Il Revenge porn è un fenomeno sociale che riguarda tutti

Il Revenge porn è un fenomeno sociale che riguarda tutti

Per capire il Revenge porn bisogna prima avere chiara la definizione di ciò di cui stiamo parlando. Il revenge porn è un fenomeno sociale di condivisione e pubblicazione online di immagini e video sessualmente espliciti senza il consenso del diretto interessato, con la volontà di umiliare e distruggere la reputazione e la dignità del soggetto. Le motivazioni che spingono a tali azioni sono, come suggerisce l’espressione stessa, la vendetta e la volontà di riaffermare il proprio ruolo di genere quando ci si sente inferiori. Spesso si tratta di foto di ex partner pubblicate, scambiate o vendute solo per fare del male al protagonista del materiale diffuso.

Il revenge porn però fa parte di un più grande fenomeno che è quello della diffusione di immagini e video non consensuali, pubblicate per i motivi più disparati e non solo legati alla brama di vendetta. Il revenge porn è quindi solo una categoria all’interno della macroarea del “non consensuale”.
Il fenomeno della Pornografia Non Consensuale (NCP), è molto più vasto del cosiddetto Revenge Porn che identifica soprattutto le “vendette di relazione”. Due concetti non sovrapponibili, in quanto uno contiene l’altro.

L’Accademia della Crusca ha fatto chiarezza sulla traduzione italiana di “revenge porn”, che è “pornovendetta”. Due sostantivi uniti in uno solo per far risultare più chiaro e diretto il concetto.

COME NASCE IL REVENGE PORN?

La narrazione legata al Revenge porn è spesso superficiale e inadatta, trattata in modo circostanziale e perciò incapace di chiarire la genesi e lo sviluppo di questo fenomeno, più sviluppato e diffuso di quanto la percezione comune consenta di immaginare.
L’avvento e infine l’esplosione di Internet ha portato con sé tante possibilità, tanti nuovi mezzi per essere connessi, interagire e conoscere. Allo stesso tempo però c’è stato uno sproporzionato aumento dei rischi e dei problemi legati al mondo virtuale. Problemi virtuali che però trascendono la sfera “online” e diventano concreti e tangibili.

Il Revenge porn è uno dei più minacciosi tra questi. Internet è accessibile a chiunque, e ognuno ha un potenziale controllo su informazioni, immagini, video e ogni tipo di materiale che circola. L’immediata connessione che internet consente è il suo punto forte e debole allo stesso tempo. Tale rapidità infatti è più sviluppata di quella del cervello umano, che spesso agisce senza riflettere abbastanza e causa danni incommensurabili.

Il revenge porn è legato in primis a quello del sexting, la pratica di scambiarsi materiale sessualmente esplicito online in modo consensuale. Un fenomeno diffuso sia all’interno di relazioni affettive che tra perfetti sconosciuti. Una volta inviata un’immagine su internet, però, se ne perde il controllo.

Occorre andare oltre l’immaginario collettivo di immagini legate puramente alla brama di vendetta, di dimostrazione di forza o di possesso dell’altra persona. Ci sono casi di padri che pubblicano foto delle figlie minorenni. Un padre ha chiesto in un gruppo Telegram come fosse possibile violentare la figlia di 10 anni senza farla piangere. La risposta è stata che “tanto avrà voglia di scopare anche lei. Ormai le ragazzine sono tutte talmente porche che si scoperebbero pure i padri“. “Sì infatti”, è stata l’ulteriore risposta del padre.

DOVE SI SVILUPPA IL FENOMENO?

Oltre alle motivazioni, ci sono spazi virtuali che consentono la proliferazione indisturbata di questa piaga. Parlando di Revenge porn, il pensiero si lega immediatamente a Telegram, piattaforma di messaggistica le cui regole sulla privacy e sui contenuti sono da sempre molto dibattute. Le segnalazioni che arrivano, anche da parte della Polizia Postale, non sono accolte tempestivamente, e così i gruppi di diffusione di materiale pornografico non consensuale restano a lungo in vita.

Nel novembre del 2020, Permessonegato.it parlava di 89 gruppi di questa natura aperti, cui erano iscritti 6.013.688 account. Si parla di oltre 6 milioni di utenti.
Per capire le dimensioni del fenomeno, e soprattutto la sua stretta attualità, basti pensare che a Febbraio 2020 esistevano 17 gruppi/canali con un totale di 1.147.000 utenti; a Maggio 2020 esistevano 29 gruppi/canali con 2.223.336 utenti connessi.

La crescita dei numeri legata al lockdown è esponenziale: si stima che il fenomeno sia cresciuto del 70% in quei mesi.

Wired ha svolto un’inchiesta ad Aprile 2020, assistendo per qualche giorno ad una chat con 43 mila iscritti, i quali si scambiavano 30 mila messaggi in media ogni giorno. Si tratta di quello che lo scorso anno era il più grande network italiano di diffusione, condivisione, scambio e vendita di materiale pornografico non consensuale e pedopornografico. Una delle testimonianze provenienti da quel gruppo è la storia del padre che domanda come stuprare la figlia senza farla piangere di cui parlavamo sopra.

I casi di stupri virtuali di minori online scoperti dalla polizia postale sono raddoppiati tra il 2016 e il 2018: si è passati da 104 casi a 202 ogni anno.

CI SONO DELLE LEGGI PER COMBATTERE QUESTO FENOMENO?

Sì, ma non ovunque. Il nostro Paese dal 9 agosto del 2019 ha inserito nel codice penale una legge che introduce 4 nuovi reati, di cui uno riguarda proprio la “diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate”. La legge è chiamata “Codice rosso” e i colpevoli di tale reato vengono puniti con la reclusione da uno a sei anni e con una multa da 5 a 15 mila euro. La pena si applica anche a chi, avendo ricevuto le immagini o i video, li diffonde a sua volta per provocare un danno agli interessati.

“La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa, ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici.
La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza.
Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi.”

Il primo Paese al mondo a prendere misure legali nell’ambito della pornografia non consensuale è stata la Repubblica delle Filippine nel 2009. Altri paesi che hanno agito sono: Australia, Canada, Giappone, Israele, Malta, Regno Unito e 38 stati più Washington DC negli USA hanno una legislazione a riguardo.

CHI RIGUARDA IL FENOMENO?

Tutti. Ogni fascia della popolazione, in ogni contesto culturale, può essere vittima di revenge porn o della diffusione di immagini di atti intimi senza consenso. I mezzi sono così tanti che nessuno può sentirsi al sicuro.

Ciononostante gli studi evidenziano che sono le donne e le ragazze la fascia più colpita, pur non essendo l’unica.

Su un campione di 1600 donne, il 61% dichiara di essersi scattata foto intime e averle condivise con qualcuno; il 23% dichiara di essere stata vittima di revenge porn.

Uno studio effettuato da Amnesty International testimonia che in Italia almeno una donna su 5 ha subito molestie e minacce online. Il 51% delle vittime contempla la possibilità del suicidio: un dato che testimonia ancora una volta la gravità del problema.

Un’indagine Ansa ha mostrato come il 90% degli italiani conosca il Revenge Porn, l’88% è consapevole che si tratti di reato, il 14% dei rispondenti ha conosciuto almeno una vittima di Revenge porn, per lo più di sesso femminile, e il 2% ammette di esser stato coinvolto personalmente.

Uno dei nodi più controversi è legato alla psicologia del fenomeno: spesso le vittime si sentono colpevoli di quanto gli è accaduto. Si sentono colpevoli e si biasimano per aver condiviso le loro intimità sessuali con altre persone. Così la vittima diventa parte stessa del problema, le denunce avvengono in misura nettamente inferiore e le statistiche sul Revenge porn e la pornografia non consensuale restano molto approssimative.

Il primo passo per debellare il problema è la sensibilizzazione, la consapevolezza della natura terribile del fenomeno e la cessazione dell’addossare la colpa alle vittime.
Solo così gruppi come quello di Telegram di cui abbiamo parlato saranno smantellati.
Non grazie alla denunce, ma grazie a un risveglio etico.
Utopia? Forse.

Pubblicato da Federico Roberti

Da sempre guardo il mondo con gli occhi di chi ne è avidamente curioso. Da sempre provo a trasformare la mia curiosità in parole e in articoli. Da poco, pochissimo, sono il direttore di Zeta. Cosa vuol dire questo? Solo che mi guarderò di più intorno e le mie parole avranno un peso maggiore.

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