Migranti: cosa c’è dietro il martirio di un continente

Migranti: cosa c’è dietro il martirio di un continente

L’immigrazione è un fenomeno complesso e una sua disamina esauriente è impresa titanica anche ai più esperti politologici. Per provare ad inquadrare una delle falle più pericolose e ingestibili del nostro sistema, dovremmo prima di tutto tracciarne le proporzioni. Ma cosa significa esattamente, migrare? “Trasferirsi da un luogo diverso da quello di origine”. Fin qui, i dubbi sono pochi. Ma perché l’uomo migra? I migranti sono spinti dalla necessità cercare una condizione più favorevole rispetto al luogo in cui sono nati o vivono.

In realtà tale definizione non è corretta, poiché non necessariamente il migrante cerca una condizione migliore: potrebbe sottintendere anche la semplice e naturale ricerca di orizzonti nuovi. Del resto, non è un’anomalia o una tendenza dell’età contemporanea. La migrazione ha origini che risalgono agli albori della storia umana ed è stata processo che ha dato un contributo rilevantissimo allo sviluppo stesso della specie umana e alle interazioni fra popoli che hanno forgiato intere culture.

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Migranti italiani in partenza per l’America

Gli stessi italiani, quando è toccato a loro, sono stati migranti, anche in massa. Tra il 1880 e il 1924 gli italiani che hanno lasciato il proprio Paese sono stati circa 29 milioni: di questi, 18.725.000 si sono definitivamente stabiliti all’estero (65%) senza farvi più ritorno. La meta più ambita furono gli Stati Uniti. Tuttavia, un vero e proprio movimento culturale, definito anti-italianismo, causò il proliferare di stereotipi denigratori che giustificarono rappresaglie nei confronti dei nostri connazionali. Gli italiani venivano malvisti in quanto prevalentemente contadini e di religione cattolica, contro la maggioranza protestante.

Essi furono vittima di pregiudizi, sfruttamento economico e spesso anche violenza. E tale infimo luogo comune condusse all’ingiusta condanna a morte di due italiani, Ferdinando Sacco e Bartolomeo Vanzetti, giustiziati sulla sedia elettrica a seguito di un processo mal gestito.

Presupposti storici delle rotte migratorie

Il Mediterraneo è da sempre ponte di congiunzione tra due continenti e crocevia per raggiungere terre lontane ed inesplorate. L’uomo europeo nel tempo ha abusato di tale strategicità geografica dando vita ad uno dei processi più sfaccettati e chiaroscurali della storia umana. Si tratta del colonialismo, da cui la nostra disamina dovrebbe partire. Durante questo periodo la scia egemone del marchio europeo ha toccato vette e confini dall’America all’Africa, fino in Oceania.

Mentre alcuni stati sono riusciti a ricomporsi dopo l’epopea coloniale, in altri paesi essa sembra aver lasciato indelebili cicatrici e scatenato ineguagliabili disastri. A differenza del primo colonialismo, dovuto alle esplorazioni (secoli VI-VII), l’imperialismo (XIX-XX secolo) fu innescato e si resse su una ideologia razzista e xenofoba che diede adito a soprusi e stermini. Sostanzialmente l‘idea chiave era che gli europei fossero geneticamente superiori ai popoli indigeni.

Nell’Africa tedesca del Sud-Ovest i tedeschi sterminarono la popolazione degli Herero che non si erano dimostrati propensi a sottomettersi all’invasore. Per non parlare delle atrocità commesse da Leopoldo II del Belgio, che uccise dai 5 ai 10 milioni di congolesi e ridusse l‘intera popolazione in schiavitù per appropriarsi indebitamente delle risorse dei loro territorio (dall’avorio alla gomma).

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Gli effetti della brutale politica colonialista belga

Il processo di decolonizzazione fu lungo, tortuoso e tutt’altro che indolore. E durò trent’anni, fino al 1975, quando le ultime colonie portoghesi furono dichiarate indipendenti. Negli Stati africani la maggior parte dei sistemi costituzionali sviluppati dopo l’indipendenza terminarono con lo sfociare in regimi autocratici.

A questo contribuirono motivi politici, sociali ed etnici. L’arbitrarietà dei confini decisi dagli europei, studiati a tavolino senza considerare la morfologia umana di un territorio così vasto e variegato, portò gruppi umani profondamente diversi improvvisamente a convivere all’interno di uno stato vero e proprio. L’indipendenza frettolosa e in molti casi immatura portò in breve tempo al tramonto di una prospettiva di rinascita africana.

Oggi si parla di neocolonialismo ed è questa, tra l’altro, la principale ragione per cui il continente continua ad essere così povero. Il persistente sfruttamento economico, acuito dalle multinazionali, fa sì che lo spettro del colonialismo perduri facendo sfumare qualsiasi significativa chance di progresso e ripresa. Le potenze occidentali sottraggono circa 75,8 miliardi di euro all’Africa: un’emorragia di capitali che potrebbero essere investiti a favore della popolazione locale.

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Vignetta simbolo del neocolonialismo

La situazione odierna

Da questo approssimativo quadro storico-politico, arriviamo al dramma delle migrazioni. Fenomeno sempre nel mirino delle gogne mediatiche assecondate da diverse figure politiche facenti leva su questo fenomeno.

La situazione è questa: uno dei flussi migratori più intensi e preoccupanti è quello della Rotta del mediterraneo. Migliaia di migranti partono quotidianamente su imbarcazioni di fortuna per raggiungere le nostre coste e i nostri territori. Spesso, gli esiti sono tutt’altro che fortunati: secondo il progetto Missing Migrants dell’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, i migranti che hanno perso la vita o risultano dispersi nel Mediterraneo dal 2014 ammontano a ben 20.014.

È attestato come secondo le nazionalità dichiarata dai migranti, la maggior parte provenga da Tunisia, Pakistan, Costa D’Avorio, Mali, Algeria, Iraq, Sudan, Bangladesh, Repubblica centrafricana, Nigeria, Somalia e Bangladesh.

Da coloro che scappano dalla Nigeria troviamo ad esempio i c.d. “rifugiati ambientali”. Essi si vedono costretti all’esilio a seguito della distruzione dei loro territori causati dall’estrazione forzata di petrolio. Un’altra parte sono ragazze minorenni che, col tentativo di salvare le loro famiglie dai debiti, cercano fortuna in Italia e finiscono in preda a giri illegali di prostituzione. Ancora un’altra parte di questi migranti scappano da Boko Haram, gruppo terroristico attivo dal 2002 che ha causato ben 51.000 morti.

Il Mali è tra i paesi più poveri al mondo: il 77% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno, secondo i dati ONU. C’è poi la Repubblica Centrafricana, dilaniata da una guerra civile in atto dal 2012 e da sempre tra i territori più poveri del pianeta. La metà della popolazione trae le sue speranze di sopravvivenza dall’opera instancabile di missionari e volontari, considerando che i due terzi non hanno accesso ad acqua potabile. Intanto, nel paese stupri e massacri sono all’ordine del giorno.

Bambini sfollati in Repubblica centrafricana

Ma il principale paese da cui arrivano i migranti in Italia è la Tunisia, spesso con sbarchi fantasma. Secondo Flavio di Giacomo dell’OIM, l’incremento dell‘emigrazione tunisina deriva dal peggioramento della crisi economica che si ripercuote soprattutto sulle nuove generazioni (la disoccupazione giovanile è al 45%).

Il Pakistan è il secondo paese di provenienza dei migranti secondo i dati del 2019.  Nella regione nord-occidentale del paese dal 2004 è in corso una guerra tra lo stato e una pluralità di gruppi militanti, tra cui spiccano gli esponenti del fondamentalismo islamico. Nel marzo 2016, ad esempio, il gruppo terroristico Jamatul Ahrar ha fatto esplodere un ordigno in un parco giochi a Lahore, causando 72 morti (tra cui 30 bambini) e 340 feriti.

Ultimo da citare è il Bangladesh, da cui proverrebbero poco meno del 10% dei migranti. Un paese che ci consente di introdurre un altro fondamentale argomento, da tenere in considerazione quando cerchiamo di addentrarci nel tortuoso percorso esistenziale di un migrante: si stima infatti che una cospicua parte di bangladesi risieda in Libia, ma che per loro lì la sopravvivenza non sia affatto semplice. Questi vengono infatti rapiti dai gruppi criminali, imprigionati e torturati nei fatidici campi di detenzione.

«Mangiamo un pane al giorno e uno alla sera, beviamo un bicchiere d’acqua sporca a testa. Non ci sono bagni», scrive uno dei detenuti in inglese stentato. «Fate in fretta, aiutateci, siamo allo stremo».

Secondo i dati sarebbero 40.000 i rifugiati ivi prigionieri in attesa di essere liberati.

I campi di detenzione in Libia

La politica europea: il trattato di Dublino

A livello europeo, la prima fonte normativa che ha tentativo di unificare la materia è stato il Trattato di Dublino del 1990, successivamente modificato dal regolamento del 2003. La problematica principale era fissare i criteri per individuare lo Stato competente ad esaminare una domanda di protezione internazionale. La finalità è duplice: evitare la richiesta in più paesi membri, e garantire al richiedente l’effettiva esamina della sua richiesta. Secondo i criteri stabiliti dall’art 7-8 del regolamento europeo, lo Stato competente è lo Stato d’ingresso.

Il regolamento, nonostante duramente criticato, rappresenta comunque una “pietra miliare” nella storia normativa in materia d’asilo. E si dimostra sensibile alla tutela dei minori e dei nuclei familiari, favorisce la trasparenza, la chiarezza, l’auspicabile rapidità delle decisioni. Ma le sue lacune sono evidenti: con questa strategia, il fenomeno migratorio finisce per essere catalizzato su una quantità estremamente limitata di Stati membri, quelli maggiormente esposti ai flussi migratori.

Tra l’altro, il riconoscimento della protezione internazionale, qualora elargito, non consente comunque di potersi spostare liberamente fra paesi membri. Motivo per cui molti sono costretti a fare richiesta direttamente nel paese dove intendono stabilirsi, perché non hanno scelta. Si tratta, quindi di una falsa linea di cooperazione internazionale. Una linea concreta, altrimenti, non sarebbe preclusiva di eventuali piani di ricollocazione dei migranti in ognuno dei paesi europei.

Cenni di politica migratoria italiana

In Italia, la pietra angolare del sistema di gestione della migrazione è rappresentato dal Testo unico sull’immigrazione (n.286\1998). Ogni anno il Governo emana il c.d. “decreto flussi”. Si tratta di un provvedimento che ogni anno viene con cui si regolano le quote di ingresso dei cittadini stranieri non comunitari per motivi di lavoro subordinato, autonomo o stagionale.

Esistono quattro tipi di permessi di soggiorno richiedibili, secondo l’attuale normativa:

  • Visto per motivi di studio/formazione
  •  Visto per ricongiungimento familiare: ha validità di un anno dal suo rilascio; viene rilasciato ai familiari da ricongiungere a seguito del rilascio di un nulla osta al ricongiungimento richiesto.
  •  Visto per motivi di lavoro subordinato (a tempo indeterminato, determinato, stagionale): si ottiene solo dopo di ‘nulla osta‘ al lavoro da parte dello sportello unico per l’Immigrazione (Sui). Per instaurare un rapporto di lavoro subordinato con un cittadino extracomunitario residente all’estero, infatti, il datore di lavoro – italiano o straniero legalmente soggiornante in Italia – deve presentare richiesta nominativa di nulla osta al lavoro al Sui competente per la provincia nella quale si svolgerà l’attività lavorativa.
  •  Visto per motivi di lavoro autonomo: può essere richiesto per svolgere in Italia attività di lavoro autonomo non occasionale di carattere industriale, professionale, artigianale o commerciale; oppure costituire una società di capitali o di persone, accedere a cariche societarie. Per ottenerlo occorre possedere i requisiti professionali e morali richiesti dalla legge dello Stato ai cittadini italiani per l’esercizio dello stesso tipo di attività. Ed è un sistema ragionevole, ma incompleto.
Dati statistici sugli sbarchi in Italia dall’ISPI, Istituto di Studio della Politica Internazionale

Il Dpr del 2015 regola infatti le modalità per ottenere protezione internazionale in Italia. Si individuano due categorie: chi riceve lo status di rifugiato e chi lo status di protezione sussidiaria. Il primo spetta a chi risulta, nel proprio paese d’origine, perseguitato per ragioni etniche, politiche, religiose, e non può o non vuole, per questo, farvi ritorno. Il secondo spetta a coloro che, pur non dotati dei requisiti per il primo status citato, tornando nel loro paese d’origine sarebbero esposti ad un grave danno. Lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria sono riconosciute all’esito dell’istruttoria effettuata dalle Commissioni Territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale.

Nel 2008-2009 viene introdotto il reato di immigrazione clandestina, con una multa di 5000 euro e l’espulsione immediata. E’ stata introdotta l’aggravante di clandestinità nei processi penali, pari a un terzo della pena. Allo stesso tempo però l’ottenimento del permesso di soggiorno è stato reso notevolmente più gravoso: sono stati allungati i tempi per poter richiedere il permesso di soggiorno per matrimonio ed è stata resa più difficile l’acquisizione della residenza.

Con il Ddl 840\2018 il Ministro Salvini ha abrogato la protezione per motivi umanitari, causando l’espulsione di centinaia di migranti dai centri di accoglienza. Centri di fortuna e tra l’altro predisposti da volontari (e non dallo Stato) che spesso costituivano l’unica via di salvezza per queste persone.

Aldilà delle simpatie politiche, è piuttosto chiaro che le occasionali maggioranze al Governo (per altro, sempre più precarie e malleabili) aggiungono e tolgono pezzi a loro piacimento alla politica migratoria in corso. Centinaia di migranti passano ad essere criminali dall’oggi al domani, secondo manovre che avvengono in tutt’altra sede.

Da diversi anni la gestione degli sbarchi è fondamentalmente affidata all’intervento di ONG ed Agenzie Europee, o comunque ad operazioni temporanee e non risolutive (pensiamo alle operazioni Mare Nostrum e Triaton). E questo svela l’inadeguatezza innanzitutto della politica europea, poiché, ricordiamolo, questa è un’emergenza che non può essere lasciata alla discrezionalità dei legislatori nazionali, né ai nobili intenti dei volontari.

Perché uno Stato lasciato solo dalla comunità internazionale rischia quasi per reazione di dover prendere misure drastiche. Perché mentre stati come Ungheria, Polonia, Repubblica Cieca, Regno Unito, Svizzera restano barricati al sicuro nelle loro frontiere sigillate, stati come Grecia, Italia, Spagna, Cipro finiscono con l’acqua alla gola senza poter contare su un intervento unitario e sincronico?

L’integrazione degli immigrati in Italia e la politica

Nei rapporti di Sprar e Cittalia, si trovano storie di rifugiati che hanno sfruttato le loro conoscenze per aprire nuove attività commerciali e contribuito a valorizzare il territorio. A Capua, nel 2014, rifugiati e italiani hanno collaborato per il recupero di mobili antichi e il restauro di chiese della zona. In ambito turistico, nel progetto #SullevenedellaPuglia, i rifugiati hanno collaborato con alcune cooperative locali per la promozione turistica della zona.

Comuni come Riace (Calabria), si sono persino risollevati grazie all’accoglienza di migranti, in un paese dall’economia paralizzata e ormai spopolato. Bahram Acar è uno di quelli, che nel 1998 sbarcò alla Marina di Riace. ” A Riace ho trovato un luogo familiare. Queste montagne mi ricordano il Kurdistan e ho deciso di restare. Ho fatto qualsiasi lavoro mi si presentasse: carpentiere, fabbro, muratore.” racconta, colmo di gratitudine per una comunità che rispetto ad altro ha trasformato un’emergenza in opportunità. Opportunità destinata a svanire dato che nel 2018 un provvedimento del Viminale ha indetto il trasferimento di tutti i migranti.

Migranti a Riace

E la criminalità? Secondo una ricerca del 2018, i reati commessi da stranieri (quantomeno denunciati) ammontano al 31%, intendendo sia quelli regolarmente residenti che quelli irregolari. In generale, si può dire che gli studi in materia evidenziano che il tasso di criminalità relativo degli stranieri è superiore a quello della popolazione autoctona in quasi tutti i paesi europei.

La recente diatriba mediatica sul Green Pass 

Ultima novità: il Green Pass. Giorgia Meloni sollecita costantemente i suoi seguaci a indignarsi davanti l’ennesima contraddizione: gli immigrati entrano liberamente e i non vaccinati si devono spostare con il pass.

Tuttavia, quando i migranti sbarcano sulle coste, le disposizioni prevedono l’obbligo di sottoporli una serie di controlli preventivi. Ogni individuo viene sottoposto ad un controllo di primo livello dove vengono accertati eventuali sintomi, e viene effettuato un tampone faringeo.

Fino a prova contraria, se avere il Green pass diventerà condizione obbligatoria per svolgere la stragrande maggioranza delle attività, la nazionalità non varrà certo come fattore discriminante. Con la differenza che, ricordiamo, gli italiani possono decidere se accedere alla campagna vaccinale. Gli stranieri no: sono, di fatto, apolidi. Forse possono decidere di farlo “a casa loro“, appunto.

Vignetta pubblicata da Giorgia Meloni

Piuttosto complesso considerando che sono i paesi occidentali ad essersi accaparrati la maggioranza delle dosi vaccinali, e ad oggi soltanto l’1 % della popolazione africana è vaccinata. Non per negazionismo, ma per mancanza di dosi. Che il vaccino costituisca una forma efficace di protezione contro il Covid o meno, ottenerlo in posti come questi equivale a trovare acqua nel deserto.

Dunque, soprattutto quando non si conosce la portata di un fenomeno e quando si parla di diritti che per noi sono o dovrebbero essere scontati, ma che per molti sono un privilegio, se le uniche parole che riusciamo a formulare sono parole di odio, allora preferibile è il silenzio.

Pubblicato da Domenico Lubrano Lavadera

Sono Domenico, ho 19 anni e studio Giurisprudenza. Sono un sognatore idealista che nel tempo libero si improvvisa fotografo, scrittore e un po’ di tutto. Mi interesso particolarmente di diritti umani, e di quanto nella nostra società siano, spesso, tutt’altro che garantiti.

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