Storia della prostituzione: tra illegalità ed emancipazione

Storia della prostituzione: tra illegalità ed emancipazione

La prostituzione è definita “il mestiere più antico del mondo”. Il “lavoro” è stato concepito sin dall’antichità come strettamente legato alla téchne, alla manualità, all’uomo che plasma, crea e funzionalizza qualcosa di esterno da sé.

Nel mestiere della prostituzione la prestazione lavorativa è immediata, l’opera è la seduzione e il godimento carnale. Si tratta di una scelta imprenditoriale totalmente autonoma. Probabilmente questo è il motivo per cui questo mestiere si è sempre collocato in un’isola sospesa tra le sponde del lecito e dell’illecito.

Prostituzione e stereotipi

Per scandagliare i luoghi comuni associati alla prostituzione ci si imbatte in una realtà inequivocabile: il corpo della donna non è della donna, ma sempre di altri. In alcuni casi viene considerato come il “Tempio di Dio”, involucro di carne finalizzato alla procreazione, mero strumento per un fine sacrosanto.

Questo tabù è fondamento della cultura: il corpo diventa dogma concettuale che trasversalmente porta il maschio nei vari ruoli che la gli vengono affibbiati, divenendo padrone e sovrano della comunità. E infine, il corpo della donna diventa della società, colei che dice alla persona come vivere la sua sessualità, come deve essere il suo corpo, ma soprattutto quando mostrarlo e a chi.

Al di là della soggettiva valutazione, favorevole o meno riguardo la vendita di servizi sessuali, dobbiamo chiederci questo: perché solo la donna? Tradiremmo l’obiettività delle cose se non riconoscessimo con inequivocabile certezza che l’uomo non sarebbe soggetto allo stesso massacro ideologico e sociale. Tanto è vero che aggettivi come “puttana”, “troia”, “mignotta”, “sgualdrina” non hanno un equivalente maschile che sottintenda la stessa violenta volontà di scherno.

Un altro condivisibile punto di riflessione riguarda il fatto che la prostituzione è la degenerazione di uno stereotipo che ritiene che l’unico business consentito alla donna è quello di ripiegare sulla datio del proprio corpo a pagamento. Il senso è quello per cui l’unico modo per la donna di raggiungere un’autosufficienza economica sarebbe quello di proiettare verso l’esterno la condizione che gli è già connaturata. In questo caso, se lo scopo della donna è soddisfare sessualmente il marito per poi (anche) procreare, tanto vale che, se proprio vuole guadagnare, finisca a fare quello che sa fare meglio.

Il tema è sfaccettato, controverso e immerso nel relativismo. Allora, riprendendo una metafora del pensiero di John Rawls, filosofo statunitense, dovremmo fingere di essere avvolti da un “velo d’ignoranza”, spogliarci delle convinzioni moralistiche e provare ad oltrepassare il confine vertiginoso dell’a-moralità.

La prostituzione nella cultura mondiale

Sin dagli albori la prostituzione presentava una connessione con il sacro che oggi appare quasi blasfema. Presso i sumeri e i babilonesi si parlava di prostituzione sacra: ogni donna, almeno una volta nella propria vita, doveva recarsi al santuario di Militta dedicato alla dea Anahita e qui avervi un rapporto sessuale con uno straniero. La prostituzione era comune anche nell’antica Palestina e non era affatto peculiarità delle donne, poiché nella terra di Canaan una parte significativa dei partecipanti a tale attività era di sesso maschile.

Nell’antica Grecia le donne prostitute non erano affatto janare lascive ripudiate dai perbenisti, anzi risultavano come le uniche donne veramente indipendenti ed erano avvolte da un fascino che le faceva persino spiccare. Non di rado queste ultime arrivavano ad essere realmente influenti, come Aspasia, l’amante di Pericle. La figura dell’etera greca rompe qualsiasi assunto sulla concezione contemporanea delle prostitute: queste ultime spiccavano non solo per la loro piacenza fisica, ma soprattutto per la loro erudizione, in un’osmosi tra sensualità e levatura di spirito che le rendeva complete e risolute. Corinto, ad esempio, era famosa per il commercio della prostituzione, che si colorava di misticismo poiché associato al culto di Afrodite.

Nell’Antica Roma la prostituzione era pubblica e diffusa, lontana dall’essere motivo di riprovazione sociale. Si trattava, tuttavia, spesso di schiave e, se anche libere, le meretrici erano comunque degradate al ruolo di infames, prive di tutele e cittadinanza.

Durante il Medioevo l’atteggiamento nei confronti della prostituzione fu sostanzialmente tollerante, soprattutto perché ne si valorizzava l’utilità per evitare mali peggiori, come la sodomia, lo stupro e la masturbazione.

Al di fuori dei confini dell’Occidente, la prostituzione era altrettanto presente e spesso normalizzata. In Giappone, durante il periodo Edo, esisteva una vera e propria gerarchia: al vertice spiccavano le oiran. Esse erano considerate meretrici di lusso e spesso divennero persino delle celebrità, erano solite intrattenere i loro clienti con canto, danza, musica, poesia e discorsi eruditi.

Fu nel ‘500 che l’opinione sulla prostituzione cominciò a intorbidirsi. L’insorgere delle malattie sessualmente trasmissibili e il mito dei bordelli come luoghi infestati dalla peste gettò un velo di vergogna sulle cortigiane. La Chiesa, nel suo arduo compito di purificazione dei dannati in terra, si arrese all’impossibilità di sradicare il fenomeno.

prostituzione
Ritratto di Veronica Franco, celebre cortigiana veneziana

La prostituzione in Italia

Dalla prima metà del ‘300, Venezia, gioiello cosmopolita, divenne la prima sede di diffusione della prostituzione. Nel 1509 furono censite ben 11.000 prostitute. A esse era proibito farsi vedere in Piazza San Marco o spostarsi rispetto al quartiere dove svolgevano la loro attività. Le loro pratiche erano incoraggiate da motivi economici e perché attraevano viaggiatori e commercianti interessate alle bellezze artistiche della città lagunare.

Bisogna attendere l’unità di Italia per conoscere interventi normativi vagamente significativi in materia. La legge Crispi del 1888 proibì la vendita di cibi e bevande, l’assembramento, i balli e i canti nei bordelli, ma soprattutto sancì l’obbligo di chiudere gli infissi degli appartamenti dove si svolgeva la prostituzione. Da qui l’espressione, ancora oggi usata, delle “case chiuse”.

La legge 75\1958 (Legge Merlin) istituì il reato di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. A seguito della riforma la prostituzione restò legale per le strade e in appartamenti privati in modo autonomo.

Un tentativo ulteriore di riforma fuoriuscì nel 2008, la c.d “Legge Carfagna“. All’art.1 recitava: “”Chiunque esercita la prostituzione ovvero invita ad avvalersene in luogo pubblico o aperto al pubblico è punito con l’arresto da cinque a quindici giorni e con l’ammenda da duecento a tremila euro.” Il disegno di legge, tuttavia, non è mai stata discusso né alla Camera né al Senato e da molti bocciata perché non efficace ai fini del risultato prefissatosi. Attualmente la prostituzione è lecita, ma qualunque forma di sfruttamento o favoreggiamento è illegale. La prostituzione minorile, declinazione del fenomeno decisamente più problematica, è a tutti gli effetti un reato (art.600-bis c.p).

Ad ogni modo, allo stato attuale si stima che in Italia operino dalle 75.000 alle 120.000 prostitute, la maggior parte proveniente da Romania e gli altri paesi balcanici, con un’aggiunta considerevole di nigeriane e cinesi. 

Il trattamento legale della prostituzione

Dal punto di vista legale la prostituzione è variamente affrontata nel mondo. Chi la considera come stortura del patriarcato, e quindi come indice di mortificazione femminile, chi invece pone la tutela dei lavoratori del sesso come questione di estrema importanza. Il fenomeno è tuttavia molto più che una questione di mero arbitrio: la prostituzione è uno degli investimenti più redditizi delle associazioni criminali e la tratta umana per scopi sessuali è una realtà abominevole e drammatica. Dopo la seconda guerra mondiale ogni paese scelse la sua propria linea d’azione. I filoni sono essenzialmente tre:

  • Modello proibizionista: La prostituzione è attività illegale e perseguita penalmente. Questo modello predomina nei paesi dell’Est europeo, dove sia prostituta che cliente sono puniti. Tuttavia, molto spesso in paesi del genere pur essendo la prostituzione illegale essa viene generalmente praticata e sostanzialmente ignorata dalle autorità. Questo favorisce l’insediamento della mano avida dell’illegalità. Una variante meno radicale è il modello neo-proibizionista, dove ad essere punito è solo colui che paga per ricevere prestazioni sessuali. Questo è ciò che attualmente avviene in Svezia, Islanda, Norvegia e Francia (dal 2016). In Svezia, in particolare, la legge del 1998 ha previsto il divieto di praticare prostituzione in ogni luogo ma sanzioni esclusivamente per i clienti.
  • Modello abolizionista: non si punisce la prostituzione in sè nè lo scambio di denaro per ricevere prestazioni sessuali, ma bensì una serie di attività legate alla prostituzione (favoreggiamento, induzione, sfruttamento ecc.). Questo modello è seguito in larga parte nei paesi dell’Europa occidentale tra cui Portogallo, Polonia, Regno Unito, Spagna, Danimarca, Belgio.  A livello di fonti internazionali, la “Convenzione per la repressione della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione, adottata a New York il 21 marzo 1950” (ratificata dall’Italia con Legge 23 settembre 1966, n. 1173) si ispira a politiche “abolizioniste“. Il testo invita gli Stati firmatari a punire lo “sfruttamento della prostituzione di un’altra persona anche se consenziente”, il “mantenimento, direzione o amministrazione o contributo a finanziare una casa chiusa”. Viceversa non richiede di punire la prostituzione in sé o il fruire di prestazioni sessuali.
  • Modello regolamentarista: si cerca di regolamentare e de-penalizzare diversi aspetti legati alla prostituzione, attraverso modalità differenti. Questo avviene in ben otto paesi europei. In Svizzera, ad esempio, la prostituzione è stata regolamentata già nel 1942.

Celeberrimo è del resto il caso dei Paesi bassi, da tempo considerati l’oasi del piacere sessuale. Nelle sfavillanti vetrine di De Wallen, quartiere a luci rosse di Amsterdam, si intrattengono migliaia di visitatori da tutto il mondo.

Vetrine del quartiere a luci rosse di Amsterdam

I bordelli in Olanda sono più di seicento e sono pienamente legali dal 2000. Nel diritto olandese le prostitute sono lavoratori normali, considerate alla stregua di liberi professionisti. E questo dà loro accesso ad una serie cospicua di guarentigie legali: possono riunirsi in sindacati, pagano le tasse, hanno accesso a servizi e prestazioni sanitarie. Tuttavia, ci sono delle condizioni specifiche: bisogna aver compiuto 21 anni ed essere dotati di un permesso di soggiorno valido. Nelle città le prostitute possono esporsi nelle vetrine, in un sex club, registrandosi presso un’agenzia di escort o in un centro massaggi. In ogni caso coloro che operano nel settore sono più di 7.000 in tutto il paese, e generano un ricavo dai 650 ai 700 milioni di euro l’anno.

Il movimento delle sex workers

Manifestazione ad Edimburgo per i diritti delle sex workers

Prescindendo dalle linee normative che ciascuno stato ha deciso di avallare, svolte decisive in materia sono derivate soprattutto dalle prostitute stesse, che hanno cercato di ribellarsi allo stigma tiranno nei loro confronti. Negli anni ’70 nacque il movimento delle sex workers, e la prostituzione sembra parzialmente riemergere in superficie. Il loro obiettivo parte dal linguaggio, e dal tentativo di eliminare i termini dispregiativi, compreso il termine prostitute.

In Italia, Nel 1982 Pia Covre contribuì a fondare a Roma il Comitato per i diritti delle prostitute. Al Post ha spiegato che uno dei risultati dello stigma nei confronti delle prostitute è l’emarginazione.

Si vive nell’ombra, si fa una doppia vita, se hai figli pensano tu non sia una buona madre La cosa peggiore è che perdi di credibilità: in generale e all’interno del sistema giudiziario”. Covre racconta la sua esperienza di donna che ha combattuto la sua battaglia disperata nei confronti di un patriarcato che la voleva asservita. Le sue parole infrangono il granitico egoismo dei perbenisti: “Le persone che fanno sex work hanno avuto e continuano ad avere il potere di rimettere in discussione i ruoli patriarcali. Dire “il corpo è mio e decido io sulla mia sessualità” fa paura.”

Ma oggi il discorso sul sex work è difficilmente inscindibile da quello sulla tratta umana a scopo sessuale, considerando che il 75% delle sex workers soprattutto nei paesi occidentali è di origine straniera (principalmente proveniente da Africa e Europa dell’Est). Senza un apparato di tutele, quantomeno minime, le prostitute diventano oggetti di un business malsano che le rende invisibili sia alla giustizia che all’illegalità.

Se una donna sente di avere come unica opportunità quella di vendere prestazioni sessuali a condizioni per lei irrisorie, il problema non è lei, ma il sistema a monte. Se si tratta poi di donne immigrate, il problema è nel sistema di accoglienza.

Se la prostituzione venisse legalizzata, potrebbe essere una libera scelta. Forse, le donne che lo fanno perché costrette, percorrerebbero altre strade. In questo modo si decide consapevolmente di voler vendere il proprio corpo, e lo si fa alle proprie condizioni. Il cambio d’ottica è sostanziale e se la prostituzione venisse regolamentata si potrebbe tracciare un confine tra legalità e illegalità che reprimerebbe migliaia di abusi, traumi e violenze.

Il caso della Nuova Zelanda

Un esempio lampante ci viene offerto dalla Nuova Zelanda, che ha depenalizzato la prostituzione nel 2003. Gli effetti della riforma furono studiati e documentati dalla scuola di medicina di Christchurch. Il 90% delle sex workers si sentono più protette a livello legale. Il 65% può rifiutare clienti non graditi, e il 54% afferma che il rapporto con la polizia è del tutto cambiato.

Catherine Healy, coordinatrice del collettivo delle sexworkers neozelandesi, afferma che: “Dopo la decriminilizzazione la dinamica è cambiata moltissimo, e cosa più importante non ci si è più focalizzati sulle persone sex workers come delle persone criminali. Ci si è focalizzati sui diritti, sulla salute e sulla sicurezza delle persone che lavorano come sex workers.”

Nel 2018, ad esempio, una sex worker di Wellington ha fatto causa al suo bordello per aver ricevuto molestie sessuali. Vinse la causa e ricevette 25.000 per danni emotivi. Tutto questo grazie ad una legge che lo consenta.

La situazione di una prostituta che svolge illegalmente la sua attività è del tutto diversa, così come racconta Luciana Esposito, del quotidiano online Napolitan, nel 2015 ha raccolto le testimonianze delle donne costrette a passare la notte in strada a Napoli in attesa dei clienti. Samyra, nigeriana di 23 anni, rilascia la sua testimonianza d’inferno:  Per gli uomini siamo solo oggetti da usare” racconta la ragazza, scappata dal suo paese per un futuro più roseo, che non ha mai trovato. “La cattiveria, la violenza che esprimono durante il rapporto fisico, spaventa. Non lo so cosa gli passa per la testa, ma è come se si sentissero i padroni del mondo. Prima, quando vedevamo arrivare dei clienti giovani eravamo contente, perché trasmettevano più imbarazzo e tenerezza. Adesso è diverso. Tutto è cambiato. E gli episodi di violenza che spesso subiamo dimostrano che il nostro lavoro diventa sempre più rischioso. Non è mai stato un lavoro sicuro, ma, adesso, i rischi sono raddoppiati. E tutto fa più paura.”

“Le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli” diceva Gesù Cristo, ma se sono le prime nel regno dei cieli, di sicuro non lo sono nella società. Il fulcro della questione è che la prostituzione è un fenomeno così complesso e antico che non può essere messo a fuoco solo da un unico punto di vista. Bisogna isolarne le infinite diramazioni e partire da un fatto: le prostitute esistono. Sono una realtà vera, rilevante e sono prima di tutto, persone da tutelare. E per essere tutelate esse devono in primis essere riconosciute dallo Stato.

Perché l’uomo promiscuo viene osannato e idolatrato, mentre la donna invece punita da un giudice sociale senza mezze misure? Tutto questo nasconde un certo interiorizzato retaggio maschilista, che persino le donne scelgono di reiterare. Una donna deve poter scegliere sempre. Uno Stato presente assiste i cittadini nell’esplicazione piena della propria persona. Lo Stato sostiene tutti, altrimenti non è civile.

Appellarsi al buon costume è arrampicarsi su specchi di carta. Secondo il buon costume, in Italia fino alla prima metà del Novecento era condannato l’incitamento all’utilizzo del profilattico. La coscienza sociale è in costante evoluzione e la sessualità è oggi infinitamente più libera e sfaccettata rispetto anche solo a pochi decenni fa. E collegare la scelta di prostituirsi a fattori di disagio sociale, esistenziale e umano aiuta solo a metà.

Ma tutto questo non può essere compreso se non si interiorizza che dietro chi viene definita come “troia” esiste una persona, un macrocosmo umano da preservare e difendere e che nessuno può privare della libertà di autodeterminarsi.

Pubblicato da Domenico Lubrano Lavadera

Sono Domenico, ho 19 anni e studio Giurisprudenza. Sono un sognatore idealista che nel tempo libero si improvvisa fotografo, scrittore e un po’ di tutto. Mi interesso particolarmente di diritti umani, e di quanto nella nostra società siano, spesso, tutt’altro che garantiti.

Commenti