Le raccolte firme online ci porteranno a una democrazia digitale?

Le raccolte firme online ci porteranno a una democrazia digitale?

È impossibile dimenticare come fino a qualche mese fa, i nostri social fossero intasati di informazioni sui nuovi referendum digitali. Navigare attraverso i vari network equivaleva a un costante monito: “hai già firmato per il referendum eutanasia legale? E per la legalizzazione della cannabis?”

Effettivamente firmare è stato così facile, che non ci siamo resi conto di aver creato un precedente di democrazia digitale sensazionale nel nostro paese. In poche settimane è stato raggiunto – e superato – il valore soglia delle 500.000 firme necessarie per richiedere un referendum abrogativo.
Si tratta senza dubbio di uno strumento di democrazia diretta attraverso il quale il corpo elettorale è chiamato a decidere sull’abrogazione totale o parziale di una legge. Tale strumento ha una natura straordinaria, in quanto non è previsto che il corpo elettorale sostituisca il Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni legislative.

Il dibattito sulla firma digitale

Proprio la caratteristica di straordinarietà di questo strumento, ha innalzato un dibattito in materia. In molti infatti hanno ritenuto che l’introduzione della firma digitale abbia reso possibile una mobilitazione più veloce della base elettorale. Si ritiene anche ormai, che il valore-soglia sia obsoleto e, a sostegno di tale tesi, si evidenzia che la popolazione rispetto al 1947 (anno in cui il valore è stato fissato) è aumentata. A tal proposito una nuova soglia proposta, mantenendo l’originario rapporto referendum-firme, è quella di circa 920.000 firme.

D’altra parte, studiosi come il celebre costituzionalista Sabino Cassese, si sono soffermati su aspetti come la maggiore democraticità e inclusività della raccolta firme, che avrebbero ridato nuova efficacia e importanza a uno strumento costituzionale da tempo indebolito e sempre meno capace di coinvolgere i cittadini. La novità della firma digitale sarebbe in grado di riportare l’attenzione del Parlamento su tematiche importanti e che in passato aveva ignorato.

Ad ogni modo, le preoccupazioni sono tante: una di queste, che ad una lettura superficiale potrebbe sembrare poco democratica, è la possibilità che aumentino in modo incontrollato le richieste di referendum, facendo perdere al suddetto strumento il suo significato originario.
Il rischio è che così facendo il referendum possa diventare qualcosa di più simile a un sondaggio, che possa delegittimare il Parlamento finanche diventare soggetto di campagne politiche a fini di consenso.

A pochi mesi di distanza, comunque, possiamo ammettere che la situazione non è così drammatica. La maggior parte dei costituzionalisti sono rimasti fiduciosi, riflettendo sul fatto che sì, il processo di raccolta delle firme è stato potenziato e velocizzato, ma le fasi successive sono rimaste invariate e sotto il controllo istituzionale. Inoltre, l’iter di organizzazione rimane comunque un processo lungo, anche costoso e complicato e quindi sostenibile solo da alcune associazioni.

Ci troviamo quindi di fronte a un caso da “molto rumore per nulla”? No. Le discussioni nate in seno alla questione della firma digitale hanno un retaggio più lontano nel tempo, che si ricongiunge a quello generale delle preoccupazioni intorno alla democrazia digitale.
Ma come si arriva a pensare una democrazia digitale?

Il declino della Democrazia rappresentativa

Tutto nasce dal declino della democrazia rappresentativa, anzi, della democrazia in generale.
I regimi democratici contemporanei, di fatto, sono da tempo entrati in una fase evolutiva controversa, in cui alle tipiche istituzioni liberali fa da contraltare la crisi del caratterizzante della democrazia, ovvero la partecipazione attiva delle masse. Un esempio lampante lo abbiamo avuto con le elezioni amministrative e comunali di qualche settimana fa, dove l’astensionismo era stato senza precedenti.

Un altro elemento che fa comprendere la gravità della situazione, è la perdita del termine “democrazia” tout court, che viene accompagnato da qualificazioni sempre più specifiche («rappresentativa», «liberale», «parlamentare» o «presidenziale», «elettorale», «sociale», «digitale» ecc.)
Proprio nella classe politica, dunque, si sono cercate delle soluzioni che riportassero dignità e partecipazione. Spesso ipotizzando un utilizzo maggiore di strumenti di democrazia diretta, fondati su referendum propositivi e su comunicazioni, informazioni e interventi diffusi via internet, ma anche superando radicalmente la democrazia elettorale.

Ma che cosa si intende per democrazia rappresentativa? La democrazia rappresentativa è una forma di governo democratica nella quale i cittadini, aventi diritto di voto, eleggono direttamente dei rappresentanti per essere governati. 

Questa definizione rischia però di essere troppo limitante, dimostrando una scarsa idoneità al modello partecipativo. Focalizzare il vero significato della democrazia sul momento elettivo infatti, riduce notevolmente l’esercizio di sovranità dei cittadini, che si estrinseca quasi esclusivamente all’interno delle urne, nell’atto del voto che viene reiterato poi a distanza di anni. Ne consegue che gli elettori non si sentono coinvolti attivamente nelle decisioni e nella discussione politica, perdendo anche l’interesse nella manifestazione della propria volontà. 

Le critiche al modello rappresentativo si erano attenuate fra il dopoguerra e gli anni ’80, quando è avvenuto il passaggio tra il parlamentarismo del primo Novecento (espressione di partiti notabili) e la formazione di partiti di massa, che mostrava ampie capacità di coinvolgimento della base elettorale.
Alla fine degli anni ’90 tuttavia, con il crollo del sistema sedimentatosi nei decenni precedenti, i problemi sono riemersi più forti di prima.

La forte delusione nei confronti dei partiti, non più portavoce della massa, ma smascherati nel loro lato corrotto e personalistico, ha portato verso una nuova fase. Il vecchio ruolo di mediatori è stato soppiantato da veri e propri centri di potere autoreferenziale, dei comitati elettorali al servizio di un capo. È questo a instaurare un nuovo rapporto con la società basato su una comunicazione altamente tecnologica.

Riflessioni sulla Democrazia digitale

Di questo nuovo rapporto ne aveva già parlato Bernard Manin, con la teoria della “democrazia del pubblico” (audience democracy). Questa riguarderebbe in particolar modo gli Stati membri dell’UE, nei quali lo spazio dedicato alla rappresentanza è andato sempre più a coincidere con quello di un confronto unilaterale tra leader e opinione pubblica, a scapito della partecipazione.

A fare una panoramica generale è Pietro Grilli di Cortona ne «Le Trame della Democrazia». Il professore spiega che coloro i quali avvertono sfiducia verso le attuali istituzioni rappresentative, ritengono di aver trovato uno sbocco alternativo, che consisterebbe nella democrazia elettronica.
I pilastri a sostegno di una nuova “ideologia della rete” sono i seguenti:

  1. Consultazione del popolo su singole issues o candidature a cariche istituzionali
  2. Trasparenza totale nei processi decisionali e ripresa diretta, in streaming dei principali momenti di discussione e decisione
  3. Elezione diretta dei candidati
  4. Abolizione del voto segreto
  5. Introduzione del vincolo di mandato e possibile revoca dei rappresentanti

Grilli di Cortona ci segnala però anche degli importanti esempi a sfavore di questa possibilità. Il primo è Bobbio, per il quale l’ipotesi di una futura “computer-crazia” è puerile: a giudicare dal numero di leggi emanate ogni anno in Italia, un cittadino sarebbe chiamato a esprimere il proprio voto almeno una volta al giorno.

Heinz Eulau e Paul Karps si sono concentrati sul problema della relazione fra volontà e interesse, per cui i cittadini sanno cosa vogliono ma non sanno di cosa hanno bisogno. In sostanza secondo questa tesi, un’eventuale e-democracy porterebbe a un’ulteriore idealizzazione della democrazia come strumento del raggiungimento della felicità e non come mezzo pragmatico per l’organizzazione della società.

Ad oggi, è possibile la Democrazia digitale?

Nonostante la Democrazia digitale sembri all’apparenza parecchio vicina, questo non rispecchia del tutto la realtà. All’atto pratico, ancora oggi la sua applicazione rivela non pochi lati critici e potremmo dire che gli svantaggi superano i vantaggi.

Anzitutto, l’uso esteso di internet avrebbe come “effetto indesiderato” di indebolire le identità collettive e quindi, di moltiplicare la personalizzazione anziché scoraggiarla, incoraggiando figure particolarmente carismatiche e dotate di comunicazione personale.

In aggiunta, si creerebbero dei gruppi sul web di “amici” (interni), contrapposti a gruppi di “nemici” (esterni) che riducono la possibilità di mediazione e di incontro, favorendo le spaccature e le conflittualità.

Infine, con l’avvento della democrazia digitale, crollerebbe uno dei capisaldi del sistema costituzionale italiano, ovvero il divieto di mandato vincolante previsto dall’art. 67 Cost.
Ragionando superficialmente, l’abolizione di questo divieto sembra ideale, dal momento che permette l’identificazione puntuale della volontà del rappresentante con quella dell’elettore. Eppure, allo stesso tempo, non sarebbe più possibile una ricerca di compromesso tra forze politiche che in più di un’occasione si è rivelata vitale per la stabilità politica.

Risulta dunque chiaro, alla luce di quanto detto, che nell’attuale contesto storico la democrazia rappresentativa, per quanto fallace, non può essere sostituita da una democrazia diretta digitale piena.
Nonostante ciò, elementi di democrazia diretta a integrazione di quelli rappresentativi, si stanno rivelando particolarmente efficaci a risollevare l’essenza di una democrazia rappresentativa in ginocchio.

Pubblicato da Mirea Migali

Studentessa di Scienze Politiche, interessata a politica internazionale e attivismo, sin da piccola amo perdermi nei classici della letteratura ed esprimermi attraverso la scrittura.