L’ansia è il grande male del XXI secolo

L’ansia è il grande male del XXI secolo

La psicoanalisi, nel fornire la propria definizione classica, qualifica l’ansia come un “sintomo-segnale”.
Esistono delle pulsioni nell’uomo che anelano d’essere soddisfatte, ma l’Io si crea dei meccanismi di difesa; come se quegli stimoli che arrivano alla mente venissero percepiti da rimuovere, pericolosi. Ed è proprio questo che l’ansia rappresenta: un segnale di pericolo.
Le pulsioni rimosse, gli stimoli di cui la mente ha paura, cercano di venire fuori, trasferendosi dalla psiche al corpo.
L’apprensione, la preoccupazione, il terrore, oltrepassano il confine della psiche per diventare più che concreti tremolii, palpitazioni, nausea, tremori e respiro corto.

L’ansia è un’emozione base, ma non in sé negativa: serve a porci davanti alle situazioni di difficoltà con l’abilità di proteggerci dalle stesse. Non è un caso che anche gli animali più piccoli, persino gli insetti o i pesci, siano dotati di un meccanismo di difesa di questo tipo.

Un’emozione portata all’estremo

Nell’uomo, tale emozione ansiosa è certamente più complessa è sviluppata: gli esseri umani la percepiscono dapprima a livello inconscio e poi riescono ad esserne consapevoli proprio perché emergono tutti i sintomi fisici prima descritti. Lo sviluppo emotivo dell’ansia può però proseguire fino all’estremo, trasformandosi in un disagio.
La soglia del pericolo si abbassa al punto da percepire elementi comuni nella nostra quotidianità come minacce. Il normale dispiegarsi della realtà diventa troppo pesante da sopportare.
Quello che è un meccanismo che dovrebbe aiutarci ad affrontare la vita, diventa un ostacolo alla vita stessa.

Il grande male del XXI secolo

Delineiamo una differenza tra “l’ansia di fatto”, che si manifesta nell’affrontare una specifica situazione di stress, e “l’ansia di tratto”, che è invece l’atteggiamento costante di agitazione di un soggetto: un’asia generalizzata.
L’ansia generalizzata è il grande male del XXI secolo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ne parla come di una vera e propria epidemia: solamente nel nostro paese, l’85% degli italiani soffre di ansia.
Una grossa porzione di chi ha problemi di questo tipo, presenta la cosiddetta “sindrome di burnout”, l’esaurimento da lavoro. Non è un mistero che il mondo del lavoro sia esponenzialmente più competitivo rispetto al passato, tendendo inevitabilmente a schiacciare ed esaurire le persone. Tra queste, a soffrirne maggiormente sono le donne e i lavoratori impiegati in professioni di aiuto e di emergenza (come medici, infermieri, pompieri, poliziotti).

Un fenomeno studiato dall’antica Grecia a Sigmund Feud

L’analisi dei meccanismi ansiosi risale all’epoca greca, quando ci si appellava con il termine “pantofobia”; etimologicamente “paura di tutto”.
Già Aristotele nell’Etica Nicomachea parlava di persone in costante stato di tensione: “L’uomo che è per natura portato ad avere paura di tutto, anche dello squittio di un topo”.
L’espressione viene trasposta in latino per la prima volta da Caelius Aurelianus nel V secolo, nel suo studio dei termini medici greci. Gli autori del suo tempo erano soliti tradurre tale emozione nelle parole “ianis metus”: paura vana, paura vuota, paura inutile.

Nel 1700, scrive ampiamente sul tema il francese Boissier de Sauvages. I suoi scritti rappresentano un salto importantissimo dalla medicina classica a quella moderna. De Sauvage parla dell’ansia come di terrore notturno oppure come improvvise e ingiustificatamente drammatiche reazioni a suoni e immagini, dovute ad una sensibilità esacerbata. Quando invece incontriamo gli studi di Freud nel 1895, incontriamo per la prima volta il termine ansia. Con più esattezza, Freud parla di “angstneurose”, che potremmo tradurre come “neurosi ansiosa”. Non è un caso che la parola “angst” in tedesco voglia dire anche paura, terrore, inquietudine.
Freud ricollega l’ansia all’accumulo di eccitazione sessuale – teoria ad oggi superata- toccando però dei punti fondamentali ripresi in successive teorie sul tema.
L’ansia, dice il padre della psicanalisi, è tutta legata alle aspettative che le persone tendono a crearsi.

L’ansia è l’ingombrante inquilina del nostro tempo

L’ansia viene spesso rappresentata come un elemento esterno a noi, una presenza nera che turba più o meno ampiamente le persone.
Eppure il dilemma è proprio che l’ansia non è “altro da me” ma “dentro di me”; è una fine creazione della mente, un sussurro di angoscia non all’orecchio ma dentro la testa.
Pervade i gesti e le parole, si appoggia indisturbata negli spazi che spetterebbero al coraggio, fa radici dove si conserva la forza e copre il panorama quando cerchiamo di guardare fuori dal nostro micro cosmo. L’ansia, soprattutto, esige solitudine.
Perché è un inquilino ingombrante del nostro tempo, che si prende tutta l’energia e non lascia niente da offrire agli altri.
Dall’intraprendere un percorso psicologico e psicofisico al rimodellamento di alcuni aspetti della società moderna, le soluzioni per attenuare e responsabilizzare il nostro modello di ansia odierno esistono. Innanzitutto bisognerebbe imparare a trattarla per quel che realmente è: un’emozione. Come l’amore, come l’odio, come tutto quello che, in fin dei conti, reputiamo le ragioni delle nostre vite.

Pubblicato da Giulia Matarazzo

Giulia Matarazzo, classe 2000. Studio Giurisprudenza ma nella mia testa sono la protagonista di Midnight in Paris. Se mi faccio una domanda, la risposta la scrivo