Il 2021 da incubo del Texas: con le nuove leggi è ritorno al Far West

Il 2021 da incubo del Texas: con le nuove leggi è ritorno al Far West

Il più grande per estensione dei cosiddetti Stati Uniti contigui (cioè quel blocco di stati che confinano tra loro escludendo i confini esterni, quindi non considerando l’Alaska e le Hawaii) e secondo per popolazione dietro la California, il Texas è uno degli stati più ricchi ed avanzati del paese. Le sue grandi città, tra cui Houston, Dallas, Austin e San Antonio, sono realtà tra le più progressiste degli Stati Uniti, che farebbero del Lone Star State la decima economia mondiale se fosse uno stato a parte. Purtroppo, la classe dirigente a livello statale non rispecchia questa situazione, essendo formata in gran parte da repubblicani e ultra conservatori che nel solo 2021 hanno approvato quasi 700 leggi dal carattere estremamente restrittivo, che sono entrate in vigore l’1 settembre. Dal diritto all’aborto negato e all’impossibilità possibilità di gareggiare negli sport femminili per le ragazze transgender: questi sono solo due delle numerose battaglie prioritarie dell’agenda iper-conservatrice della classe politica dello Stato, in evidente contrasto con il progressivo spostamento verso sinistra da parte della popolazione texana.

L’aborto è ormai illegale in Texas

Da decenni ormai il Partito Repubblicano sta cercando di annullare Roe v. Wade, storica sentenza della Corte Suprema che nel 1973 sancì la costituzionalità della libertà delle donne di scegliere di ricorrere all’interruzione di gravidanza. Quest’anno, 19 stati hanno introdotto circa 100 provvedimenti che in misura diversa intendono limitare (se non proprio reprimere del tutto) tale libertà. Tuttavia, la legge approvata ed entrata in vigore in Texas è quella che ha fatto discutere di più.

Si tratta di una legge, la SB8, che vieta l’aborto non appena venga rilevato un battito cardiaco nel feto, solitamente alla 6ª settimana di gravidanza (da qui, il nome “Heartbeat Bill”, la legge del battito cardiaco). Non è prevista alcuna eccezione, nemmeno per i casi di stupro, incesti o diagnosi di anomalie fetali, ma solo se è a rischio la salute fisica della madre. Di fatto, questa legge mette fine alla possibilità delle donne di interrompere la gravidanza, considerando il fatto che è assai improbabile che una donna sia consapevole di essere incinta alla sesta settimana e che tra l’85 e il 90% degli aborti in Texas avvengono dopo questo lasso temporale. Lo stesso governatore Greg Abbott, in risposta ad una domanda dell’attivista progressista Lauren Windsor che si è finta una sua sostenitrice pro-life e gli ha chiesto un autografo, ha esplicitamente detto che “praticamente, abbiamo abolito l’aborto in Texas”. Ma la novità della legge texana non sta tanto nell’enorme restrizione della libertà e dei diritti riproduttivi delle donne, ma piuttosto nella modalità di implementazione della legge stessa.

Il Governatore del Texas, Greg Abbott

Infatti, la legge consente a qualsiasi cittadino statunitense di citare in giudizio cliniche, medici e chiunque assista in un aborto in Texas. In caso di successo, il firmatario della causa, che invece non deve necessariamente risiedere in Texas, riceverà un premio di $10.000 e il rimborso delle spese legali. Insomma, si verrà a creare un esercito di cacciatori di taglie, che da ogni parte degli USA potranno inondare di cause legali le cliniche che effettuano l’aborto, per le quali sono già stati limitati i fondi e le risorse in stati repubblicani come il Texas. Anche nei casi in cui risultassero vincitrici nelle cause, il dispendio di tempo e risorse sarebbe non indifferente. Come spiegato da Josh Blackman, professore al South Texas College of Law di Houston, “ogni cittadino ora è un procuratore generale privato“. Non è quindi la legge a prevedere sanzioni penali per un comportamento, ma sono i cittadini ad assumere il compito esclusivo di far rispettare la legge, trasformando il tutto in una questione privata. In questo modo, almeno teoricamente, il Texas non starebbe violando Roe v. Wade.

Proprio questo stratagemma renderà difficile un intervento giudiziario sulla legge. Nonostante le associazioni pro-choice abbiano annunciato battaglia sin dall’approvazione della legge lo scorso maggio, l’SB8 è entrato in vigore l’1 settembre, come da calendario. Ciò è avvenuto anche grazie all’inazione della Corte Suprema, che ha rigettato la richiesta di bloccare l’entrata in vigore della SB8. Sia ben chiaro, la Corte non si è espressa sulla costituzionalità della legge in questione, ma ha respinto l’istanza perché tale richiesta presentava “questioni procedurali complesse e nuove” che i ricorrenti non avrebbero adeguatamente affrontato.

Il 6 ottobre, il giudice federale Robert Pitman aveva temporaneamente bloccato la legge, ma come prevedibile, la Corte d’Appello del Quinto Circuito (tra le più conservatrici del paese) ne ha ripristinato l’applicazione appena due giorni dopo, per poi decidere il 14 ottobre che la legge rimarrà in vigore durante il contenzioso in corso con il Dipartimento di Giustizia, che ha intentato una causa legale contro il Texas. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha confermato di non voler bloccare per il momento l’Heartbeat Bill, ma ha accettato di ascoltare le argomentazioni degli schieramenti coinvolti nel caso. Nuovamente, i giudici non si pronunceranno sulla costituzionalità della legge, ma decideranno semplicemente se il governo federale abbia o meno il diritto di portare la controversa legge al vaglio della giustizia.

Manifestanti pro-choice (Foto di Charles Edward Miller, Wikimedia Commons)

Gli attivisti pro-choice temono che la composizione pesantemente sbilanciata della Corte a favore dei conservatori avrà un impatto devastante non solo sulla legge in questione, ma anche e soprattutto sulla sentenza Roe v. Wade, che potrebbe essere fortemente rivista se non invalidata da un nuovo precedente. Questo scenario tetro per i diritti delle donne deriva anche dalla natura intrinseca della Corte Suprema americana, che essendo composta da membri nominati dal presidente in carica e confermati dal Senato (dal 2017 senza procedimento aggravato), spesso abdica al suo ruolo di istituzione apolitica e garante della costituzione americana. Un sondaggio condotto da Selzer & Company per conto del Grinnell College ha rilevato che il 62% degli americani crede che a guidare le decisioni della Corte Suprema sia l’appartenenza politica a uno dei due schieramenti e non il diritto. Solo il 30% ritiene che le decisioni siano prese in base alla legge.

La Corte si pronuncerà a breve anche su un’altra legge anti-aborto molto restrittiva, la “Legge sull’Età Gestazionale”, approvata nel 2018 nel Mississippi, che vieta ogni aborto dopo la quindicesima settimana tranne in casi di emergenze mediche o gravi anomalie fetali. La legge è già stata bloccata da due tribunali federali e verrà esaminata dalla Corte Suprema a partire dal 1 dicembre 2021. Roe v. Wade non è mai stata così a rischio nei suoi 48 anni di esistenza.

Votare sarà sempre più complicato nel Lone Star State

Nonostante sia ormai assodato, anche grazie e numerose sentenze e indagini, che non ci siano stati casi di frode elettorale diffusa durante le elezioni presidenziali americane del 2020, gran parte del Partito Repubblicano non ha ancora accettato i risultati dell’elezione più partecipata della storia degli Stati Uniti. Per questo motivo, stando ai dati del Brennan Center For Justice, tra il 1 gennaio e il 27 settembre 2021, 19 stati hanno approvato 33 provvedimenti che rendono più complicato l’esercizio del diritto di voto.

Tra questi stati figura anche il Texas. Dopo mesi di ritardo causati dall’ostruzionismo dei deputati Democratici della Camera statale che sono fuggiti in massa dallo Stato durante l’estate per far cadere il quorum necessario per approvare le proposte legislative, il 7 settembre il governatore Abbott ha approvato la S.B. 1, che introduce numerose restrizioni al voto degli elettori texani.

(Foto da Wikimedia Commons)

Da un lato, la nuova legge apporta alcune modifiche che potrebbero ampliare l’accesso, come ad esempio aumentare le ore di voto anticipato nelle contee più piccole, per lo più a maggioranza repubblicane. Dall’altro, però, l’SB1 limita pesantemente come e quando votare, prendendo di mira specialmente le iniziative di voto implementate dalla Contea di Harris a Houston, la più popolosa dello stato e contraddistinta da una forte presenza di gruppi di minoranza ed elettori democratici. In particolare, la legge vieta il voto anticipato notturno e il voto drive-thru (drive-in, cioè votare senza scendere dall’auto), che si sono rivelati entrambi estremamente popolari tra gli elettori di colore lo scorso anno.

In più, la domenica non si potrà votare per più di sei ore e le contee non potranno inviare le schede per il voto a tutti gli elettori (ora avviene su richiesta degli elettori) e vengono bandite le cassette postali speciali (ballot drop boxes) dove si potevano depositare le schede elettorali senza bisogno di spedirle via posta. Il disegno di legge prevede anche che nel voto postale, oltre a firmare la busta con la scheda, gli elettori dovranno includere il numero della patente di guida o del certificato elettorale o le ultime quattro cifre del numero di previdenza sociale.

Queste disposizioni, secondo alcune associazioni per il diritto di voto e i Democratici, hanno il solo scopo di colpire gli elettori di colore. Sono questi infatti che votano principalmente la domenica (in particolar modo gli afroamericani) e quelli che più spesso non hanno né un documento né una patente di guida (in America non è obbligatorio avere la carta di identità). I Repubblicani invece ritengono che l’SB1 sia una legge che serve a prevenire i casi di frode elettorale e a garantire l’integrità elettorale. Ricordiamo che, secondo quanto riportato dallo Houston Chronicle, l’ufficio del procuratore generale del Texas Ken Paxton ha trascorso ben 22.000 ore alla ricerca di frodi elettorali nel 2020 e ha rilevato solo 16 casi di incongruenze ed informazioni fraudolente sui moduli di registrazione su 17 milioni di elettori registrati. Nessuno dei 16 individui interessati è stato arrestato o accusato di frode elettorale.

Alcuni analisti spiegano che questo impeto nel partito repubblicano texano nel restringere sensibilmente le possibilità di voto e approvare un agenda estremamente conservatrice come quella descritta in questo articolo deriva dalla paura del GOP riguardo al cambiamento demografico in Texas. Un Texas sempre più diversificato e giovane potrebbe a breve risultare a maggioranza Democratica: alle ultime elezioni, Trump ha tenuto in Texas, con il 52.1% dei voti, più o meno la stessa percentuale ottenuta nel 2016. Tuttavia, Biden ha migliorato la quota di voti di Hillary Clinton nel 2016 del 3.24%, arrivando ad un sorprendente 46.5%, la più grande percentuale ottenuta nello stato da un candidato presidenziale democratico dai tempi di Jimmy Carter (1976). Il margine di vittoria di 5,6 punti di Trump è stato il più stretto per un repubblicano dal 1996.

L’ossessione contro la Critical Race Theory

Un altro tema che quest’anno è stato al centro della propaganda e del dibattito tra i conservatori americani riguarda la cosiddetta Critical Race Theory (CRT), che fino a poco tempo fa era rimasta più che altro nella sfera accademica e ignota ai più. Più che una vera e propria teoria, la CRT è una chiave di lettura della storia e della società che analizza questioni giuridiche, culturali e sociali sulla base di tematiche legate all’identità razziale e al razzismo. I suoi promotori sostengono che l’orribile passato di razzismo, segregazione e schiavitù degli USA sopravviva tutt’ora nel sistema socio-economico e politico-giudiziario del paese (razzismo sistemico) e che, in virtù di ciò, sia necessario un drastico ripensamento della società al fine di costruirne una egualitaria.

Proteste di Black Lives Matter (Foto di Ted Eytan/Eastern Washington University, CC-BY-SA 4.0)

Per la destra americana, invece, la CRT sarebbe estremamente polarizzante e imporrebbe un’ideologia “anti-bianca” per cui le persone bianche dovrebbero sentirsi in colpa e ritenersi responsabili della segregazione razziale del passato. In particolare, l’interesse sulla CRT è aumentato esponenzialmente nel settembre 2020, quando su Fox News è stato intervistato l’attivista conservatore Christopher Rufo, che denunciava tale teoria. Impressionato dalle parole di Rufo, dopo l’intervista, Donald Trump ha emesso un ordine esecutivo (bloccato in seguito da un giudice federale e abrogato da Joe Biden) che ordinava alle agenzie del governo federale degli Stati Uniti di annullare i finanziamenti per i programmi che menzionano il “privilegio bianco” o “Critical Race Theory”, sulla base del fatto che costituisse “propaganda divisiva e non americana” e che fosse “razzista“. E da quel momento, l’espressione Critical Race Theory l’ha fatta da padrona negli ambienti di destra americani e in 27 stati sono state avanzate proposte che vietano l’insegnamento di “concetti divisivi” nelle scuole e nelle formazioni professionali sull’inclusione e diversità nel settore pubblico (diversity training).

Anche stavolta il Texas è salito su questo carro, e il governatore Abbott ha firmato una legge (HB3979) che proibisce agli insegnanti di parlare di razzismo e schiavitù come centrali nella fondazione e costruzione della nazione americana. Il testo del provvedimento, alquanto vago e in certi punti difficile da comprendere, afferma che gli insegnanti non possono “far entrare a fare parte di un corso” determinati concetti relativi alla razza, inclusa l’idea che una razza o un sesso sia “intrinsecamente superiore a un’altra razza o sesso” o che un individuo sia “intrinsecamente razzista, sessista o oppressivo” in base alla razza o al sesso. La legge afferma inoltre che gli insegnanti “non possono essere obbligati a discutere di temi di attualità o questioni di politica pubblica o affari sociali ampiamente dibattute e attualmente controverse”. Tuttavia, se devono, sono tenuti a “esplorare tali questioni da prospettive diverse e contrastanti in maniera imparziale e senza tendere verso una di esse”.

Numerose sono state le critiche, non solo da parte dei Democratici e degli attivisti dei diritti civili, ma anche dai dirigenti scolastici texani. Vida Robertson, direttore del Center for Critical Race Studies dell’Università di Houston, ha affermato che la legislazione è stata intenzionalmente costruita per causare incertezza tra gli insegnanti su come dovrebbe essere interpretata, cosicché i genitori e i legislatori possano “muovere accuse contro insegnanti che offrono fatti storici o prospettive che li mettono a disagio“, ha affermato. Inoltre, i critici della legge sottolineano che la CRT non è in realtà nemmeno insegnata nelle scuole primarie e secondarie, essendo invece tipicamente riservata agli studenti di giurisprudenza e di corsi avanzati, come affermato da Celeste Alana Brown, delle Compass Rose Public Schools di San Antonio. “Rimaniamo ancora impegnati nel lavoro di equità e inclusione e facciamo sapere ai nostri educatori che è importante insegnare in modo accurato e dare agli studenti spazio per impegnarsi nel dialogo pur aderendo alla legge”, ha affermato Brown.

Un chiaro esempio delle conseguenze nefaste della legge texana è arrivato dal Carroll Independent School District nei pressi di Dallas, dove un’amministratrice scolastica responsabile del curriculum e dell’istruzione ha consigliato agli insegnanti durante una sessione di formazione dell’8 ottobre di offrire agli studenti una “prospettiva opposta” sull’Olocausto, secondo quanto riportato da NBC News. “Cercate solo di ricordare i concetti dell’HB 3979”, ha detto l’amministratrice in una registrazione ottenuta da NBC News. “E assicuratevi che se avete un libro sull’Olocausto […] che ne abbiate uno che offrano altre prospettive sul tema.” Gli insegnanti del distretto hanno detto a NBC News di temere di essere puniti per aver rifornito le aule di libri sul razzismo, la schiavitù e l’Olocausto, poiché l’incontro di formazione era stato organizzato in risposta alla denuncia di un genitore secondo cui un’insegnante di quarta elementare teneva un libro contro il razzismo nella sua classe.

Di recente, il Texas Tribune ha ottenuto una lettera destinata alla Texas Education Agency, in cui il deputato statale Matt Krause (Repubblicano) chiede ai presidi delle scuole di rimuovere alcuni libri dalle biblioteche scolastiche che hanno a che fare con l’aborto, temi sessuali, Black Lives Matter o concetti di anti-razzismo, cioè materiali che, secondo Krause, “potrebbero far sentire gli studenti a disagio, in colpa, angoscia o in altro stato di malessere psicologico a causa della loro razza o sesso”. Tra le opere coinvolte, “Le Confessioni di Nat Turner” di W. Styron, “V Per Vendetta” di Alan Moore e “Il Racconto dell’Ancella” di Margaret Atwood. L’ultimo episodio di tentativo di censura da parte della destra conservatrice e della cosiddetta “cancel culture”.

Leggi pro-guns e anti-trans

La furia legislativa dei repubblicani texani non si è fermata qui.

Nonostante il Lone Star State fosse già uno degli stati più permissivi nel regolamentare l’uso delle armi, questa estate il governatore Abbott ha firmato una legge che permette ai texani di portare una pistola in pubblico senza alcun permesso o controllo preventivo dei precedenti e la formazione precedentemente richiesta dallo stato. Secondo quanto riportato dal Texas Tribune, prima di questa legge, il processo per ottenere la licenza di portare una pistola in pubblico includeva il rilevamento delle impronte digitali, da quattro a sei ore di formazione, un esame scritto e un test di abilità nel tiro. Il provvedimento è stato elogiato dagli attivisti pro-armi, ma aspramente criticato non solo dalla sinistra e dai Democratici, ma anche dai rappresentanti delle forze dell’ordine, i quali ritengono che tale legge renderà più arduo il lavoro delle persone in divisa e lo stato meno sicuro.

(Foto da Wikimedia Commons)

Da ultimo in termini cronologici è l’House Bill 25, firmata da Greg Abbott il 25 ottobre e in vigore a partire dal gennaio 2022, che vieta alle giovani atlete transgender di competere negli sport femminili nelle scuole statali. Con il pretesto di voler garantire una “fair competition” e di proteggere le atlete cisgender dallo svantaggio che avrebbero nel competere con atlete trans, il Texas si aggiunge quindi alla sfilza degli altri stati a guida repubblicana che hanno legiferato affinché venga di fatto impedito queste ragazze di essere ammesse nelle categorie sportive del genere in cui si identificano. Gli stati in questione sono Alabama, Arkansas, Florida, Mississippi, Montana, Tennessee e West Virginia.

Pubblicato da Carlo Zarcone

Sono un millennial che scrive su Zeta e pensa di avere qualcosa da dire. Neolaureato magistrale in International Affairs e interessato alla politica e cultura a stelle e strisce, ho studiato e lavorato in Francia, Stati Uniti e Canada. Sogno nel cassetto? Fare di una giornata a Washington DC la mia normalità