Siamo spettatori d’un circo chiamato violenza di Stato

Siamo spettatori d’un circo chiamato violenza di Stato

C’era un vecchio detto sui manicomi: chi ci lavorava era più pazzo di chi era rinchiuso. C’è un detto sulle carceri: chi ci lavora è più criminale di chi è rinchiuso.

Perché mettiamo la gente in carcere? Perché ha fatto qualcosa di sbagliato, di solito. Cosa frena la gente dal fare qualcosa di sbagliato? Forse la paura stessa d’andare in carcere. Bene. Una volta individuati questi due pilastri sui quali si basa buona parte della società in cui viviamo, chiediamoci, allora, una volta incarcerati cosa vogliamo farne di questa gente? Non li lasceremo mica marcire lì dentro; a quel punto instaureremmo la pena di morte e faremmo prima. Non possiamo allo stesso tempo rigettarli nella società, come niente fosse, perché quell’uomo ha ucciso due persone e abbiamo paura a rivederlo in strada passeggiare tranquillo. Servirebbe una rieducazione. Servirebbe un piano di recupero, di reinserimento, di perdono responsabile. 
Allora benvenuti alla più grande rieducazione carceraria degli ultimi tempi.

“L’orribile mattanza”

“Domani chiave e piccone in mano, li abbattiamo come i vitelli. Domate il bestiame”.

È lunedì 6 aprile nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Gli agenti penitenziari organizzano delle spedizioni di perquisizione a sorpresa. Per farsi aiutare chiamano 283 unità, sia interne all’organico del carcere sia provenienti dal Gruppo di Supporto agli interventi – diretti dal provveditore regionale Antonio Fullone. Vengono “perquisite” 292 persone. Anche se “perquisite” non è il termine adatto. Picchiate, randellate, umiliate, seviziate, torturate, forse è più corretto. Basta guardare il video pubblicato da Domani per sceglierci da soli il termine che più ci soddisfa. “Orribile mattanza”, l’ha definita il gip. “Il riassunto di ciò che c’è di più marcio nel nostro paese”, qualcun altro.

Per definirlo più semplicemente basterebbe dire d’aver visto un insieme di agenti far sfilare lungo il corridoio, nelle sale comuni e sulle scale un’orda di persone a testa bassa e mani al cielo, come bestie in un circo degli orrori, che in fila indiana, da destra e da sinistra, vengono premiati da manganellate, pugni, calci, schiaffi, sputi, urina, ispezioni anali con il manganello e scrosci d’applausi invisibili, inudibili, ma che sicuramente c’erano. Siamo fortunati noi, spettatori ritardatari: non abbiamo dovuto nemmeno pagare il biglietto per vedere questo spettacolo. Ci hanno pensato le telecamere di sicurezza a regalarcelo.

“Non si è salvato nessuno, abbiamo vinto, abbiamo ristabilito un po’ l’ordine e la disciplina”.

Dopo il massacro tutto tace. Passano i giorni, i lividi guariscono. Passano i giorni, un detenuto si suicida dopo la mattanza. Escono fuori i video integrali, le registrazioni e le chat. Su 283 poliziotti intervenuti quella sera 117 sono gli indagati. 52 le misure cautelari; 8 di custodia in carcere, 18 agli arresti domiciliari, 3 di obbligo di dimora e 23 interdittive della sospensione dell’esercizio del pubblico ufficio. Le accuse sono di concorso in tortura nei confronti di 41 detenuti, di maltrattamento aggravato verso 26 detenuti e di lesioni personali volontarie nei confronti di 130 detenuti.
Questa si chiama violenza di Stato.

“È violenza di stato”

La maggior parte dell’opinione pubblica si è schierata contro questi atti di violenza; anche se in molti, troppi, li considerano l’ennesimo caso isolato. Il problema è che la retorica delle “singole mele marcie” non regge più. Non regge più perché se si uniscono i puntini ci si accorge che viene fuori un disegno integro e ben organizzato. Perché questa violenza è un sistema, con tanti responsabili e tanti mandanti, con direttori e capi-reparto, con omissioni di medici e falsificazioni di custodi. E quando ogni tanto esce qualcosa, un immagine, un video, una testimonianza, non bisogna considerarlo un evento; perché ogni giorno nelle carceri vengono attuate torture e violenze. Solo ce ne ricordiamo soltanto quando ci costringono a vedere un uomo in sedia a rotelle ricevere manganellate sulla schiena, sulla nuca e sui genitali.

Ad oggi, ci sono 8 indagini in corso per episodi di tortura in altrettante carceri italiane. Non è un caso isolato. Nelle carceri italiane il tasso di suicidi è 13,5 volte più alto rispetto alla media italiana. Non è un caso isolato. Più del 33% dei detenuti è in carcere per non avendo ancora ricevuto una condanna definitiva. Questa è violenza di Stato.

La campagna lanciata da Amnesty per applicare i “codici identificativi” agli agenti è sicuramente un passo in avanti e un grande aiuto alla democrazia. Ma non basterà. Perché la “violenza di Stato” è il peggior tipo di violenza: perché in quel momento chi ti sta mortificando e riempiendo di botte rappresenta lo Stato. E come fai a rialzarti quando addosso hai la sensazione che a picchiarti non sia un uomo ma uno stato intero, con le sue leggi e i suoi valori. Come fai a riprendere a camminare quando sei convinto che la stessa mano che impugna la tua sicurezza è la stessa artefice della tua tortura.

E quando la violenza è una “violenza di Stato” bisogna agire sullo Stato stesso. Bisogna rivedere l’educazione e la formazione degli agenti di polizia. Bisogna intervenire s’una politica che da anni, se non decenni, istiga alla divisione e all’odio tra cittadini e forze dell’ordine, o schierandosi agli estremi o rimanendo zitti al centro. Ma più d’ogni altra cosa bisogna intervenire sull’istituzione carceraria.

“Una democrazia si riconosce da come tratta le minoranze”

Scriveva così Alexis de Tocqueville. Gli immigrati che muoiono in mare sono le minoranze. Gli anziani che non entrano in ospedale sono le minoranze. I giovani che non trovano lavoro sono le minoranze. Le donne e gli omosessuali che continuano ad esser surclassati sono le minoranze. I detenuti che vengono torturati sono le minoranze. Allora forse l’Italia non è una grande democrazia.

Cosa frena la gente dal fare qualcosa di sbagliato? Forse la paura stessa d’andare in carcere.
Ma se a fermarti dall’uccidere qualcuno o dal rubare una macchina è la sola paura d’andare in carcere, abbiamo un problema. Se poi finisci in carcere e hai ancora paura, stavolta di finire ammazzato o al meglio torturato e brutalizzato, abbiamo un altro problema. E se infine, una volta uscito, hai paura di aver ormai perduto tutto e non aver più possibilità di ricominciare perché sei segnato a vita e nessuno ti aiuta a reinserirti nella società, abbiamo ancora un altro problema.

Le carceri italiane sono un inferno. Il tasso di affollamento è al 106%, ma in alcuni istituti è anche peggio; nel carcere di Latina è al 197%, ovvero ci sono 197 detenuti ogni 100 posti. Ogni detenuto “costa” 137 euro al giorno, 2,5 miliardi l’anno per lo Stato. Una persona in misura alternativa costa 10 volte meno.

Le carceri italiane non servono a niente. Se lo scopo d’un carcere in una democrazia è quello di rieducare e poi reindirizzare allora, le carceri italiane, non servono a niente.
Sono quasi inesistenti i piani di recupero. Sono insignificanti e svogliate la maggior parte delle terapie e delle sedute psicologiche. Sono nulli e mortificanti i progetti di inserimento in ambiti lavorativi e in realtà sociali. Ma, più di tutto, non esiste la benché minima volontà di far cambiare veramente quelle persone.

In Italia ogni 10 detenuti che escono, in 7 tornano a delinquere. In Norvegia 2. Nei paesi con carceri più umane il tasso di recidiva è incredibilmente minore. Nei paesi con piani di formazione e avviamento al lavoro il tasso è incredibilmente minore. Laddove scontare una pena significa maturare, rinascere, attendere e poi ripartire, da 0, da 1, da te stesso e da chi ti è attorno, pronto con te a perdonare responsabilmente, è incredibilmente minore.

Finché le istituzioni rimarranno ancorate ad una mentalità così retrograda e antidemocratica massacri come quello di Santa maria Capua Vetere continueranno ad accadere. Come la scuola rimane ferma e uccide qualsiasi idea di rinnovamento, le carceri rimangono un luogo di punizione e tortura che uccide, però, esseri umani. Serve una politica decisa, unita, pronta a sacrificarsi e a mettere in gioco le relazioni e gli intrighi più malsani per formulare una nuova idea di carcere; dove la pena la si sconta cambiando, maturando; dove la giornata non passa lenta s’una branda sporca, ma ritrovando sé stessi e le proprie capacità; dove gli agenti non ti torturano nascondendosi dietro un casco, ma ti aiutano e ti convincono che c’è uno Stato intero, alle spalle, che ti sta dando una mano a rinascere.

Ma finché continueremo ad organizzare spedizioni punitive, a pisciare addosso a chi ha le mani legate, a spaccare manganelli sulle bocche di chi le apre, a considerare il carcere un luogo dove la morte si sconta vivendo, a lasciar vivere un sistema che ogni giorno alimenta divisioni, odio e voglia di bruciare il mondo intero, allora, i veri criminali siamo noi.
Spettatori d’un cancro vestito col filo spinato.

Pubblicato da Andrea Scoscina

Mi sono ritrovato caporedattore di Zeta mentre scrivevo poesie e mi appassionavo di filosofia. Volevamo cambiare la nostra generazione, così abbiamo iniziato a pensare. Volevamo cambiare il mondo, così abbiamo iniziato a scrivere.

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