto: non importa. Non dovrà mai importare nulla. L’arte è tale se a disegnarne il senso è soltanto il suo artista. A noi spetta la parte più bella: fermarci un attimo e lasciarci cambiare.
A noi giovani, continuamente di fretta, alla spasmodica rincorsa d’un futuro che vorremmo afferrare troppo in anticipo, questo non è stato mai concesso.

Tra i giovani secondo me in parecchi galleggiano in una superficialità dovuta ad un momento culturale difficile. Però sono molto più profondi, molto più di quello che si vede, dietro hanno tanto da dire. Solo che a volte sembra che si adattino a ciò che gli propina la società, quello mi dispiace. Però mi rendo conto che sia difficile, vi mettono a disposizione tutto ma poi è come se vi facessero sparare a salve”

Ad un certo punto della propria vita può capitare di sentirsi qualcun altro.
Ci si potrebbe addirittura rendere conto di esserlo sempre stati, in fondo. Non è mai un errore; né averlo nascosto né essersene accorti in ritardo. Perché poi, dopotutto, in ritardo da che cosa?
La nostra vita non è mai stata un appuntamento, nonostante la fatica tremenda che facciamo inconsciamente giorno dopo giorno nel fissarne uno e rincorrerlo. E chi l’ha mai detto che fissare un quadro in un museo per ore è tempo ben speso, mentre fermarsi un attimo a guardare un muro disegnato in strada è tempo sprecato?
Siamo sempre arrivati con insufficiente anticipo sulle cose veramente importanti, positive o negative che fossero. Lasciamo, per una volta, che il mondo si blocchi per qualche istante quando le riconosciamo; mai in pausa, ma in attesa; interrompiamoci.
L’arte è fermarsi un attimo.

Pubblicato da Andrea Scoscina

Mi sono ritrovato caporedattore di Zeta mentre scrivevo poesie e mi appassionavo di filosofia. Volevamo cambiare la nostra generazione, così abbiamo iniziato a pensare. Volevamo cambiare il mondo, così abbiamo iniziato a scrivere.