E se Cuba fosse di fronte a una nuova rivoluzione?

E se Cuba fosse di fronte a una nuova rivoluzione?

Cuba è in crisi. Una crisi che non è cominciata negli ultimi giorni ma che solo nell’ultimo periodo ha spinto i manifestanti ad imporsi contro il governo rivoluzionario di Miguel Díaz-Canel. Sono stati decine gli arresti in tutta l’isola, soprattutto nella capitale L’Avana, dove l’11 luglio si sono intensificate le proteste per la gestione della pandemia da parte del governo, ma anche per la mancanza di cibo, medicinali, energia elettrica e l’aumento dei prezzi. Le proteste contro il governo di Cuba sono molto inusuali, dato che le leggi tendono a reprimere qualsiasi forma di dissenso nell’ottica di indebolire qualsiasi tentativo di manifestazione anti-regime, considerata appunto anti-rivoluzionaria. Tuttavia questa volta la situazione è diversa, poiché per la prima volta negli ultimi trent’anni il governo è messo alle strette, oscillando fra la reazione ai dissidi e al rischio di una guerra civile.

I timori del governo cubano

Sin dall’inizio di questo 2021 il presidente Díaz-Canel, in carica da ottobre 2019, ha tentato di riformare il settore economico cubano, spesso arretrato e privo di incentivi atti a migliorarne l’efficienza, ponendo fine al sistema della doppia valuta, consentendo maggiore spazio e libertà al settore privato. Nonostante ciò, l’impatto delle riforme non è stato sufficiente a ricucire una frattura economica enorme. La profonda recessione ha causato, negli anni, carenza di cibo, medicinali e carburante, portando la situazione di Cuba alla stregua di un paese terzomondista. Il governo di L’Avana ora è tremendamente preoccupato, con Diaz-Canel che tenta di far leva sul sentimento “rivoluzionario” dei compatrioti, respingendo l’accusa statunitense di essere a capo di una dittatura, sostenendo invece che la popolazione riceve benefici «possibili solo grazie al sistema socialista». Un clima che ricorda la tensione e le divergenze della Guerra fredda, riportando così in auge il noto embargo USA in atto da quasi sessant’anni, che tutt’oggi affligge l’economia e le esportazioni cubane.

La polizia è intervenuta dopo alcune ore di proteste eseguendo centinaia di arresti. I dimostranti hanno lanciato sampietrini contro gli agenti: “Non ne possiamo più di file, della mancanza di tutto. Per questo sono qui”, ha detto un manifestante 50enne ad Associated Press, parlando anonimamente per il timore di essere arrestato.

Alla televisione cubana, il Presidente ha accusato direttamente gli Stati Uniti di avere assoldato «mercenari» per destabilizzare il paese e far cadere il regime comunista sull’isola. Nonostante il monito, non sono apparse prove di alcun tipo circa il coinvolgimento degli Stati Uniti, né diretto, né indiretto. Il tentativo di cercare un capro espiatorio non ha comunque posto freni alle manifestazioni, proseguite per tutta la giornata. Díaz-Canel ha ribadito di come buona parte dei problemi economici di Cuba siano dovuti alle sanzioni che gli Stati Uniti hanno imposto, in varie forme, dal 1962 e definite dallo stesso presidente «una politica per soffocare l’economia» del paese.

Il Presidente quindi non è intenzionato ad arretrare di un passo: nel suo discorso ha invitato la popolazione a scontrarsi con i manifestanti per “riportare l’ordine nelle città”. Il tentativo di dissuadere i rivoltosi è arrivato con la frase: «L’ordine di combattere è stato dato: andate nelle strade, rivoluzionari!».

La reazione statunitense e delle Nazioni Unite

L’invito a combattere nelle strade e nelle piazze è stato probabilmente il punto di non ritorno. Diversi diplomatici statunitensi e politici americani hanno commentato con preoccupazione le manovre propagandistiche di Díaz-Canel. In particolare le Nazioni Unite, attraverso alcuni esponenti e diplomatici, hanno affermato di temere nuovi scontri e violenze nel paese. Lo stesso presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha commentato le notizie provenienti da Cuba chiedendo al governo di ascoltare la popolazione e di non reprimere il loro diritto a protestare: «Il popolo cubano sta coraggiosamente rivendicando i propri diritti universali».

Una nota ufficiale è poi arrivata nella sera da parte di Washington, che ha messo in guardia Cuba dall’utilizzo di qualsiasi uso della violenza contro i manifestanti. «Gli USA sostengono la libertà di espressione e di riunione a Cuba e condannerebbero fermamente qualsiasi atto di violenza o volto a prendere di mira manifestanti pacifici che esercitano i loro diritti universali» ha affermato su Twitter il consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan.

Tra le altre cose, Biden aveva affermato in tempo di elezioni, che una volta presidente avrebbe fatto marcia indietro sulle politiche di inasprimento delle sanzioni economiche e dell’embargo adottate da Trump, ma non ha mosso un dito e la sua press Secretary ha dichiarato che non è una sua priorità. Probabilmente si tratta di un tentativo di attrarre il consenso degli immigrati cubani e venezuelani residenti in Florida, che mai vorrebbero che la misura dell’embargo si affievolisse, motivo per il quale sono restii a votare per i Democratici.

La risposta da parte cubana non si è fatta attendere ed arriva proprio dal ministro degli esteri Bruno Rodríguez, che sostiene che Sullivan «non ha autorità politica e morale per parlare di Cuba, il suo governo ha stanziato centinaia di milioni di dollari per promuovere la sovversione nel nostro paese e attua un blocco genocida, che è la causa principale delle scarsità economiche». Insomma, il tentativo di accusare gli Stati Uniti è ribadito in modo chiaro e diretto da parte di tutto il governo dell’Isola.

A conferma di ciò vi è l’accusa da parte di quest’ultimo riguardo l’intromissione della CIA negli affari cubani, sottolineando che «in modo molto codardo, molto perverso, nelle situazioni più complicate che abbiamo nelle province, cominciano ad apparire personaggi dell’impero yankee, propugnando dottrine di intervento per rafforzare il concetto che il governo non è in grado di uscire da queste difficoltà» ha dichiarato il governo.

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Un clima che sfiora la Guerra Fredda

Tuttavia, gli Stati Uniti non sono gli unici ad essersi esposti circa la questione cubana. La risposta di Putin è arrivata immediatamente, affermando di come la Russia, in uno schema che ripropone la Guerra fredda, sia contraria all’ingerenza statunitense nella politica interna cubana. Il Cremlino ha poi aggiunto che considera inaccettabile che ci sia una qualsiasi azione distruttiva che incoraggi la destabilizzazione della situazione sull’isola. Assieme alla Russia, anche il Messico si è schierato contro gli USA, con il presidente Andres Manuel Lopez Obrador che ha messo in guardia l’America da ogni ingerenza negli affari interni cubani e da ogni tentazione interventista, invitando al dialogo e offrendo aiuti all’Avana. Al contempo, il ministro degli esteri canadese ha esposto la sua preoccupazione, dato che sta “monitorando da vicino la situazione a Cuba”, aggiungendo di come “Il Canada sostenga il diritto alla libertà di espressione e di riunione e invita tutte le parti a sostenere questo diritto fondamentale”. Non una presa di posizione concreta, ma sicuramente diretta verso la contrarietà agli arresti eseguiti dal governo cubano. José Daniel, il leader del più grande gruppo di opposizione cubano, che spesso ha tenuto relazioni diplomatiche con Stati Uniti e Caraibi, è stato arrestato domenica mentre lasciava casa sua per unirsi alla protesta a Santiago de Cuba, nell’est del paese. Non è dato sapere dove si trovi, ha dichiarato a Reuters l’attivista del gruppo Zaqueo Baez. Nel caso in cui la questione non riesca a risolversi in tempi brevi e dovesse anzi peggiorare, il rischio di scatenare una destabilizzazione geopolitica nell’intera area caraibica è particolarmente elevato.

Pubblicato da Gabriele Rapisarda

Studente alla facoltà di Scienze Politiche a Roma Tre. Interessato a politica e attualità, amante di tecnologia e affascinato dalla musica jazz. Ho sempre utilizzato il web per esprimermi come blogger e podcaster. Intraprendente, ambizioso e mai arrendevole.

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