L’evasione fiscale in Italia: un buco da oltre 900 miliardi

L’evasione fiscale in Italia: un buco da oltre 900 miliardi

L’evasione fiscale è una delle principali piaghe che affligge l’economia italiana ormai da molti anni. Spesso quando la politica cerca di fare cassa, nomina la lotta all’evasione fiscale come possibile soluzione. Questo perché in Italia i debiti fiscali dei contribuenti, cioè i mancati introiti per lo Stato, dal 2000 al 2020 ammontano a circa €930 miliardi. Una cifra enorme, pari a circa la metà del Pil del nostro Paese.

Cos’è l’evasione fiscale?

Si parla di evasione fiscale quando un cittadino o un’azienda non pagano tasse e contributi, infrangendo volontariamente la legge. L’evasione fiscale si distingue invece dall’elusione fiscale, la quale persegue lo stesso fine, attraverso metodi legali, sfruttando cavilli legislativi o ambiti non normati dalla legge.

L’evasione fiscale deriva in gran parte dalla cosiddetta economia sommersa, cioè l’attività economica che non viene dichiarata, che per il MEF vale ogni anno circa €194 miliardi. Le principali componenti sono il lavoro irregolare e la mancata dichiarazione delle attività.

È importante, però, distinguere l’economia sommersa dall’economia non osservata, di cui fa parte tutta l’attività economica criminale. Ai fini della fiscalità, infatti, non si considera l’economia criminale perché si suppone che, una volta identificate, le attività illecite vengano interrotte, non generando comunque del gettito fiscale per lo Stato.

Foto di Nick Youngson CC BY-SA 3.0 Pix4free
Foto di Nick Youngson CC BY-SA 3.0 Pix4free

Lo studio di Unimpresa

Un recente studio di Unimpresa, sull’efficacia della riscossione nel nostro Paese, ha evidenziato come dal 2000 al 2020, il Fisco italiano non è riuscito a recuperare quasi €930 miliardi tra multe e tasse non pagate, ovvero l’87% dei €1.068 miliardi totali. Il sistema della riscossione ha incassato solamente €139,5 miliardi, cioè appena il 13% del carico tributario complessivo. Tra le componenti principali dell’evasione fiscale in Italia troviamo: l’imposta sul valore aggiunto (IVA) e l’imposta sui redditi (IRPEF).

Negli anni, le somme riscosse sono progressivamente diminuite. Dal 2000 al 2004, la percentuale è rimasta al di sopra del 20%, tuttavia negli anni seguenti ha iniziato a decrescere rapidamente. L’anno peggiore è stato il 2019 col solo 4,3% recuperato rispetto al carico complessivo. Rimane fuori dalla classifica il 2020, infatti a causa dell’emergenza da Covid-19, lo Stato ha bloccato il sistema delle riscossioni, incassando appena €177 milioni, pari allo 0,4% dei €49 miliardi di riferimento dell’anno.

Se l’Italia recuperasse tutti gli oltre 900 miliardi di evasione fiscale, i conti pubblici sarebbero in ordine e la crisi economica causata dalla pandemia, meno grave. Tuttavia, molti di questi crediti che lo Stato vanta nei confronti dei contribuenti, sono inesigibili, cioè impossibili da recuperare. Secondo Ernesto Ruffini, direttore dell’Agenzia delle Entrate, la parte non recuperabile ammonterebbe ad oltre €800 miliardi. Questo perché la maggior parte debiti appartengono ad aziende fallite, persone decedute e nullatenenti.

Secondo Ruffini solo il 10% di questi crediti possono essere recuperati. Un importo contenuto se paragonato all’ammontare dell’evasione fiscale italiana, ma pur sempre una cifra considerevole, perché si parla di quasi €100 di miliardi.

La necessità di una riforma fiscale

Visto il trend che ha portato la percentuale delle riscossioni ad un misero 4,3%, appare evidente come l’esecutivo non possa più rimandare la questione della riforma fiscale.
Di questo avviso anche Giuseppe Spadafora, vicepresidente di Unimpresa: “Le regole della riscossione vanno riscritte completamente. Ma la ristrutturazione va inserita nella riforma fiscale che il Governo ha promesso di approntare nell’ambito del Pnrr. È finito il tempo di interventi verticali su singoli aspetti o singoli ambiti di una disciplina, quella tributaria, devastata da decenni di leggi aberranti”.

Presso il Ministero dell’Economia, all’interno del dipartimento delle Finanze, si sta pensando a quali strumenti adottare per consentire allo Stato di verificare in maniera efficace la veridicità di quanto il contribuente dichiara.
L’idea principalmente discussa in Parlamento, è quella del redditometro. Esso è un indicatore del reddito del singolo contribuente che funziona come misura di controllo sulle sue spese. Idealmente dovrebbe individuare coloro che, avendo un certo reddito, sostengano in realtà spese di importi ben più elevati. L’accertamento viene compiuto a partire dalle stime ISTAT e tiene in considerazione mutuo, rate dell’automobile, importo delle bollette, costi medici, dell’istruzione per i figli, etc.

Foto di ElisaRiva da Pixabay
Foto di ElisaRiva da Pixabay

Il meccanismo del redditometro è stato in vigore in Italia fino al 2018, prima di essere abolito. Ora è tornato di stretta attualità, poiché si vuole disporre di un sistema, in grado di risalire al reddito di ogni contribuente e alla sua capacità di spesa. Nel caso di una discrepanza, sarà data a ognuno la possibilità di dimostrare come ogni esborso superiore, rispetto al proprio potere d’acquisto, derivi da redditi non considerati o da risparmi precedentemente accumulati.

Il premier Mario Draghi sembrerebbe spingere verso questa misura, ma prima del consueto iter parlamentare, si terrà un confronto tra i partiti di maggioranza e in seguito tra governo e associazioni dei consumatori.
Si attendono novità intorno alla metà del mese di luglio, non è escluso però che, accanto al redditometro, si stiano studiando anche altre misure per combattere in maniera efficace l’evasione fiscale in Italia.

Pubblicato da Roberto Di Veroli

Nato nel 1996, due passioni lo accompagnano: l’AS Roma e i mercati finanziari. Studente di Finanza, da un lato affronta la vita come un’equazione, niente lasciato al caso, dall’altro ama il rischio e la volatilità delle borse. Come Albert Einstein reputa l’interesse composto l’ottava meraviglia del mondo.

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