Streaming, Social, Covid: l’industria musicale nascosta dietro il tasto “play”

Streaming, Social, Covid: l’industria musicale nascosta dietro il tasto “play”

Nel corso degli ultimi anni l’universo musicale è notevolmente mutato. L’immagine romantica -e anche nostalgica- di un artista esclusivo che imbraccia la chitarra in una venue ristretta, davanti a pochi fedeli seguaci, può ancora risultare attuale, ma non è più l’unica verità.

La musica, ora, si è fatta business. Un’industria, una macchina enorme e complessa – anche spietata nei casi peggiori- ma ad ogni modo articolata ad un livello impensabile anche solo paragonandola a vent’anni fa. Tutto ciò è da leggersi, ovviamente, anche nel suo risvolto più positivo. Il progresso tecnologico garantisce nuove opportunità, e il mercato discografico manifesta un’enorme propensione a valorizzare i servizi digitali.

Sono molti i fattori convergenti (spiegati egregiamente dal documentario del Financial Times, da cui sono stati tratti i principali punti affrontati in questo articolo). L’avvento dello streaming, dei social network, e addirittura la pandemia di Covid-19 hanno contribuito alla rivoluzione che ha travolto l’intera industria musicale.

Ecco una breve carrellata degli elementi che hanno costruito quest’evoluzione, a partire dal “semplice” contratto sino ai concerti a portata di smartphone.

Fenomenologia del contratto

Ottenere un contratto discografico rappresenta una delle maggiori ambizioni di un qualsiasi cantante o musicista. Accade, tuttavia, che le sezioni da cui un contratto è composto o le clausole ad esso legato risultino poco chiare, addirittura per il firmatario stesso.

Al suo interno le due parti contraenti sono l’artista e il “produttore di fonogrammi” (può essere una casa discografica, ma anche una persona fisica che fa incidere i pezzi a sue spese, per poi cederli a sua volta ad un’etichetta). L’artista si impegna a cedere la propria opera a favore del produttore ai fini di incisione, registrazione e riproduzione. Il produttore, a sua volta, ha il compito di sovvenzionare le spese necessarie per la realizzazione delle registrazioni, per poi metterle in commercio.

Purtroppo questo processo di mutuo scambio non resta sempre così lineare: da quando le case discografiche hanno cominciato a perdere introiti a causa del calo di vendite di prodotti fisici, non traendo più profitto dalle vendite dirette hanno iniziato a farlo con attività parallele (come concerti, merchandising e sponsorizzazione). Di conseguenza le case hanno più controllo su diverse aree, e l’artista resta parzialmente “in debito” e con meno margine di autonomia.

Eppure, come spesso succede, nel problema si cela la soluzione. Se da una parte la fase Web 2.0 ha rappresentato un limite, dall’altra ha garantito agli artisti più libertà nelle proprie scelte. Sebbene tantissimi cantanti si affidino ancora alle case discografiche standard o a soluzioni ibride (come etichette o società intermedie, che offrono servizi in cambio di una parte dei profitti), negli ultimi anni si sono moltiplicati gli artisti indipendenti: coloro che scelgono di non avere un “produttore” che li promuova, affidandosi unicamente alle proprie forze.

Le piattaforme streaming

La riduzione della vendita e produzione di supporti fisici può essere a buon diritto intesa come una sorta di “smaterializzazione della musica“. Secondo i dati rilevati nel 2017, i servizi di streaming hanno generato per la prima volta introiti maggiori della vendita degli album fisici. È la nuova frontiera musicale, dal momento che tali piattaforme consentono di accedere a una quantità pressoché illimitata di brani senza possedere nulla, se non l’applicazione stessa.

Il primo servizio streaming -e il più utilizzato a livello mondiale, con 248 milioni di utenti attivi al mese- è Spotify. Le sue caratteristiche peculiari sono due: il grande assortimento di canzoni (più di 50 milioni) subito disponibili, e la personalizzazione del servizio: in base alla tipologia di ascolti, Spotify consiglia all’utente nuova musica in linea con i suoi gusti, oltre che creare playlist su misura.

Ma come capitalizzano da Spotify gli artisti? Il loro guadagno deriva dalle riproduzioni: considerando anche la percentuale versata alle case discografiche, Spotify paga all’artista un minimo di 0.02€ ogni 1000 ascolti (dove per “ascolto” si intende la riproduzione di un brano per un tempo maggiore o uguale a 30 secondi). L’opportunità è colta in primis dagli artisti indipendenti sopra menzionati, che possono così garantirsi un primo guadagno diretto, nonché tentare di farsi pubblicità.

Ai cantanti è inoltre dedicata “Spotify for artists”, una sezione apposita che consente di monitorare musica, contenuti e statistiche relative agli ascolti.

La rivoluzione social…

Esempio lampante di quanto i social network abbiano cambiato la musica è di sicuro TikTok. Il social nato in Cina è responsabile di una potente reazione a catena che notevolmente influisce sul mercato discografico: TikTok basa gran parte dei suoi contenuti su brani musicali, che possono essere liberamente usati dagli utenti nella creazione dei loro video per lip-sync, sketch comici, challenge o coreografie. Gli altri utenti, a loro volta, vengono a conoscenza di questi brani (spesso nuove uscite) e contribuiscono a renderli virali condividendoli e ascoltandoli su altre piattaforme. Di conseguenza le canzoni rese popolari su TikTok, nella stragrande maggioranza dei casi, finiscono per conquistare la vetta delle classifiche.

Questo è un vero trampolino di lancio virtuale per ogni tipo di artista, sia emergenti che affermati, in quanto il social è prevalentemente indirizzato a un target giovane, cioè il più attento alle tendenze e ai fenomeni online.

…e la rivoluzione Covid

Il 2020 è stato un anno di stravolgimenti sotto ogni fronte. Il blocco dei concerti ed eventi live per fronteggiare la diffusione del virus ha danneggiato fortemente parte del mercato musicale.

Il settore che ha potuto garantire la sua sopravvivenza è, di nuovo, quello dello streaming. La pandemia ha incentivato il consumo di contenuti video e musicali online e, come emerge dai dati di Counterpoint Research, è stato rilevato un boom degli abbonamenti alle piattaforme streaming (+35% rispetto al 2019), che ora raggiungono circa i 400 milioni di iscrizioni.

La tecnologia ha consentito anche ai live di reinventarsi. Si è infatti ricreata un’alternativa tramite concerti virtuali in diretta online, ai quali si accede tramite acquisto di un regolare biglietto. Per esempio, il concerto degli U2 al Rose Bowl in California è stato trasmesso in diretta sul canale YouTube della band. E se Youtube già era un’eccellenza nell’ambito dei videoclip , questo è stato il suo primo tentativo nella riproduzione di un intero concerto in diretta mondiale, ed è stato un grande passo. Le performance live virtuali si sono rivelate un successo, ed è per questo che probabilmente continueranno ad essere sfruttate anche in futuro.

L’industria musicale, in definitiva, si è fatta universale e multiforme. Grazie alla svolta digitale, le possibilità si sono duplicate non solo per chi la musica la crea, ma anche e soprattutto per chi ne fruisce. La grandezza dell’universo musicale si muove di pari passo alla specificità del progresso, e alle nuove opportunità che ha reso concretamente realizzabili. E allora, davanti a questa rivoluzione, la parziale perdita di quel fascino demodé è un prezzo che, in fin dei conti, siamo disposti a pagare.

 

 

Pubblicato da Valeria Polcini

21 anni, nata a Brescia, studio Lettere. Appassionata di serie tv, musica, libri e ogni sfaccettatura dell’Arte. Amo le grandi storie, di quelle che fanno viaggiare senza muoversi. E sogno di raccontarle a modo mio.

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