Cosa vuol dire essere una donna nell’Afghanistan dei talebani

Cosa vuol dire essere una donna nell’Afghanistan dei talebani

Quello che colpisce di più quando si cammina per le strade governate dai Talebani è il silenzio. Il silenzio totale e assoluto che avvolge ogni cosa.
Le persone che camminano per strada sono poche. Tutte hanno uno scopo e si affrettano a raggiungerlo, nessuno cammina per strada per il gusto di fare una passeggiata.
Le donne sono pochissime, e sono coperte da testa a piedi. Nessuna cammina da sola, ogni donna è accanto a un uomo. Le donne non possono uscire senza l’accompagno di un uomo della famiglia, o verrebbero severamente punite.
Ogni donna è in silenzio, non possono fare rumore mentre camminano e non possono far sentire la loro voce agli sconosciuti, o verrebbero severamente punite.

I talebani girano incessantemente sui loro camion militari per far rispettare il volere della legge islamica senza eccezioni, pattugliando ogni strada con i loro fucili in spalla.
Non appena una donna viene vista camminare senza un uomo accanto, senza un burqa integrale o viene vista parlare con un uomo diverso dal marito, viene applicata la giustizia talebana.
In genere le punizioni avvengono in pubblico, così da attribuire loro un’utilità educativa e di avvertimento per gli altri: “se non rispetti il volere del Corano, questo è ciò che ti accadrà”.
E allora ci sono botte, frustate, lapidazioni, esecuzioni. Il tutto per strada, nelle piazze, negli stadi.
Ovunque e in qualsiasi modo.
Perché non c’è limite alla violenta “giustizia” di Allah secondo le interpretazioni talebane.

I NUOVI TALEBANI?

Per qualche giorno si è parlato di talebani 2.0. Di talebani rinnovati, diversi da quelli che dal 1996 al 2001 hanno controllato il Paese tenendolo in uno stato arretrato e conservatore, oscurantista e radicale.
Si è parlato di talebani più tolleranti perché per la prima volta hanno rilasciato una conferenza stampa, parlando apertamente di loro, dei loro piani e tracciando una linea di discontinuità con l’operato di fine anni ’90 inizio 2000.
Inoltre si sono mostrati aperti raccogliendo la domanda di una giornalista donna senza burqa, gesto simbolico che dovrebbe confermare la tesi di una rottura col passato.

Ma quella che rischia di essere scambiata per evoluzione, è propaganda. I talebani hanno cercato per i primi giorni dopo l’invasione di Kabul, quando sapevano di avere gli occhi di tutto il mondo addosso, di mostrarsi volenterosi di guidare l’Afghanistan verso un futuro più limpido e libero per tutte e tutti. Hanno mostrato che ora anche loro usano i cellulari, che sono presenti sui social e che sono persino disposti a parlare in pubblico in diretta.
Hanno fatto promesse, durante la conferenza stampa del 17 agosto, hanno comunicato in modo diretto e sincero, dimostrando di aver capito che almeno per qualche ora, almeno nella capitale, sarebbe stato importante fingere di essere “istituzionalizzati”, per ispirare fiducia al mondo esterno.
Una volta spenti i riflettori, tutto cambierà. Nessuno può realisticamente credere il contrario.

Però a quella conferenza stampa hanno parlato anche di donne, promettendo che non avranno l’obbligo di indossare il burqa e che non dovranno temere per la loro incolumità se seguiranno gli insegnamenti della legge islamica.
Il problema è proprio questo. Cosa dice la legge islamica? O, meglio ancora: come interpretano la legge islamica i talebani?

LA LEGGE ISLAMICA

Partiamo da un presupposto: parlare di legge islamica è approssimativo. Il termine arabo che dà vita alla traduzione “legge islamica”, è Sharia, che letteralmente vuol dire “sentiero, retta via”. La sharia è il complesso di regole di vita e di comportamenti dettati da Dio per la condotta morale, religiosa e giuridica dei suoi fedeli. È una legge assoluta e incontestabile che i talebani interpretano in maniera integralista e radicale.

La questione dell’interpretazione della Sharia è centrale, perché anche altri Paesi la utilizzano come principale fonte di legislazione, ma con modalità diverse e generalmente meno radicali. Arabia Saudita, Iran e Pakistan sono gli esempi principali in cui la vita pubblica è regolata dalla Sharia.

Per i talebani, però, “nessuno può mettere in dubbio questi dogmi, che non hanno alcuna validità nel Corano, perché vorrebbe dire mettere in dubbio l’Islam stesso”, afferma Larry Goodson, professore universitario americano e giornalista.

Quella che viene definita “legge islamica”, perciò, sarebbe l’insieme di precetti ricavati dal Corano (il libro sacro per i musulmani che racconta le rivelazioni di Allah a Maometto) e dalla Sunna (i detti, gli insegnamenti e le pratiche del profeta). Il risultato è un codice di condotta per i musulmani, nonché la vera base della costituzione di un codice di leggi. Qui interviene l’interpretazioni di studiosi, religiosi, politici e gruppi armati.

La Sharia comprende ogni sfera d’azione umana. Ogni atto è classificabile in una scala di accettabilità rispetto alla religione, che va dagli obblighi di fede agli atti vietati.
C’è una divisione tra due tipi di offese della legge: “Hadd“, nel diritto musulmano, sono le pene immutabili stabilite dalle legge religiosa per i delitti di fornicazione, calunnia, ubriachezza, furto e brigantaggio. Qui le punizioni sono decise preventivamente.
Poi ci sono le violazioni di diritti che vengono valutate caso per caso dai giudici, che possono emettere un verdetto sulla base di molti criteri, spesso poco chiari ed oggettivi. Gran parte delle punizioni più dure sono riservate alle donne, le cui libertà vengono azzerate.

(Credit: Lynsey Addario)

LA DONNA NELL’ISLAM VIENE DISCRIMINATA?

La visione integralista talebana della donna arriva a stravolgere alcuni dei principi del Corano e dell’Islam, che fu fondato da Maometto nel 620 d.C. L’Islam, sin dal principio, garantiva i diritti delle donne, ma alcuni versi del Corano sono stati strumentalizzati per introdurre discriminazioni verso le donne in molti paesi musulmani.

Il concetto coranico per cui la donna non dovrebbe rivelare la sua bellezza fuori dalla famiglia è stato sfruttato per imporre rigide regole di comportamento e di abbigliamento. Il risultato finale è che le donne non possono mostrarsi in pubblico. Un’interpretazione di questo tipo, fino a pochi mesi fa, ha vietato alle donne di guidare per decenni in Arabia Saudita.

Ogni legge imposta alle donne, perciò, deriva dalla loro interpretazione della Sharia. Le regole dei talebani sono giustificate nel nome dell’Islam, “pur avendo conoscenze religiose limitate”, afferma ancora Larry Goodson, che sostiene inoltre che “il profeta Maometto è stato il primo ad emancipare le donne. I talebani credono di stare nel giusto, sono convinti che la loro interpretazione dell’Islam sia giusta e tutto il resto sbagliato”.
Inoltre il Corano parla di “abbigliamento modesto”, ma non specifica la necessità di indossare un burqa, e non fa mai menzioni all’impedimento del lavoro per le donne, che anzi avevano una tradizione lavorativa molto forte nella società afghana prima dell’avvento talebano.

Le cosiddette leggi islamiche perciò non richiedono la segregazione delle donne da ogni uomo, ma il motivo che spinge i talebani a interpretare così la Sharia è da ricercare nelle tradizioni Pashtun. I Pashtun sono una delle etnie principali che popolano l’Afghanistan. Sono un gruppo di fede musulmana sunnita al quale appartengono la maggior parte dei talebani. Il comportamento tradizionale dei Pashtun rurali vedeva le donne separate dagli uomini.

Le interpretazioni su come trattare la donna sono differenti anche all’interno degli stessi talebani e quindi il trattamento delle donne varia, seppur di poco, a seconda delle zone geografiche e sociali. Kabul e le principali città, dove si focalizza di più l’attenzione mediatica, sono i luoghi meno estremi. Nelle zone rurali, invece, dove ci sono meno giornalisti, meno possibilità di comunicare con l’esterno e dove l’attenzione mediatica è minima, si concentrano i peggiori pericoli per le donne.

LE DONNE DURANTE IL CONTROLLO TALEBANO DAL 1996 AL 2001

Durante il controllo talebano dell’Afghanistan dal 1996 al 2001, il ruolo delle donne è stato stravolto.
Nessuna poteva uscire di casa se non accompagnata da un uomo della famiglia. Andava bene chiunque come accompagnatore, anche un figlio di pochi anni, legalmente considerato come il possessore della donna. Se il marito moriva e dal matrimonio non era nato nessun figlio, la donna semplicemente non poteva più uscire di casa, né per andare dal dottore, né a fare la spesa. Praticamente una condanna a morire murata viva nelle mura domestiche.

Le donne inoltre non potevano indossare i tacchi per non eccitare gli uomini e nessuno sconosciuto poteva sentire la loro voce in pubblico, obbligandole così a parlare a voce bassa. Inoltre era vietato stare sui balconi per non farsi vedere dall’esterno e per lo stesso motivo le finestre del piano terra e del primo piano dovevano essere dipinte o oscurate.

Non potevano essere presenti foto di donna su giornali, libri o come pubblicità sui centri commerciali, ecco perché da quando i talebani hanno preso Kabul nei giorni scorsi sono circolate immagini di uomini che cancellano i cartelloni pubblicitari con immagini di donne.

Nessuna donna poteva andare in bicicletta o in moto, né prendere il taxi se non accompagnata da un uomo appartenente al nucleo stretto della famiglia (marito/figlio). Era vietato anche fare qualsiasi tipo di sport o lavorare, tranne per poche dottoresse.

Il burqa era obbligatorio dagli 8 anni in su, cosicché la donna fosse coperta letteralmente da testa a piedi. Anche per questo le parole di Zabilhullah Mujahid, portavoce dei talebani che la scorsa settimana ha presieduto alla conferenza stampa, di nessun obbligo delle donne di indossare il burqa, ma solo l’hijab, non sono credibili.

In uno studio condotto negli anni di dominio talebano, il 97% delle donne interpellate mostrava “seri segni di depressione”.

LE DONNE DOPO LA LIBERAZIONE DAI TALEBANI

Prima che i talebani prendessero il controllo dell’Afghanistan nel 1996, il 25% dei membri del governo era di sesso femminile. Nei 5 anni talebani quasi nessuna donna poteva lavorare, poi con la cacciata dei talebani – una cacciata parziale, dato che molti di loro erano rimasti sul territorio – le donne hanno conosciuto una nuova vita. Sono state infatti proprio le donne le principali autrici della rinascita post-talebana. Hanno ricostruito il paese con entusiasmo e determinazione: tutto è stato creato negli ultimi 20 anni, prima in Afghanistan non c’era niente. Né infrastrutture, né un governo, né i diritti per le donne.

La costituzione del 2004 ha conferito alle donne più diritti, migliorando la loro condizione socioeconomica. Nel 2003, meno del 10% delle ragazze era iscritto alla scuola primaria, nel 2017 si parla del 33,4%. Per la scuola secondaria invece si è passati dal 6% al 39% sempre negli stessi anni.

L’aspettativa di vita delle donne inoltre è aumentata da 56 anni – stima del 2001 – a 66 nel 2017, mentre il numero di decessi durante il parto è diminuito da 1.100 ogni 100.000 nati vivi nel 2000 a 396 ogni 100.000 nel 2015.

Nel 2020, il 21% dei dipendenti pubblici era rappresentato da donne, mentre il 16% ricopriva ruoli dirigenziali.

(Credit: Lynsey Addario/ VII Network for The New York Times Magazine)

 

QUALE FUTURO PER LE DONNE AFGHANE?

E ora il futuro non c’è. Lo dicono decine di testimonianze di ragazze afghane nate e cresciute in un Paese che offriva possibilità, che consentiva di studiare, lavorare e viaggiare e che sono ora ora costrette a tornare indietro di 20 anni nel giro di una settimana, tornare indietro in un passato che, in molti casi, non si è neanche vissuto.

Mentre i talebani affermano in mondovisione di voler rispettare le donne, arrivano notizie che parlano di ragazze che già non possono più andare all’università in molte province. Quasi tutte le donne sono ormai barricate in casa, perché sanno che fuori non ci sono più diritti per loro. Il prezzo dei burqa è aumentato notevolmente; anche se i talebani hanno detto che non sarà obbligatorio, chi li vende sa che non è così. E chi non ha i soldi per acquistarlo, cosa può fare?

L’Associazione Pangea, su Instagram riporta ogni giorno testimonianze di donne che hanno collaborato con strutture umanitarie che temono per la loro vita e per il loro futuro.

Il “Guardian” afferma invece che i comandanti talebani hanno ordinato agli Imam delle aree sotto il loro controllo di fornire una lista con i nominativi di donne tra i 12 e i 45 anni non spostate. L’intento è quello di darle in sposa ai soldati di guerra come bottino.

Tra pochi giorni il rumore sull’Afghanistan si spegnerà. L’attenzione dell’opinione pubblica si affievolirà, ma la vita di milioni di donne non andrà in stand-by come il nostro interesse. I loro diritti saranno repressi ogni giorno. Le loro sofferenze saranno più forti ogni giorno. Il loro corpo gli apparterrà ogni giorno di meno.
Ma il silenzio dell’Afghanistan talebano inghiottirà tutto.
Ecco cosa vuol dire essere una donna nell’Afghanistan dei talebani.

Pubblicato da Federico Roberti

Da sempre guardo il mondo con gli occhi di chi ne è avidamente curioso. Da sempre provo a trasformare la mia curiosità in parole e in articoli. Da poco, pochissimo, sono il direttore di Zeta. Cosa vuol dire questo? Solo che mi guarderò di più intorno e le mie parole avranno un peso maggiore.

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