L’evoluzione politica di Renzi e che cos’è il caso Open

L’evoluzione politica di Renzi e che cos’è il caso Open

Da rottamatore a segretario, da Presidente del Consiglio a senatore: il rapporto di Matteo Renzi con la politica non è mai stato né semplice né banale. Esordisce nel Partito Popolare Italiano, confluito poi nella Margherita, storica antenata del Partito Democratico, fino a quando nel 2010 viene eletto sindaco di Firenze. In quel periodo organizza con l’amico Giuseppe Civati un’assemblea presso la stazione Leopolda di Firenze, destinata ad avere grande successo al punto da ripetersi ogni anno. Nelle primarie del 2013, dopo le dimissioni di Bersani, viene nominato segretario del Pd e somma a tale carica quella di premier, in sostituzione di Enrico Letta, diventando il più giovane capo di governo che l’Italia abbia mai conosciuto. Il 2014 è l’anno dell’effettiva ascesa di “Matteo re” (così lo chiamavano i suoi fedelissimi), anche perché ci fu un incontro storico con Silvio Berlusconi che portò alla creazione del Patto del Nazareno, in tema di riforme istituzionali. A Palazzo Chigi Renzi guida il suo partito al trionfo delle elezioni europee, superando addirittura il 40%. Conscio della grande popolarità ottenuta, lancia il Partito della Nazione, dipinto come l’unica alternativa al nichilismo e al disfattismo degli altri partiti politici. All’inizio del 2015 però il Patto del Nazzreno naufraga davanti alla scelta del nuovo Presidente della Repubblica, ossia Sergio Mattarella, e il clima favorevole inizia progressivamente a mutare. Dopo aver perso il referendum costituzionale del 2016, si dimette dalla carica di segretario, provocando una scissione da sinistra all’interno del Pd. L’annunciato declino diventa realtà alle elezioni del 2018, dove il bassissimo consenso ottenuto conduce Renzi a prendere del tutto le distanze dalla scena politica, anche se per poco tempo. Infatti, nel 2019 crea Italia Viva, un partito che si professa di centro e liberale, riformista e in contrapposizione sia al populismo che al sovranismo. Negli anni della pandemia si contraddistingue per la forte opposizione ai provvedimenti del Conte 2, fino ad innescare una crisi di governo, con il ritiro delle ministre Bonetti e Bellanova. Da allora il suo partito è calato vertiginosamente nei sondaggi, raggiungendo a malapena il 2%.

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse
05-12-2016 Roma
Palazzo Chigi. Conferenza stampa di Matteo Renzi dopo i risultati del referendum costituzionale
Nella foto Matteo Renzi
Photo Fabio Cimaglia / LaPresse
05-12-2016 Rome (Italy)
Palazzo Chigi. Press conference by Matteo Renzi after the results of the constitutional referendum
In the pic Matteo Renzi

Il caso Open

Nelle cronache degli ultimi giorni sentiamo riecheggiare spesso la frase “riesplode il caso Open”: di cosa si tratta e qual è il collegamento con l’attuale senatore? La procura di Firenze poco più di due anni fa aveva avviato un’inchiesta sulla fondazione Open, definita dai più come la “cassaforte” di Renzi. Nata nel 2012 con il nome di Bing Bang, essa aveva la funzione di sostenere l’attività politica dell’ex segretario del Pd e dei suoi fedelissimi. A capo della fondazione vi era l’avvocato Alberto Bianchi, mentre del consiglio di amministrazione facevano parte Maria Elena Boschi, Marco Carrai e Luca Lotti, tutti esponenti chiave del renzismo.

Erano stati raccolti, fino al 2017, oltre sette milioni di euro provenienti da donatori privati, i quali avrebbero investito per finanziare l’impegno politico dell’allora Presidente del Consiglio. A seguito del repentino calo di consensi, Bianchi propone di sciogliere la fondazione, tuttavia il cda dovette fare i conti con un profondo “buco” nel bilancio, ed è proprio su questo che si sono concentrate le attività investigative. Si inizia dunque ad indagare per capire dove siano finiti i soldi donati dal 2012 al 2018, anno della chiusura. La prima ipotesi che si è profilata è che almeno parte dei fondi si siano trasformati in finanziamento illecito ai partiti. Renzi ha subito voluto prendere le distanze dalla vicenda, affermando di essere stato vittima della tanto blasonata macchina del fango e sottolineando a più riprese che la fondazione ha sempre agito in modo trasparente.

All’undicesima edizione della Leopolda, conclusasi poco tempo fa, ha dichiarato che i fondi oggetto dell’inchiesta sono tutti tracciati e bonificati. Ma i sospetti dei pm sono sempre più consistenti: tra essi vi sarebbero mezzo milione di rimborsi erogati fino alla campagna elettorale del referendum del 2016, e i conti della struttura che doveva occuparsi della propaganda social alle primarie del Pd del 2017 e alle elezioni politiche del 2018. Secondo questa ricostruzione, la fondazione si sarebbe mossa come articolazione della corrente renziana. Sono indagate al momento 11 persone a cui vengono contestati a vario titolo i reati di finanziamento illecito ai partiti, corruzione, riciclaggio e traffico di influenze. Tra gli indagati figurano l’ex premier in quanto direttore di fatto della fondazione (benché non ricoprisse cariche dirigenziali all’interno), l’ex ministra e attuale capogruppo di Italia Viva alla Camera Maria Elena Boschi, il deputato del Pd Luca Lotti, l’avvocato Bianchi e l’imprenditore Marco Carrai. Per l’accusa nelle casse di Open, tra il 2014 e il 2018, sarebbero arrivati oltre 3,5 milioni di euro in violazione del divieto di finanziamento pubblico ai partiti, introdotto nel 2013. Ma il leader di Italia Viva non ci sta, punta duramente il dito contro la magistratura, precisando che a suo avviso si tratta di un’operazione politica (e non giuridica) fatta a regola d’arte, con un impatto mediatico impressionante. “Se volete capire come funziona la politica, dovete candidarvi in un partito e stare in Parlamento, non andare a prendere i telefonini di chi sta totalmente fuori da questa vicenda. E’ un processo kafkiano dichiara con fermezza.

La difesa di Renzi

Tuttavia, secondo la procura, quei 3,5 milioni di euro sono del tutto incompatibili con le attività di una fondazione, dal momento che sono stati utilizzati per organizzare partnership ed eventi con cui il senatore avrebbe consolidato il suo ruolo all’interno del Pd. Dalle carte dell’inchiesta spuntano una serie di documenti, chiamati Renzi papers, da cui emergerebbe una struttura di potere intorno al gruppo del “Giglio magico” (Bianchi, Lotti, Boschi, Carrai) in grado di riscrivere leggi ad hoc per i donatori più generosi. Sempre per l’accusa, infatti, la fondazione avrebbe ricevuto ingenti somme di denaro dalla “Toto Costruzioni” in cambio di trattamenti di favore da parte del governo dell’epoca. Giustappunto sono iscritte al registro degli indagati anche quattro società: la Toto Costruzioni, la Immobil Green, la British American Tobacco Italia spa e la Irbm spa. La British American Tabacco dovrebbe non essere nuova ai più; si tratta della seconda società più importante al mondo fra i produttori di sigarette, divenuta nel tempo uno dei principali finanziatori di Open, le cui donazioni avrebbero costituito il prerequisito per accedere a Renzi e ai suoi uomini. Non solo, nelle carte sono stati rinvenuti anche due bonifici da parte di Leonardo Bellodi, ex dirigente Eni in affari con il leader di IV, destinati ad Alberto Manenti che venne nominato dal governo renziano direttore dell’Aise, per poi finire nel cda di Monte dei Paschi di Siena. L’inchiesta ha portato alla luce persino una lettera scritta proprio da Renzi al pm che aveva mosso i primi passi nel caso Open, in cui il procuratore aggiunto Luca Turno veniva invitato a desistere dalle indagini. Generalmente sono i legali delle parti che si occupano di scrivere ai pm, tuttavia per il senatore la portata del problema imponeva che fosse lui personalmente a scrivere ai magistrati.

Nella sua appassionata autodifesa sul palco della Leopolda, l’ex premier redarguisce i magistrati sostenendo che Open altro non fosse che una fondazione culturale, e ribadendo che andrà in tutte le sedi civili e penali a chiedere loro i danni. Ecco perché i documenti rinvenuti risultano illuminanti nella comprensione delle dinamiche di questa complessa vicenda. Lo scenario che emerge dalle intercettazioni, dalle chat di gruppo, dalle email è del tutto differente, molto più drammatico di quanto si possa immaginare, dal momento che rivela una macchinosa struttura di lobbying, di nomine e di finanziamenti. Ad un certo punto però la situazione sfugge dalle mani, a causa dell’accumularsi di oltre un milione di debiti da pagare: i fedelissimi si mobilitano per recuperare nel minor tempo possibile le somme necessarie, così da evitare i decreti ingiuntivi, come si apprende da una chat tra Gianfranco Librandi e Luca Lotti. La strategia proposta dall’ex presidente Bianchi era invece quella di trasferire alcuni dei debiti dalla fondazione sui conti del Pd. Nonostante ciò, Renzi non si arrende e personalizza in maniera dirompente la vicenda, quasi banalizzando l’importanza degli atti acquisiti, e demonizzando a più riprese l’imparzialità dei magistrati. Afferma di essere in possesso di 4 prove schiaccianti contro le autorità che stanno indagando: Il pm di Firenze è lo stesso che ha arrestato mio padre per poi rilasciarlo, che ha arrestato mia madre per poi rilasciarla, lo stesso che ha investigato su mio cognato, su mia sorella e su di me in più di una circostanza. Da ciò si evince che abbia maturato una particolare, chiamiamola sensibilità, nei miei confronti ed io posso provare che in quattro passaggi egli ha violato la Costituzione. Ha violato l’art. 68. Per questo ho posto all’attenzione dei colleghi della giunta delle immunità del Senato non la richiesta di non essere processato, bensì che si prenda atto di una violazione della carta costituzionale. Io non ho violato le leggi, mentre il pm fiorentino ha violato la Costituzione. Per sequestrare i nostri telefonini hanno usato 300 persone, nell’ultima retata contro Matteo Messina Denaro erano in 150. Hanno sbagliato Matteo.”

La reazione dell’istituzione giudiziaria

Le reazioni a queste dichiarazioni di Renzi sono state a dir poco incandescenti. L’articolo 68 della Costituzione prevede che, in assenza di autorizzazione della Camera di appartenenza, nessun membro del Parlamento possa essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, e ad intercettazioni di conversazioni o comunicazioni. L’associazione nazionale dei magistrati ha risposto con una nota alle accuse “gravissime e inaccettabili” mosse dal leader di IV: “Sono parole che gettano discredito non solo e non tanto sui magistrati impegnati in quel procedimento ma sull’intero ordine giudiziario. Provenendo da un autorevole esponente politico, che ha rivestito anche in passato alte cariche istituzionali sono capaci di ingenerare disorientamento nell’opinione pubblica e di minare la fiducia dei cittadini nell’Istituzione giudiziaria. Per questa ragione si avverte l’esigenza di ribadire che, fermo il diritto di critica delle azioni della magistratura e l’inviolabile diritto di difesa di qualunque imputato, il loro esercizio, specie ad opera di rappresentanti della politica, debba sempre essere ispirato al rispetto dell’autonomia e della indipendenza della giurisdizione, capisaldi di una democrazia.” Naturalmente, come in ogni cosa, chi ha lana la filerà e poi la tesserà. Se le indagini condurranno ad un effettivo processo, il compito dei giudici sarà quello di verificare se lo scopo di Open fosse quello di organizzare gli appuntamenti della Leopolda, oppure se vada considerata come un organo di partito, secondo la tesi della procura.

L’indignazione di Renzi però non si ferma qui, dal momento che dagli atti dell’inchiesta è emerso anche il suo conto corrente, pubblicato in esclusiva da Il Fatto Quotidiano, storico nemico del senatore. Dal conto corrente si apprende di incassi milionari relativi agli ultimi due anni e legati alla sua attività di conferenziere. In Italia, svolgere un doppio lavoro non è vietato, nonostante l’UE chieda da tempo di approvare una normativa sul tema. I regolamenti delle Camere non disciplinano i conflitti di interesse dei parlamentari, né prevedono norme specifiche sugli incarichi presso enti stranieri. Un blando riferimento è presente solo nel Codice di condotta dei deputati, in cui si richiede una maggiore trasparenza nella dichiarazione delle proprie attività patrimoniali e finanziarie, dei finanziamenti ricevuti nonché delle cariche ricoperte in qualunque ente o società di carattere pubblico o privato. Andando a spulciare il lungo elenco di coloro che pagano Matteo Renzi per le conferenze tenute in varie parti del mondo, appaiono i nomi di una società fondata da Alessandro Benetton, di un quotidiano coreano, del ministero delle finanze dell’Arabia Saudita e della la più importante banca svizzera (Julius Bär). A questo punto è necessaria una riflessione comparatistica. George Osborne e Peer Steinbrück sono stati due grandi uomini politici, il primo considerato il possibile successore di Theresa May a Londra, il secondo invece il successore di Angela Merkel in Germania. Entrambi, però, si sono ritirati a vita privata a seguito degli scandali riguardanti diversi finanziamenti privati incassati dagli stessi mentre ricoprivano la carica parlamentare. I conflitti di interesse in molti Paesi europei, come Francia e Spagna, sono regolamentati a livello legislativo e sussiste un’esplicita incompatibilità non solo tra la carica governativa e lo svolgimento di una professione privata, ma il divieto si estende anche a tutti i parlamentari. In Gran Bretagna, nonostante essa rappresenti la culla della cultura liberale, i conflitti d’interesse vengono stigmatizzati socialmente, al punto da ritenere inutile l’approvazione di leggi per regolare pratiche che dovrebbero essere vietate dal buon senso. Alla domanda se trovasse inconciliabile l’attività di conferenziere all’estero con quella di leader politico, Renzi risponde fermamente di no: “Lo fanno in tutto il mondo. Ho l’impressione che usino questo argomento perché vorrebbero farmi smettere di fare politica, non di fare conferenze. Più che smettere io di fare politica, sarebbe bene che iniziassero loro a fare politica. Se ne sono capaci, naturalmente.”

Fattore etico

Max Weber considerava solo due categorie di politici: chi vive per la politica, e chi invece vive di politica. Pur non essendo vietato che un’esponente del Parlamento svolga conferenze che esulano dalle sue prerogative istituzionali, c’è un fattore importantissimo da considerare, uno dei fattori che probabilmente ha inciso di più sul calo vertiginoso dei consensi, ossia l’eticità. Quanto c’è di etico nel prendere soldi da società ed istituzioni esteree, essendo un politico in carica? Quanto c’è di etico nel non essere stato presente il giorno in cui si votava la tagliola al ddl Zan, perché occupato a tenere una conferenza in Arabia Saudita, insieme al principe Bin Salman, che l’ONU ritiene essere il mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Kashoggi? Va certamente ricordato che quella che in passato Renzi definì la “nuova culla del Rinascimento”, sottopone gli omosessuali a pene corporali e in alcuni casi li condanna anche a morte. Ivan Scalfarotto di Italia Viva ha presentato un emendamento volto ad estendere la legge Mancino anche ai reati di omofobia, transfobia e abilismo. Proposta fin da subito accolta da Matteo Salvini, fintantoché non si tirino in ballo bambini, libertà educativa e libertà di pensiero. Proposta non accolta dal Pd, che ritiene l’operato dei renziani altamente ipocrita e inconsistente, ribadendo di non voler più intrattenere alcun tipo di rapporto con essi. Tuttavia, come affermava Seneca nel De Consolatio: “Nihil perpetuum, pauca diuturna sunt”, nulla è per sempre e poche cose perdurano.

Difatti nei prossimi due mesi, in vista delle elezioni del nuovo Presidente della Repubblica, ci saranno equilibri politici molto fragili che verranno messi in discussione, soprattutto perché con la maggioranza odierna, fortemente disomogenea, né la sinistra né la destra hanno i numeri per eleggere in autonomia un Presidente “di parte”. Morale della favola: tutti i partiti, anche minori come Italia Viva, avranno voce in capitolo e i rapporti politici potrebbero mutare.

Pubblicato da Tonia Benincasa

Campana, classe 2000, appassionata di cultura classica e di inclusività. Scrivo da quando ne ho memoria, per diletto e per dedizione verso la buona informazione. Studio il diritto e mi nutro di vicende politiche, facendo dell'anticonformismo il mio stile di vita. Come Sofocle, credo che la grazia dell'audacia sia l'arma migliore per cambiare il mondo.