Siamo “La società della stanchezza”, dove c’è bisogno del diritto di sbagliare

Siamo “La società della stanchezza”, dove c’è bisogno del diritto di sbagliare

“Il mondo soffoca di cose. Abbiamo chiaramente tutto. Eppure, ci manca l’essenziale, ossia il mondo”

Un mondo alla ricerca della perfezione, del risultato, del migliore. Dove efficienza, rendimento, felicità, positività e prestazione sono diventati miti indiscussi.
Una realtà fatta di ritmi e canoni precisi, tabelle di marcia da rispettare alla lettera, altrimenti si rischia di cadere nel negativo”, quella zona oscura e profonda che il nostro secolo sembra aver dimenticato o, per meglio dire, rimosso.

Dolore, noia, lentezza, errore: termini diventati impronunciabili, nemici da combattere ad ogni costo. Se c’è il rischio di incontrarli sarebbe meglio cambiare strada, se si accolgono nella propria vita è meglio non farlo sapere. Si rischia di ricevere etichette non volute, di essere considerati diversi, estranei. E, in un mondo di masse omologate, di non (r)esistere più.

Oggi, ci dice l’autore, non esiste più un Altro totalmente tale. I confini che hanno dominato i secoli scorsi si assottigliano sempre di più, fino ad annullarsi completamente. Paradossalmente, nel mondo globalizzato più esposto allo scambio e al contatto, alla contaminazione con il diverso, deve vincere l’omologazione.

“È l‘eterno trionfo dell’Eguale’.”

Schietto. Tagliente. Con gli occhi e l’amarezza di chi vive questa unificazione come una perdita irreversibile. Byung-Chul Han è una voce senza paura. Perché ha un compito più importante che seguire la massa: regalarci una coscienza e una consapevolezza che stiamo perdendo.

L’Eguale pesa molto più dell’Estraneo ‘immunologico’ che invadeva il secolo scorso. Nel Novecento il nemico era l’Altro: l’elemento ignoto, che non veniva riconosciuto come parte del sé, contro cui si scagliavano gli anticorpi della cosiddetta società virale’.

Oggi il soggetto è un singolo disperso in un mondo omogeneo. Il nemico non è più esterno, ma si annida proprio dentro di lui. Esiste solo l’Io, moltiplicato in una camera di specchi: ognuno si ritrova padrone e schiavo di sé stesso, vittima e carnefice, alleato e nemico al tempo stesso. Un’eterna contraddizione che ricorda la dinamica servo-padrone spiegata da Hegel. Uno sovrasta l’altro, ma allo stesso tempo ne è dipendente. Non esiste servo senza padrone, ma un padrone senza servo come potrebbe definirsi tale?

L’obbligo della società disciplinare non esiste più. Al Dover-fare e al Dover-essere, nella società della prestazione, si sono sostituiti il poter-fare” e il poter-essere”. Ognuno è libero, unico artefice, almeno in apparenza, del proprio destino e del proprio futuro. Solo di fronte a un’infinita gamma di possibilità.

È proprio da questo annullamento dei ruoli e dei limiti che, secondo l’autore, nascono i tanti “infarti neurologici” causati dall’eccesso di positività: depressione, iperattività, deficit di attenzione, sindrome da burnout. Una risposta forte, amara, a tratti violenta, al modello sociale che si è delineato. Una realtà collaterale che al motto “tutto è possibile” sostituisce il più drammatico nulla è possibile. Un grido di aiuto che sfocia, inevitabilmente, in una “stanchezza-del-fare-e-del poter-fare”, nel “non-essere-più-in-grado-di” e, infine, nella guerra con sé stessi.

Ma è davvero tutto ugualmente possibile e accettato nel mondo di oggi? Oppure esiste, sotto la superficie, una condicio sine qua non? Si può essere davvero sé stessi nel mondo della prestazione? O bisogna rispettare una certa “linea di produzione”.

“Credo che la società mi abbia influenzato tantissimo. Mi sono sempre sentita soggiogata, priva delle possibilità di esprimermi, sbagliata perché non rientravo nei canoni che la società ci propone, perché i miei sogni erano e sono diversi da quello che gli altri si aspettano.”

Sentimento di insufficienza e mediocrità, paura del fallimento, i continui rimproveri a sé stesso, ansia, angoscia. Sono i sentimenti che attanagliano l’uomo tardo-moderno. Libero sì, ma obbligato a partire da sé e, allo stesso tempo, a stare al passo col mondo.

“La libertà di essere e di fare è principalmente un’illusione. Attraverso la televisione, i social-media, gli esempi elevati a modelli di perfezione la società impone canoni sempre più marcati. Pur non accorgendosene pienamente, ognuno di noi è influenzato da questi standard nel modo di vestire, apparire e, spesso, anche di pensare.”

Le testimonianze raccontate in queste poche righe sono solo la punta dell’iceberg.
Le citazioni riportate nel libro sono solo la punta dell’iceberg.

Si potrebbe andare avanti all’infinito, scandagliando ogni singolo angolo del mondo odierno, andando ad intervistare uno ad uno i giovani e gli adulti cresciuti in questa società; dai “millenials” ai “nativi digitali”. Troveremo sempre questo massimo comune denominatore: avrei voluto essere ma…”. Perché il mondo, la società e gli sguardi degli altri ci cambiano. Ci impongono una realtà a cui dobbiamo adattarci, se vogliamo sopravvivere. E finché la risposta sarà un vuoto “Obbedisco!” garibaldino, ci sarà sempre qualcuno che nella sua tristezza, nelle sue diversità, si vedrà in difetto rispetto a quello che “avrebbe dovuto essere”.

Potremmo leggere ogni libro scritto nell’ultimo secolo. A partire dal celeberrimo “1984″ di George Orwell -che non è poi tanto diverso dal mondo distopico in cui nuotiamo- troveremo sempre degli agganci a questa mentalità, a queste catene che il mondo ci impone alla nascita: binari da cui si può uscire (perché tutto si può fare) ma a proprio rischio e pericolo.
Una visione critica e drammatica, che non si lascia andare a formalismi e ottimismi forzati.

La società della stanchezza è solo uno di una serie di romanzi-denuncia dell’autore, volti a smascherare la nostra società e i suoi subdoli giochi; ma soprattutto a far riemergere dalle ceneri una coscienza collettiva e individuale diversa, sovversiva, basata sui valori del singolo, delle emozioni e del sé.
Che porta alla luce quello che forse tutti sentiamo dentro di noi: la necessità di una vita diversa.

Sogniamo un mondo su misura, adatto ad ogni individuo, dove non esistano più “giusti” e “sbagliati”, “vincitori” e “perdenti”. Dove la depressione, la nevrosi e la sindrome da burnout possano lasciare un respiro più largo, senza essere stigmatizzate. Dove il negativo torni ad essere una componente della vita e non un tabù. Perché nasconderlo non l’ha mai cancellato davvero. Dove possano esistere la noia, la contemplazione, lo scambio con gli altri.

C’è bisogno del diritto di sbagliare, di poter-essere senza venire giudicati, di meno apparenza e più essenza, del pianto, della tristezza, della noia e del tempo perso; che poi forse non è mai perso davvero.

“Viviamo in un grande magazzino trasparente, nel quale siamo osservati e manovrati come clienti trasparenti. Fuggire da questo grande magazzino non sarebbe necessario. Da esso dovremmo tornare a ricavare una casa nella quale valga davvero la pena vivere”

Perché non siamo oggetti prodotti in serie, tecnologie sofisticate governate da meccanismi perfetti. Siamo sfumature, difetti, scale di colori inesistenti.

Pubblicato da Chiara Gerosa

Appassionata di poesia, letteratura e cinema. E di scrittura, ovviamente! Collaboro per la sezione cultura di Zeta. Metto in campo impegno, curiosità ed entusiasmo, fiduciosa in una comunicazione che vada al di là della notizia. Credo nella libertà di pensiero e di espressione.

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