A che punto siamo con l’elezione del Presidente della Repubblica

A che punto siamo con l’elezione del Presidente della Repubblica

Si è da poco concluso il G20 di Roma, proprio come la COP26 fondamentale per il futuro climatico del pianeta a cui ogni leader mondiale deve guardare. Nel prossimo periodo le Camere non faranno altro che discutere della Legge di Bilancio con cui chiudere l’anno. Eppure, nonostante questa mole di temi e di argomenti, al centro del dibattito di tutti i partiti italiani resta sempre primaria l’elezione del Presidente della Repubblica. 

L’Articolo 85 della Costituzione prevede che trenta giorni prima della scadenza dell’attuale Presidente della Repubblica, il presidente della Camera convochi il Parlamento in seduta comune insieme ai delegati regionali. 630 deputati, 321 senatori e 58 delegati regionali (tre per Regione, due di maggioranza e uno di opposizione, eccezion fatta per la Valle d’Aosta che ne ha solo uno). In questo senso Roberto Fico dovrebbe convocare i 1009 soggetti della “tornata elettorale” entro il 4 gennaio, visto che Mattarella aveva giurato il 3 febbraio 2015.

Dopo la chiamata le Regioni dovranno avere del tempo per scegliere i loro delegati, ed ecco che il giorno della prima votazione potrebbe arrivare non prima di metà gennaio. Insomma, di tempo ne manca ancora molto ma i partiti si sono già iniziati a muovere per l’occasione. Ma perché tanta fretta? Solitamente tutti i nomi che vengono fatti con così tanto preavviso vengono usati per tastare il terreno e valutare la reazione di tutte le parti politiche.

Al momento i nomi più gettonati per il Quirinale sono quello di Sergio Mattarella e di Mario Draghi, e proprio queste due nomination dovrebbero far riflettere sul funzionamento del sistema elettorale.

Draghi e Mattarella

Da una parte il bis di un Presidente uscente, dall’altra il passaggio dell’ex Bce da Palazzo Chigi al Quirinale. Il limite in questo senso è da ricercare nel fatto che le parti politiche chiamate in causa non riescano a individuare soluzioni alternative a queste appena descritte. L’arrivo di Draghi alla presidenza del consiglio ha mostrato come per uscire dalla crisi politica si sia stati costretti a chiamare un soggetto esterno, un tecnico. Non c’erano alternative oltre al voto, cosa che in un periodo di crisi dovuto alla pandemia da Covid-19 sembrava ovviamente la scelta meno saggia.

Adesso che però si avvicina il momento per i partiti di riprendere il centro della scena la crisi continua ad essere presente. Non ci sono alternative? Non esiste la possibilità di individuare una figura forte che metta tutti d’accordo e che non sia Draghi? Perché generare un nuovo precedente con un doppio mandato a Mattarella nonostante i suoi continui tentativi di dissuadere le parti a questa scelta? L’Articolo 49 della Costituzione spiega come «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Ma quando inizia a perdere di forza la stessa natura dei partiti, ossia gli associati, va in crisi anche la funzione stessa di quest’ultimi.

Prima il compito era quello di aggregare le persone e trasmettere un messaggio, ma ora, come sottolineava Alessandro Pizzorno, la politica non è più capace di programmare, di disegnare un avvenire indicando il modo in cui realizzarlo nel lungo periodo.

La crisi strutturale dei partiti e delle loro scelte

Queste considerazioni consentono di capire come la distanza tra partiti ed elettori sia ormai massima.  In ballo non c’è solo l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica ma anche quella del prossimo Presidente del Consiglio. La scelta del Quirinale dovrà andare per forza di cose nella direzione che l’Italia sta scegliendo di seguire sul piano internazionale. Servirà una figura atlantista, fortemente europeista e che sappia dare fiducia sui mercati e agli alleati internazionali. In questo senso la descrizione calza a pennello con quella di Mario Draghi, che così facendo però perderebbe la possibilità di guidare il Paese durante l’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Ma oltre alla crisi dei partiti, che porta a una mancanza di candidati per questo ruolo fondamentale, si porrà anche il problema dell’avere i numeri per eleggere il Presidente. Nelle prime tre votazioni il candidato avrà bisogno di una maggioranza qualificata. Cosa difficile vista la polarizzazione dell’attuale Parlamento. Più semplice pensare direttamente alla quarta chiamata, ma anche qui non mancano i problemi. In questo caso per eleggere il prossimo Presidente ci sarà bisogno di una maggioranza assoluta, ossia di 505 voti. Attualmente però nessuno dei due schieramenti, centrodestra e centrosinistra, vanta questi numeri. Volendo infatti generalizzare si può dire che il Cdx abbia a propria disposizione 451 voti, mentre il Csx ne conti 442.

Insomma, a entrambi mancano le preferenze per poter arrivare a dama. Non è dunque questione di nomi ancora, quanto piuttosto di avere una strategia comune. Solo che nonostante gli schieramenti siano ben distinti, nessuno sembra andare davvero verso una direzione presa di comune accordo. Il M5S cerca di ritrovare fiducia con l’arrivo di Conte, ma sono evidenti i malumori interni resi palesi durante dalla votazione del nuovo capogruppo del Senato. C’è il PD di Letta, che si gode la vittoria delle amministrative e che però deve mediare continuamente con gli alleati e con gli altri partiti della maggioranza, con cui non corre buon sangue. La Lega si divide, sulla carta, e costringe Salvini a convocare una riunione per affermare la sua leadership. Fratelli d’Italia sarà parte fondamentale per puntare a Palazzo Chigi, ma per tenere buono il partito di Berlusconi servirà quantomeno provare a sostenere l’elezione del Cavaliere al Quirinale, anche se non tutti sembrano convinti si possa riuscire in questa manovra. Stesso discorso vale per Fratelli d’Italia, che ambisce a diventare il primo partito tra gli italiani. Poi ci sono i vari aghi della bilancia, i gruppi di “centro” come Italia Viva, che giocheranno un ruolo chiave con il loro pacchetto di voti ma che rischiano con la nuova legislatura di restare tagliati fuori. 

Ogni analisi va inoltre fatta tenendo a mente che nelle prossime elezioni politiche il numero dei parlamentari diminuirà e dunque molti degli attuali occupanti del Parlamento non rientreranno. Per questo sono molti i senatori e i deputati che spingono per arrivare fino a fine legislatura. Una serie di fattori che costringe tutti a lavorare con l’unico obiettivo di non andare a casa. Il motivo sarebbe anche il fallimento del PNRR, inattuabile durante una tornata elettorale. Che fare dunque?

Cosa accadrebbe in caso di un’elezione di Draghi?

La risposta più solida che prende forma in queste giornate non può dunque che essere quella della conferma di Sergio Mattarella. Ci sarebbe il precedente di Napolitano che rischierebbe di diventare prassi pericolosa secondo alcuni, ma le condizioni che portarono alla sua rielezione sono del tutto diverse da quelle attuali. Ecco allora prendere quota la variabile Mario Draghi, che sarebbe il primo Presidente del Consiglio a diventare Presidente della Repubblica quando ancora in carica. E allora come gestire questo possibile passaggio visto che non esiste un precedente?

L’Articolo 84 della Costituzione prevede che «l’ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica». Ergo, Draghi in caso dovrà scegliere quale carica vestire. Allo stesso tempo però il Paese non può restare senza Presidente della Repubblica o del Consiglio. Per questo motivo l’ex Bce dovrà rimettere il proprio incarico nelle mani di Mattarella. Così facendo si aprirebbe una crisi e il Consiglio dei Ministri potrebbe essere guidato momentaneamente dal Ministro più anziano, Renato Brunetta. Il Presidente della Repubblica uscente dopo un giro di consultazioni sceglierebbe la figura in grado di trovare un equilibrio nella maggioranza. I rischi però arrivano proprio durante questo passaggio.

Non è detto che il governo di unità Nazionale funzioni anche senza Mario Draghi e quindi la schiera di partiti che siedono all’opposizione potrebbe crescere. Si metterebbe allora in discussione la riuscita del delicato passaggio da Palazzo Chigi al Quirinale. Va anche detto che per Draghi si potrebbe comunque non seguire questa prassi e chiudere un occhio, con un passaggio rapido e senza inciampi per i vari Ministri, ma resterebbe sempre il problema del peso della sua figura. I mercati e i soggetti internazionali tengono in considerazione l’ex Bce, e dunque l’Italia, perché riveste il ruolo di Presidente del Consiglio. Ma dal Colle non sarebbe la stessa cosa, è evidente.

Non è un caso che sia lo stesso Ministro dello sviluppo economico Giorgetti a ricordare a tutti come in caso di passaggio di Draghi al Quirinale poi servirebbe rivalutare il semipresidenzialismo. Riprendendo così le considerazioni che Mario Bracci, fondamentale figura della politica italiana del secondo dopoguerra, inviava all’allora Presidente Gronchi, si potrebbe dire che la Repubblica stando allo spirito della Costituzione possa seguire questa flessione. In quel caso Bracci si riferiva a un regime di tipo presidenziale, che prevedeva la guida del Presidente della Repubblica sull’operato del governo. Ma sarebbe possibile accettare tutto questo per i partiti che in Parlamento eleggono il Presidente del Consiglio? 

Certo, il semipresidenzialismo de facto è già avvenuto in passato, basti pensare al 2011 quando Napolitano fu garante con figure come Obama e Merkel della fine del governo Berlusconi e dell’esplosione dei mercati finanziari che portò Monti a Palazzo Chigi. Ma erano situazioni differenti, che non prevedevano una gestione alla francese dell’intero settennato. I poteri del Presidente della Repubblica esistono ovviamente, e lo stesso Mattarella oltre alla “moral suasion” ha aperto e chiuso la propria fisarmonica in più occasioni in questi anni, ma qui si sta parlando di modificare regole che sono interpretate da sempre esclusivamente in un modo solo: quello che siamo abituati a vedere ogni giorno. L’avvertimento di Giorgetti allora serve forse a far capire alle parti chiamate a discutere del nuovo inquilino del Colle che Draghi è molto più autorevole se resta dove si trova adesso. Resta dunque da capire quale sarà il nome che sarà in grado di attirare le simpatie di tutti. Tenere Draghi anche dopo la fine della legislatura a prescindere dalla tornata elettorale? Solo il tempo darà delle risposte.

Pubblicato da Lorenzo Giannini

Da sempre affascinato dalle vicende della politica e delle istituzioni. Provo a osservare, interpretare e soprattutto raccontare. L’importante è non fermarsi mai a una prima lettura, le sfaccettature del mondo sono sempre infinite.