La Cina cancella la politica del figlio unico per eliminare gli Uiguri

La Cina cancella la politica del figlio unico per eliminare gli Uiguri

A partire da questa settimana il Partito Comunista Cinese ha optato per una definitiva svolta, annunciando un nuovo allentamento delle politiche di controllo delle nascite. Si tratta di un caso particolare, ma necessario, poiché si teme che la Cina possa diventare “troppo vecchia prima di diventare ricca”. Tuttavia, questa nuova politica di nascite contiene al suo interno una serie di lati oscuri per la regione autonoma dello Xinjang.

La Cina Maoista e il culto della famiglia

Con il trionfo di Mao nel 1949, la tradizione in Cina prevedeva l’ingrandimento della popolazione, poiché secondo il leader un popolo numeroso significava una forza maggiore. Sin da prima del 1949, Mao Zedong credeva fortemente nell’idea dell’autosufficienza del popolo come simbolo della forza del Paese stesso. La tradizione era quella delle famiglie numerose: un detto di Confucio recitava “Più bambini significa più felicità, i bambini avuti presto portano presto la felicità”. Su queste basi, furono introdotte forti politiche a favore della natalità: sussidi per i bambini e la proibizione dell’aborto, sterilizzazione e metodi contraccettivi. Nel 1953 i divieti furono banditi e le misure allentate, concedendo così l’uso dei contraccettivi e, soltanto in casistiche rare, l’aborto, facilitato solo a partire dal 1957, quando l’accesso all’aborto legale divenne meno complesso. Nel 1962 il boom di nascite preoccupò il governo che decise di cominciare una politica di pianificazione familiare nelle aree urbane più densamente popolate. Tuttavia, l’espansione demografica costrinse la Cina ad una povertà ancora maggiore: la carestia e la necessità di sfamare un numero sempre più crescente di persone costrinse il governo, alla morte di Mao, a cambiare le proprie vedute.

Deng e la politica del figlio unico

Il nuovo presidente Deng sin dai primi momenti impresse una radicale modifica alla politica economica cinese, basando la Repubblica popolare su un modello economico vicino a quello americano, introducendo la politica del figlio unico nel 1976. Tale misura venne considerata essenziale per placare la crescita della popolazione, sempre più legata alla tradizione della famiglia numerosa “orgoglio cinese”.
La decisione fu però contestata data la sua imposizione autoritaria e le pratiche di aborti e sterilizzazioni per impedire le nuove nascite. Con questa misura, nonostante l’efficacia, i demografi hanno evidenziato come il rischio di un mancato ricambio generazionale potesse causare uno sbilanciamento, dove i “vecchi” dovranno essere sostenuti dai “giovani”, costretti a prendere a loro carico un ingente peso economico.

La politica fu messa in atto con estrema brutalità, nonostante la crudeltà e la durezza delle misure mutò a seconda dei periodi e dei funzionari locali che si occupavano di metterla in pratica. Alcune autorità consentivano il pagamento di una multa, anche particolarmente costosa, ai genitori che mancavano di seguire la legislazione. In altri casi, famiglie intere si sono viste portare via il lavoro e ottenere ritorsioni terrificanti, come aborti e sterilizzazioni forzate.

Incentivi o premi per le famiglie che aderivano alla politica del figlio unico includevano migliori opportunità di posizioni lavorative, salari più alti e assistenza governativa. Le variazioni della politica del figlio unico erano solitamente in base alla posizione, in particolare tra le aree urbane e rurali. Poiché la maggior parte dei lavoratori urbani in Cina lavorava per un luogo di lavoro affiliato al governo, le autorità imponevano delle pressioni da parte dei colleghi per segnalare le gravidanze superflue. Nel frattempo, nelle aree rurali, il funzionario della pianificazione familiare del villaggio o il leader del cluster teneva traccia di tutte le famiglie della zona. Secondo un articolo di una rivista di ricercatori di Harvard “questi esecutori della pianificazione delle nascite hanno tenuto registri dettagliati su ogni donna in età fertile sotto la loro responsabilità, comprese le nascite passate, l’uso di contraccettivi e persino i cicli mestruali”.

L’allentamento e la possibilità dei tre figli

Dal 2015 l’imposizione del figlio unico è stata abolita, consentendo la nascita anche di un secondo. Ma la generazione abituata alla tradizione della famiglia numerosa era quella precedente: la Cina di oggi ha accettato lo schema 4 nonni, 2 genitori, 1 figlio, non essendo più interessata ad aumentare la natalità.
Un nuovo tentativo è quello di quest’ultima settimana, dove verranno consentiti fino a tre figli per famiglia, ma il costo della vita nelle grandi città è diventato proibitivo: il governo cinese non è riuscito a prevedere una crisi demografica, rischiando gravi conseguenze economiche ed un reale problema di gestione degli anziani. L’errore di pianificazione è grave e palese: il blocco delle nascite del governo Deng si è trasformato da soluzione a fardello del paese.

I principali media cinesi stanno dando molto clamore alla “politica dei tre figli”. Il quotidiano People’s Daily, l’emittente CCTV e l’agenzia di stampa Xinhua stanno tutti, in questi giorni, pubblicando immagini di cartoni animati felici per bambini sulle loro pagine di social media, affermando di come la nuova politica sia “arrivata”. È già il principale punto di discussione sul popolare social network Sina Weibo: i post che menzionano la nuova politica hanno già collezionato decine di migliaia di visualizzazioni e centinaia di migliaia di commenti.

“Ci sono troppe grandi pressioni nella vita in questo momento”, dice un utente, “I giovani non sono disposti ad avere figli”.

In molti parlano dei moderni “dilemmi sul posto di lavoro” per le persone che lasciano il congedo di maternità o paternità, non essendoci nemmeno “i benefici riproduttivi più elementari”. E con un mercato del lavoro in contrazione, i giovani cinesi oggi accettano di dover lavorare più a lungo. Gli straordinari e il superlavoro sono endemici. Nel frattempo, più donne scelgono di proseguire gli studi e l’occupazione, piuttosto che stabilirsi presto per creare una famiglia.

L’occidentalizzazione della Cina ha inevitabilmente spazzato via ogni “ruralizzazione” del periodo maoista. Il tenore di vita è drasticamente aumentato e gli stessi diritti sono ampiamente mutati, favorendo di conseguenza un approccio differente per tutta la popolazione alla questione riguardante la natalità.

L’oscuro tentativo di eliminare gli Uiguri

La situazione degli Uiguri, qui il nostro articolo al riguardo, è ancora oggi più grave che mai. Nonostante da anni sia scattata l’emergenza nella regione dello Xinjang della Cina, la questione è rimasta un caso spesso scarsamente considerato dall’opinione pubblica occidentale. Il governo cinese continua così senza troppi bastoni fra le ruote il suo progetto di internamento sistematico della popolazione.

Amnesty International ha denunciato che uiguri, kazachi e altre minoranze etniche prevalentemente musulmane continuano a subire dalla Cina imprigionamenti di massa, torture e persecuzioni che si configurano come crimini contro l’umanità. Per nascondere questi gravi crimini contro l’umanità, il governo dello Xinjiang ha optato per mostrare al mondo, grazie ad una serie di video, una “realtà” dove gli abitanti uiguri narrano di come la vita in quella parte della Cina sia “fantastica”, intonando cori patriottici.

Un nuovo rapporto di 160 pagine, intitolato “Cina: ‘Come nemici in guerra’. Internamento di massa, tortura e persecuzione contro i musulmani dello Xinjiang”, contiene una moltitudine di testimonianze inedite di ex detenuti di varie minoranze etniche che hanno descritto le misure estreme adottate dalle autorità cinesi nei campi di “rieducazione” nei territori dello Xinjiang.

Ed ecco l’intreccio. Oltre a queste misure, il governo cinese grazie alle politiche di controllo delle nascite potrebbe ridurre la popolazione delle minoranze etniche nel sud dello Xinjiang fino a un terzo nei prossimi 20 anni: le previsioni di uno studio indicano come si potrebbe ridurre tra 2,6 e 4,5 milioni il numero di nascite di minoranze in quel periodo. Secondo questo studio, condotto dal tedesco Adrian Zenz, le politiche di controllo delle nascite della Cina potrebbero aumentare la popolazione Han nel sud dello Xinjiang – dove si concentra la popolazione uigura – dal suo attuale livello dell’8,4% a circa il 25% entro il 2040.

Se da un lato la Cina ha annunciato la scorsa settimana che avrebbe consentito alle coppie di avere fino a tre figli , dall’altro una serie di documenti trapelati e testimonianze dallo Xinjiang suggeriscono chiaramente di come lì si stia perseguendo una politica opposta, con le donne detenute o altrimenti punite per aver superato le quote di controllo delle nascite.

In risposta, la Cina nega ogni tentativo di ridurre specificamente la popolazione uigura, sostenendo che il calo dei tassi di natalità delle minoranze nello Xinjiang sia dovuto ad una normale riduzione di quote generali di natalità nella regione, nonché all’aumento del reddito e al migliore accesso alla pianificazione familiare. Resta il fatto che la pianificazione cinese getta, ancora una volta, una grande ombra sulla situazione del territorio dello Xinjiang, dove il tentativo di sradicare la popolazione autoctona è, ora, più concreto e palese che mai.
E non ci sarà nessuno che sceglierà di intervenire; poiché è troppo importante mantenere saldi i rapporti con quella che, a breve, verrà considerata a tutti gli effetti come prima potenza mondiale economica.

Pubblicato da Gabriele Rapisarda

Studente alla facoltà di Scienze Politiche a Roma Tre. Interessato a politica e attualità, amante di tecnologia e affascinato dalla musica jazz. Ho sempre utilizzato il web per esprimermi come blogger e podcaster. Intraprendente, ambizioso e mai arrendevole.

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