La generazione dell’11 settembre

La generazione dell’11 settembre

08:46:30. Il mondo non sarà più lo stesso. Non si tratta di un orario casuale, ma di quello che è associato unicamente ai fatti avvenuti l’11 settembre del 2001. Fatti che, senza precedenti nella storia, hanno sconvolto l’intero pianeta.

Non si tratta solo di uno dei tanti eventi della storia contemporanea, è il “giorno del terrore“, così come lo intitola il New York Times. Una portata probabilmente simile a quella del crollo del muro di Berlino, che non significava solo la fine di un’era, ma anche un cambiamento di abitudini, di visioni, di futuro. La stessa cosa vale per gli eventi dell’11 settembre, solo che con un’aura totalmente opposta alla gioia che rappresentava oltrepassare quel muro.

Questa data segna in modo indelebile un anno, tant’è che la rivista TIME, la più diffusa a livello mondiale e la più letta in tutti gli Stati Uniti, in copertina mostra unicamente lo schianto del volo United Airlines che colpisce la Torre Sud fra il settantottesimo e l’ottantaquattresimo piano ad una velocità di circa 590 miglia orarie (circa 950 km/h). Il testo è solo una data.

L’evento non segna soltanto un anno, segna un lustro, un decennio, un ventennio. Ha dato l’avvio al timore mondiale del “terrorismo”, associato spesso all’Islam, che tanto ha fatto nelle sue comunità per contrastarlo. Nonostante ciò, scarso è il risultato ottenuto dai governi delle nazioni del mondo islamico, talora troppo restii anche solo a condannare l’opera di distruzione del terrorismo.

Per molti gli eventi del ‘900 sono distanti, sono antichità. Se pensiamo alla seconda guerra mondiale, ragioniamo con quello che ci ricordiamo delle letture sui libri scolastici. L’11 settembre è qualcosa di vicino, qualcosa che sentiamo tutt’ora quando vediamo attentati terroristici, quando leggiamo di Stato Islamico, quando parliamo di Afghanistan e talebani.

L’attualità del “giorno del terrore” è qualcosa di ancora tangibile, anche per chi quel giorno era troppo piccolo per ricordarlo, o non era  nemmeno nato.

L’indignazione, la paura e i cambiamenti del quotidiano.

Lo shock e l’orrore dell’11 settembre non si sono limitati a giorni o settimane. Gli attacchi tutt’ora gettano una lunga ombra sulla vita americana, dalla quale la nazione deve ancora uscire completamente. L’impatto enorme della catastrofe però non si è circoscritto alla popolazione della stars and stripes, ma ha avuto ripercussioni in tutto il mondo. Quello che una volta era poco plausibile e quasi impensabile – un attacco su larga scala all’intero occidente – è diventato un presupposto collettivo: “i terroristi possono adesso attaccare di nuovo, magari con armi biologiche o nucleari, e devono essere presi provvedimenti per fermarli”.

Per la prima volta il dolore era evidente, aveva colpito non un individuo casuale, ma un simbolo stagliato sull’Oceano Atlantico, che rappresentava il legame tra il continente americano a quello europeo, facendo da ponte tra civiltà democratiche e liberali. Era stato attaccato uno stile di vita, un ideale.

Il terrorismo, per una generazione intera, ha significato rivivere immagini di guerra. Per altre ancora, significava comprenderle dopo aver appreso dai propri genitori cosa volesse dire averle vissute, mentre per altre significa solo vederne gli effetti odierni.

Consumato dalla paura, dal dolore e dall’indignazione, l’Occidente si è rivolto ai suoi leader per agire. Casa Bianca e NATO hanno risposto con un’espansione militare senza precedenti, di polizia e di intelligence, volti a fermare i terroristi, in patria e all’estero.

Si sviluppò, a partire dal giorno stesso degli attacchi al World Trade Center, un incremento della “paura del musulmano“. Appena quattro giorni dopo gli attacchi dell’11 settembre, un uomo armato a Mesa, in Arizona, perse la testa per la paura verso la popolazione di fede islamica. In primo luogo, sparò e uccise Balbir Singh Sodhi, proprietario di una stazione di servizio di origine indiana. Sodhi era sikh, quindi indossava un turbante. L’uomo armato pensava fosse musulmano.

Anche se le figure politiche e le forze dell’ordine in tutto il mondo hanno ripetutamente affermato che l’Islam è una religione pacifica, i cui veri insegnamenti erano stati distorti dall’estremismo e dal fondamentalismo, inevitabilmente l’Occidente ha identificato nei dettami coranici le origini della jihad, portando così la popolazione a temere l’Islam, il capro espiatorio degli attacchi, la cultura che mostrava maggior resistenza verso la globalizzazione e le modifiche che la modernità portava.

Dal crollo delle Torri Gemelle anche in Italia le abitudini sono drasticamente cambiate. A pochi giorni dall’attacco le sensazioni furono di scarsa sicurezza, di timore di diventare più poveri, di scoprirsi un po’ più intolleranti. La paura più grande era quella di comprendere come il pericolo potesse essere dappertutto. Lavoro, affetti, denaro, futuro: in Italia si vive e si viveva come prima, ma si convive con un evento che ha minato per sempre le certezze di ieri.

Ieri come oggi, una guerra conclusa ma non terminata

L’attualità dell’11 settembre sta anche nei dibattiti di tutti i giorni. Il dramma fu un autentico fulmine nel XXI secolo, capace di segnare un’intera epoca, quella della “guerra al terrorismo“. Sì, perché quando sui giornali si legge di talebani, di Afghanistan, di truppe, si sta parlando degli eventi del 2001. Il fattore scatenante è la guerra al terrorismo dichiarata dal Presidente George W. Bush, nel tentativo di interrompere militarmente l’attività dei talebani in Afghanistan, rei di proteggere i leader dell’associazione terroristica di Al-Qaeda, i mandanti dell’attentato. Da quella dichiarazione di guerra sono passati quasi vent’anni e, dopo aver agevolmente sconfitto la guerriglia talebana, gli Stati Uniti sono stati costretti a mantenere un controllo militare all’interno del Paese per impedire un ritorno dei fautori dell’11 settembre.

A causa della ritirata delle truppe, pochi giorni fa i talebani hanno presentato il loro nuovo governo ad interim e alcune delle sue figure di spicco hanno una reputazione definibile solo come “brutale”: nessun governo al mondo include così tanti personaggi che hanno subito sanzioni da parte delle Nazioni Unite o accuse di terrorismo da parte degli Stati Uniti. Molti sono membri della rete Haqqani (fra cui il ministro dell’Interno, su cui pende una taglia di dieci milioni di dollari per chiunque lo catturi), responsabili di alcuni dei più orribili attacchi terroristici degli ultimi tempi. Gli americani non sono riusciti a costruire delle democrazie stabili in Afghanistan e in Iraq, i paesi invasi durante l’azione “vendicativa” contro il terrore lanciata a poche settimane dall’attacco a Torri Gemelle e Pentagono e si sono ritrovati costretti a lasciare il potere a coloro che erano andati a combattere due decenni fa.

La rappresentazione di chi non lo ha vissuto

Chi è nato dopo gli anni novanta non conosce il mondo senza terrorismo. Dalle Torri gemelle fino a Nizza, gli attentati e le stragi definiscono i nostri pensieri, le nostre paure e le nostre speranze. Adesso sappiamo che gli zaini possono contenere una bomba, che negli aeroporti i controlli servono a evitare che il volo venga dirottato. Gli effetti, per i ragazzi della generazione Z, sono visibili nel quotidiano, anche se questi non conoscono un mondo “prima” di queste conseguenze.

Mentre l’11 settembre è stato un ricordo formativo per molti millennial, magari nel periodo adolescenziale o poco oltre, e abbia cambiato la vita alle generazioni più anziane, la generazione Z non ha una memoria collettiva di ciò che è accaduto quel giorno. Diversi istituti di ricerca identificano il 1996 come il punto di separazione tra le generazioni. Questo perché i nati dopo hanno poca o nessuna memoria degli attacchi.

Molti della generazione Zeta hanno appreso dell’11 settembre come un evento storico attraverso la famiglia, discussioni in classe, social, film, ma non attraverso la testimonianza più importante: le sensazioni date dal momento. Adesso è diventato un evento politico e, in situazioni del genere, il modo in cui se ne parla è fatto con distacco e impersonalità, quasi come si parlasse di qualcosa le cui conseguenze sono oramai dissolte.

Per un ragazzo della generazione Z è difficile, se non impossibile, comprendere a fondo le dinamiche vissute in quei fatidici giorni successivi all’attentato. L’orrore, lo sgomento, l’impotenza sono state sensazioni indescrivibili a parole, ma che comunque vedono le loro ripercussioni proprio sui giovani di oggi, figli di quelle percezioni del terrore. Queste stesse parole sono ciò che la generazione di ragazzi, che oggi commenta il ritorno dei talebani in Afghanistan, ha percepito di quel giorno. La generazione dell’11 settembre.

Pubblicato da Gabriele Rapisarda

Studente alla facoltà di Scienze Politiche a Roma Tre. Interessato a politica e attualità, amante di tecnologia e affascinato dalla musica jazz. Ho sempre utilizzato il web per esprimermi come blogger e podcaster. Intraprendente, ambizioso e mai arrendevole.

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