Haiti è un paradiso che lentamente sta bruciando

Haiti è un paradiso che lentamente sta bruciando

Nel mezzo delle Americhe, in terre colonizzate soprattutto dagli spagnoli, c’è un Paese Caraibico che parla francese.
Haiti, una terra che ormai dei coloni europei ha solo qualche edificio e i nomi dati a villaggi e cittadine, è una terra bizzarramente sfortunata.
Un vero e proprio pezzo di paradiso messo a ferro e fuoco dalla natura stessa. L’isola, in meno di 20 anni, è stata colpita dall’uragano Jeanne (nel 2004) e dall’uragano Matthew (nel 2016). E nel mezzo, non è mancato il terremoto del 2010, considerato il secondo più distruttivo nella storia dell’uomo.
Infine, dopo meno di un anno, ad Haiti è scoppiato anche il colera.
Di conseguenza, il Paese è oggi al centro di una crisi umanitaria con pochi precedenti alla quale tenta di provvedere l’ONU.

L’assassinio del presidente Moise

Il 7 luglio 2021 potrebbe andare ad aggiungersi alla lista dei flagelli haitiani. Questa volta, però, la questione è politica.
Pochi giorni fa è stato assassinato Jovenel Moïse, 58esimo presidente di Haiti.
Moïse è morto un po’ come in un sanguinoso racconto creolo di vendetta e un po’ come in un film di Hollywood, in una sparatoria quasi cinematografica.
Mentre i suoi figli si barricavano nella stanza accanto, il presidente spirava riverso nel proprio sangue, accasciato in quella che era la sua sontuosa vasca da bagno, con ancora addosso la camicia bianca indossata quel mattino. È stato ritrovato a bocca aperta, ucciso in casa sua, a Petion-Ville, da 12 colpi di pistola. Uno dei quali, come ha riferito il magistrato incaricato delle indagini, piantatogli nell’occhio sinistro.

Ad Haiti, a quanto pare, non c’è mai fine alle complicazioni. Al momento il paese è in una condizione di vuoto di potere. Il Primo Ministro, Ariel Henry, fresco di nomina, non aveva ancora giurato al momento della morte di Moïse e quindi non potrebbe sostituirlo; a questo punto dovrebbe entrare in gioco il Presidente della Corte Suprema, che, in modo tragicomico, è morto di Covid.
Il Primo Ministro ad interim Claude Joseph ,infine, ha già annunciato di volersi ritirare.
Per questo motivo, l’occhio del popolo è ritornato su Ariel Henry, che ha finito con il prestare giuramento in fretta e furia. Il tutto seguito da pomposi tributi al defunto Moïse.
La scelta di affidare il Governo a Henry, tuttavia, è stata fortemente influenzata dall’intervento degli Stati Uniti, che lo hanno preferito al dimesso Joseph.
Non è un caso: gli Stati Uniti hanno già manipolato Haiti occupandola dal 1915 fino agli anni ‘30 e addirittura imponendo la Costituzione scritta da Franklin Delano Roosevelt.

L’assassinio di Moïse, in ogni caso, con la sua estrema violenza ha aumentato l’incertezza politica di Haiti. Il premier uscente, Claude Joseph, invita la popolazione alla calma. Come suo ultimo atto, tuttavia, ha dichiarato lo stato d’assedio.
Haiti conosce bene le crisi di Governo, le prese di potere militare e, sempre più recentemente, la violenza tra bande.

Sanon: la mente dietro le quinte

La morte di Moïse si scaglia su questo sfondo con i contorni di un fitto intrigo internazionale.
Ad orchestrarlo sarebbe stato Christian Emmanuel Sanon, 63 anni, medico e pastore, haitiano residente da un paio di decenni in Florida.
Sembrerebbe che Sanon, con l’intenzione di diventare presidente di Haiti, avrebbe creato una task force di 26 persone, principalmente colombiane e includendo un paio di americani.
Gli attentatori sono stati già catturati, almeno in gran parte, mentre alcuni sono rimasti uccisi negli scontri a fuoco con le forze dell’ordine haitiane.
La polizia è poi risalita Sanon sulla base delle confessioni dei catturati.

Mentre Sanon è in carcere ad Haiti in via cautelare, si cerca di ricostruire l’andamento del piano originario contro Moïse.
Il presidente dovrebbe essere ancora vivo; lo scopo dell’attacco era di sequestrarlo. Poi qualcosa è stato cambiato, le pedine sono state mosse diversamente: lo scacco al re è finito nel sangue e il tentativo di golpe è fallito. Giungono, però, le prime ammissioni da parte del presidente colombiano Duque, il quale ha confermato la partecipazione al golpe di svariati ex militari suoi connazionali. Le indagini, condotte in contemporanea da polizia haitiana e FBI, hanno inoltre rilevato che uno dei partecipanti era cugino di Duque stesso.

 

Una nuova Haiti

La storia del Paese, nel quale si sono succeduti governi instabili per un secolo, dimostra che non basta tracciare un confine per essere una Nazione. Nell’isola di Hispaniola, dove Haiti si abbandona inghiottita dal mare caraibico, c’è una linea politica fondamentale che la divide da El Salvador.
Eppure Haiti è assediata comunque: controllata dall’America, tenuta d’occhio dalle forze Europee, adesso minacciata da un golpe per mano di un gruppo colombiano e macchiata di morte dal connazionale Sanon.

La democrazia vacilla: meno della metà dei parlamentari haitiani sono operativi, le cariche pubbliche cadono e nessuno provvede a rinnovarle e le elezioni sono una sorta di evento occasionale. Il tutto mentre la Natura, che è un giudice a cui non serve una Corte d’Appello, cerca in continuazione di fare piazza pulita.
C’è una possibilità che il nuovo governo, non senza pressioni estere, rimetta in piedi questo paradiso amaro. Per non far sprofondare nel totale disordine Haiti.
Per dare una seconda possibilità a quell’isola di Hispaniola che il mare dei Caraibi ha toccato e ferito molte volte, decidendo poi di lasciarla ancora intera ad affiorare esotica nel mezzo dell’Oceano.

 

Pubblicato da Giulia Matarazzo

Giulia Matarazzo, classe 2000. Studio Giurisprudenza ma nella mia testa sono la protagonista di Midnight in Paris. Se mi faccio una domanda, la risposta la scrivo

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