L’indipendenza americana, quando gli schiavisti bianchi si ribellarono alla sudditanza

L’indipendenza americana, quando gli schiavisti bianchi si ribellarono alla sudditanza

Grigliate, barbecue, fuochi d’artificio, bandiere a stelle e strisce ovunque, partite di baseball o NBA, canzoni di Bruce Springsteen da cantare a squarciagola, fiumi di birra: questo è quello che vi aspetterebbe se oggi andaste in giro per gli Stati Uniti, nel giorno in cui celebrano la loro indipendenza dalla Gran Bretagna e, nei fatti, la loro fondazione. Ma il Fourth of July (4 luglio) racchiude in sé molto di più: è il simbolo di un paese dalle mille contraddizioni che sta cercando, molto a fatica, di fare i conti con la propria storia, lontana dall’essere eccezionale e rosea come alcuni vogliono rappresentarla.

Cosa è successo il 4 luglio 1776

“Noi pertanto, Rappresentanti degli Stati Uniti d’America, riuniti in Congresso generale, appellandoci al Supremo Giudice dell’Universo per la rettitudine delle nostre intenzioni, nel nome e per l’autorità del buon popolo di queste Colonie, solennemente rendiamo di pubblica ragione e dichiariamo: che queste Colonie Unite sono, e per diritto devono essere, stati liberi e indipendenti.” Così si chiude il documento con cui i 56 rappresentanti delle tredici Colonie britanniche della costa atlantica nordamericana dichiaravano ufficialmente, il 4 luglio 1776, l’indipendenza dall’Impero britannico e davano vita agli Stati Uniti d’America. Indipendenza che si consoliderà con la vittoria sui britannici e la fine della Rivoluzione Americana nel 1783, quando il Trattato di Parigi sancì il riconoscimento formale da parte della Gran Bretagna dell’indipendenza delle Tredici colonie.

“Declaration of Independence” di John Trumbull (1818) che rappresenta il Comitato dei Cinque, con Thomas Jefferson in prima linea, mentre presenta la Dichiarazione di Indipendenza al Congresso, il 28 giugno 1776 (Foto da Pixabar)

In realtà, a voler essere precisi, dal punto di vista giuridico, la separazione delle colonie dall’impero britannico è da datare due giorni prima del 4 luglio. Infatti, il 2 luglio 1776, su proposta del rappresentante della Virginia Richard Henry Lee, la Risoluzione per l’Indipendenza fu approvata al Secondo Congresso Continentale da 12 delle 13 colonie (la Provincia di New York si astenne). Lo stesso John Adams, uno dei padri fondatori e futuro secondo presidente, scrisse immediatamente a sua moglie prevedendo che il 2 luglio sarebbe entrato nella storia come il giorno più memorabile nella storia degli USA. Non poteva sapere che, invece, gli americani avrebbero festeggiato il giorno dell’annuncio ufficiale dell’indipendenza: la Dichiarazione, infatti, non era altro che un documento che spiegava le ragioni della scelta storica delle colonie, elencando 27 grievances (lamentele) contro Re Giorgio III e identificando dei diritti propri dell’essere umano, incluso quello alla rivoluzione.

Sulla veridicità della data gli storici dibattono da tempo, con alcuni esperti che sostengono che la Dichiarazione sia stata effettivamente firmata il mese successivo. Poco importa però, perché la Dichiarazione riporta la data del 4 luglio, che venne fin da subito presa come riferimento per festeggiare l’indipendenza americana. Tuttavia, solo nel 1870 il Congresso l’ha ufficialmente riconosciuta come festa federale (non pagata) per i dipendenti federali, e quasi 70 anni dopo, nel 1938, come giorno di festa federale pagato.

L’elefante nella stanza: “all men are created equal”, ma forse no

Seppur una festa molto popolare e festeggiata dalla stragrande maggioranza degli americani, il 4 luglio non è di certo esente dalle critiche e dalle controversie. Le parole solenni della Dichiarazione di Indipendenza riguardanti i principi relativi ai diritti fondamentali dell’individuo, di chiaro stampo illuminista, si schiantano contro la realtà di un’epoca in cui “all men are created equal” era sia de iure che de facto una fantasia. Molti dei firmatari della dichiarazione erano proprietari di schiavi neri nelle loro piantagioni. Lo stesso Thomas Jefferson, il padre della Dichiarazione, ha avuto oltre 600 persone in schiavitù nelle sue piantagioni della Virginia. Eppure, proprio nella prima bozza del documento da lui scritta, Jefferson criticava aspramente la pratica del mercato internazionale degli schiavi e condannava Re Giorgio III per averlo perpetrato. Queste righe furono poi rimosse dal testo ufficiale.

Una famiglia di schiavi neri in una piantagione della Georgia (Foto di Jon Tewell, Flickr)

Questa enorme ed evidente contraddizione fu subito rilevata da alcuni abolizionisti che non mancarono di sottolineare l’ipocrisia dietro la Dichiarazione. Uno di essi, Thomas Day, scrisse in una lettera nel 1776 che “Se c’è una cosa veramente ridicola in natura, è un patriota americano che firma risoluzioni di indipendenza con una mano, e con l’altra brandisce una frusta sui suoi schiavi terrorizzati“. La Dichiarazione cominciò quindi ad assumere un grande significato simbolico per il movimento abolizionista, che vedeva nel riconoscimento del diritto alla rivoluzione una spinta verso l’emancipazione della schiavitù e il cambiamento radicale della società verso uno stato che rispecchi nei fatti i principi espressi nella dichiarazione.

Fondamentale in questo senso è la figura di Frederick Douglass, un politico e scrittore abolizionista, ex schiavo in una piantagione del Maryland, che con i suoi scritti e il suo attivismo ha rappresentato un’icona della storia afroamericana e degli USA. Nel 1852, in un discorso tenuto a Rochester, NY, poi trascritto con il titolo “What to the Slave is the Fourth of July?“, Douglass constatò amaramente che i discorsi patriottici sulla positività dei valori americani della libertà e della cittadinanza fossero un insulto nei confronti della popolazione di schiavi in America che non potevano godere di quei valori pomposamente osannati nella Dichiarazione. Mantenendo l’istituto della schiavitù, Douglass diceva, gli Stati Uniti stavano calpestando i valori impressi nella loro fondazione. “Che cos’è il 4 luglio per uno schiavo? Un giorno che a lui rivela, più di ogni altro giorno dell’anno, l’ignobile ingiustizia e crudeltà di cui è costantemente vittima.”

Il Fourth of July all’epoca di Black Lives Matter

In questi ultimi anni, in particolare l’anno scorso a seguito dell’omicidio di George Floyd da parte dell’agente Derek Chauvin a Minneapolis, il discorso di Frederick Douglass è stato più volte ripreso dagli attivisti di Black Lives Matter, il movimento di giustizia sociale impegnato contro il razzismo sistemico e la brutalità della polizia. Nonostante la questione centrale non sia più ovviamente la schiavitù, sono in molti a manifestare disagio e contrarietà alla festa dell’indipendenza che glorifica la storia e la nazione americane. Soprattutto tra la comunità afroamericana, sono in tanti a non riconoscersi in questa festa, a sentirsi ancora esclusi dai valori promossi da questo giorno.

“Come posso celebrare la libertà con la schiavitù – schiavitù economica, schiavitù educativa, schiavitù politica, schiavitù sanitaria e schiavitù religiosa – tutto intorno a me?”, scrive il pastore metodista William H. Lamar IV, in una lettera pubblicata sull’Huffington Post nel 2013, parlando del 4 luglio e della necessità di riflettere, più che di festeggiare, durante quel giorno. Le proteste di BLM della scorsa estate e il recentissimo riconoscimento del Juneteenth come festa federale il 19 giugno hanno fatto riemergere un orgoglio nella comunità black (e non solo) che l’Independence Day non potrà mai darle. Per questo vi sono molti che quest’anno preferiscono festeggiare il Juneteenth piuttosto che il Fourth of July.

Protesta di Black Lives Matter (Foto da Wikimedia Commons)

Ovviamente, i commentatori di destra non si sono fatti sfuggire l’occasione per dimostrare la loro pochezza e si sono lanciati nell’ennesimo episodio della loro infinita culture war, in una strenua difesa del 4 luglio attaccando il Juneteenth, percepito come una minaccia per l’Independence Day. “Si tratta di rimpiazzare il 4 luglio […] I conservatori devono impedirlo” scrive su Twitter Charlie Kirk, attivista conservatore fondatore di Turning Point USA, un’organizzazione senza scopo di lucro che promuove i valori conservatori nei campus. Dello stesso avviso Candace Owens, commentatrice pro-Trump molto popolare tra i media di destra, che twitta: “Il Juneteenth è così noioso […] Io festeggerò il 4 luglio, e solo il 4 luglio. Io sono Americana.”

A marzo di quest’anno, Joe Biden aveva definito il 4 luglio di quest’anno come il “giorno dell’Indipendenza dal virus“, giorno simbolico da cui far ritornare gli Stati Uniti alla normalità. E se sul versante della lotta al covid-19 e della vaccinazione di massa gli USA si stanno effettivamente dimostrando tra i migliori al mondo, si spera che questo 4 luglio possa essere un giorno di riflessione per molti americani sulla società americana e sui mali endemici che la contraddistinguono. Tutto ciò senza voler togliere i fuochi d’artificio e i barbecue a nessuno.

Buon Independence Day, “Land of the Free and Home of the Brave.”

Pubblicato da Carlo Zarcone

Sono un millennial che scrive su Zeta e pensa di avere qualcosa da dire. Neolaureato magistrale in International Affairs e interessato alla politica e cultura a stelle e strisce, ho studiato e lavorato in Francia, Stati Uniti e Canada. Sogno nel cassetto? Fare di una giornata a Washington DC la mia normalità

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