HIV e falsi miti: “il morbo dei gay” che sconvolse il mondo

HIV e falsi miti: “il morbo dei gay” che sconvolse il mondo

Dell’HIV si sente spesso parlare poco e male: si tratta di un morbo seppellito in uno scrigno di Pandora, costellato di leggende metropolitane e aneddoti irrealistici di gironi infernali dove i lussuriosi vengono travolti dal vento impetuoso del peccato.

Partiamo dal principio: cos’è l’HIV? Per fondare un discorso completo su un argomento dobbiamo innanzitutto avere chiara la definizione dell’oggetto di discussione. L’HIV (Human immunodeficiency virus) è un virus che attacca e distrugge, in particolare un tipo di globuli bianchi, i linfociti CD4, che sono responsabili della risposta immunitaria del nostro organismo. Progressivamente, il nostro sistema riduce la sua risposta difensiva, fino ad annullarla, compromettendo seriamente (come è facile intuire) le aspettative di vita del malato.

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Uno studente mostra le sue mani dipinte durante una manifestazione contro lo stigma dell’AIDS

L’AIDS è la malattia causata dall’HIV: per meglio dire, si sviluppa quando il virus ha oramai agito nel corpo compromettendo le difese immunitarie. Questo implica che una malattia che in condizioni ordinarie sarebbe facilmente curabile, potrebbe comportare complicanze serie, essendo il nostro corpo completamente indifeso. Fino ad arrivare a patologie via via più serie, tra cui tumori ed infezioni. Ma andiamo per gradi, ed innanzitutto ripercorriamo le tappe principali della diffusione dell’HIV a partire dalla seconda metà del Novecento, evidenziandone i risvolti anche sociologici.

Breve storia della pandemia di AIDS

Nella seconda metà del XX secolo in alcune città urbane dell’Africa venne diagnosticato un slim desease (male sottile) probabilmente diffuso tramite rapporti sessuali. Negli anni sessanta, probabilmente favorita da un panorama mondiale che stava aprendo i cancelli della sessualità, inizia la seconda – e, in realtà, la vera e propria – fase di sviluppo dell’epidemia. Si ritiene che sia stata l’isola caraibica di Haiti a fare da ponte tra l’America e l’Africa, tra l’altro meta ambita per il turismo gay.

Alla fine degli anni 80, un ricercatore dell’università della California scoprì una rara forma di polmonite che solitamente colpiva soltanto i neonati e i pazienti con un sistema immunitario particolarmente indebolito. Nel 1981 i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie di Atalanta riscontrarono un significativo aumento di polmonite da Pneumocystis carini e di un raro tumore ai vasi sanguigni in alcuni giovani omosessuali provenienti dalle principali metropoli americane. Il New York Times scuoteva il pubblico mondiale: uno strano male aveva colpito centinaia di soggetti, e il decorso clinico era inevitabilmente fatale.

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Pagina del New York Post che annuncia l’insorgere dello sconosciuto “cancro dei gay”

Si iniziò a parlare di un’epidemia sconosciuta ma altrettanto ingestibile e subdola, che venne associata agli omosessuali. Un virus senza nome stava sconvolgendo il mondo, e circolava indisturbato come un giudice spietato che punisce i lussuriosi. Si ipotizzò tra l’altro che il contagio potesse derivare dall’uso di stupefacenti utilizzati da alcuni omosessuali per stimolare l’orgasmo (c.d popper). Al che i perbenisti colsero la fatidica circostanza, soprannominando l’inaspettata piaga come “cancro dei gay” o “immunodeficienza gay-correlata”. Quasi come se l’orientamento sessuale potesse costituire, per fantasiose congetture fuori da ogni raziocinio, una caratteristica di maggiore propensione a contrarre malattie mortali.

Ma alla fine dell’81 si registrano i primi casi tra eterosessuali, precisamente in Inghilterra. Il problema è che, aldilà dei miti, il mondo non era preparato ad una nuova malattia, visti i recenti traguardi scientifici: la debellazione del vaiolo e la comparsa, negli anni ’40 degli antibiotici. Ma la favola del contagio chimico tramontò ben presto. Ci si rese conto che il virus potesse essere trasmesso anche per via materno-fetale, e alcuni ipotizzarono che la malattia fosse legata ad un’anomalia del sangue. Certo, il New York Times aveva decretato l’ardua sentenza, quando avevano annunciato il “raro cancro osservato in 41 omosessuali”. Nella fascia mediterranea, in realtà, il principale mezzo di diffusione prescindeva dalla sfera libidica ed era legato all’uso dell’eroina, che in quegli anni era tristemente spopolato soprattutto in certe aree e fra i giovani.

Il 4 novembre del 1984 Françoise Barrè-Sinoussi, immunologa francese, fu la prima ad osservare al microscopio il famigerato virus, constatando l’origine virale della malattia.

La terza fase dell’epidemia fu drammatica: negli Stati Uniti si stimava che il tasso di mortalità fosse vicino al 100%. Rock Hudson, attore statunitense, fu il primo personaggio pubblico ad esporsi e confessare di aver contratto la malattia. E questo non solo posò i riflettori su una realtà endemica di elevata problematicità, ma fece traballare l’assunto che il morbo fosse una piaga omosessuale. Rock Hudson, rappresentando nell’immaginario comune il tipico uomo bianco, ricco e repubblicano accese un allarme che molti preferivano ignorarono. Da lì lo tsunami psicotico fu inarrestabile e fuorviante: Linda Evans, che aveva baciato l’attore sul set anni prima, si sottopose a controlli non sapendo che il virus non si trasmettesse col bacio.

 

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Graffiti di Keith Haring, artista americano morto di AIDS

Nel 1994 i malati di AIDS erano saliti del 37%, con una prevalenza negli Stati Uniti (circa il 42%). La progressione farmacologica aveva ridotto significativamente il tasso di mortalità, che era passata dal 100% al 77%. Ma l’anno della svolta fu il 1996, quando venne presentato un nuovo studio sull’Haart (Highly Active Anti-Retroviral Therapy), destinato a diventare lo standard mondiale della cura per l’AIDS. Lo scienziato taiwanese David Ho si guadagnò la copertina del Time in qualità di “uomo dell’anno”: la mortalità calò di nuovo drasticamente e una scintilla di ottimismo balenò all’orizzonte.

Nel 1996 viene inaugurato l’UNAIDS, un programma delle Nazioni Unite per intensificare e coordinare l’azione globale contro l’AIDS, in particolare incrementando l’informazione e la sensibilizzazione.

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Simbolo dell’UNAIDS, l’iniziativa delle Nazioni Unite per sensibilizzare verso l’HIV e l’AIDS

Nel 1999 compaiono nuovi farmaci, e nel 2000 viene messo in commercio il lopinavir, potentissimo inibitore della proteasi. Oramai il mostro AIDS appariva meno feroce, ma il bilancio dei morti era ancora significativo: dall’inizio dell’epidemia si contavano 16,3 milioni di decessi. I progressi della medicina hanno dunque consentito di razionalizzare i vagheggiamenti e dare una risposta scientifica a quelli che erano i principali dubbi sollevati da questo male inizialmente sconosciuto. L’ignoranza crea delle crepe dove la paura favorisce l’insediamento dei virus dell’odio sociale. Il solo efficace deterrente è l’informazione, e un’informazione che deve essere quanto più possibile limpida e appannaggio di tutti. Grazie a un sufficiente bagaglio informativo, è possibile ridurre la nebbia dell’ignoto e far sì che certi interrogativi svaniscano.

 

Come si contrae il virus?

Trasmissione sessuale

Il virus HIV si trasmette tramite il contatto tra fluidi corporei che contengono il virus o cellule infettate dal virus (come sangue, sperma o secrezioni vaginali). Ad oggi, la trasmissione sessuale resta quella principale. Il rapporto sessuale più a rischio è quello anale. Questo dipende dal fatto che la mucosa intestinale del retto anale costituisce una barriera meno efficace rispetto alle altre. Essa risulta scarsamente lubrificata e quindi più soggetta a traumi durante il rapporto. In sostanza, il fatto che nel retto anale presenti delle lesioni favorisce la possibilità di contagio in quanto si potrebbe creare un contatto diretto tra il liquido seminale e il sangue.

Il rapporto vaginale, essendo la vagina naturalmente lubrificata, sembra essere meno rischioso. Tuttavia, si stima che il contagio nelle donne sia venti volte più probabile che negli uomini. Altro punto: il rapporto orale potrebbe costituire fonte di contagio. Il fattore di rischio deriva dal fatto che il liquido seminale potrebbe entrare in contatto con lesioni presenti all’interno della bocca. Ma il rischio risulta estremamente basso, seppur non affatto inesistente.

Trasmissione ematica

Un altro veicolo di trasmissione importante sono il sangue e i suoi derivati. A cavallo tra gli anni ottanta e novanta, infatti, i casi di contagio avvennero tra tossicodipendenti che utilizzavano la stessa siringa. Ma non è da escludere anche l’ipotesi di contagio tramite trasfusione di sangue.

Trasmissione verticale madre-figlio

Il virus può propagarsi in modo verticale attraverso il contagio madre-figlio durante la gravidanza e durante il parto. Si riteneva potesse avvenire anche tramite l’allattamento. Cosa problematica considerato che nei paesi in via di sviluppo spesso lallattamento materno rappresenta l’unica forma (o comunque principale) di sostentamento del neonato. L’OMS, infatti, nel 2009 ha pubblicato nuove ricerche affermando che i rischi in quel caso sono minimi.

 

“L’HIV ha sintomi?”

Sì, ma a-specifici. Consistono in sintomi come febbre, dolori muscolari, eruzione cutanee, eccessiva sudorazione notturna, stanchezza, dolori articolari e linfonodi ingrossati. Più raramente compaiono anche mughetto, mal di testa, vomito, meningite. Se si manifestano questi sintomi nelle due settimane successive ad un comportamento a rischio, è bene fare il test per tacere ogni dubbio.

Chiaramente, a seconda dello stadio della malattia, man mano che il virus attacca e indebolisce il sistema immunitario, il quadro clinico del paziente può peggiorare. Si badi che una volta contratto il virus, il soggetto può non manifestare sintomi allarmanti per svariati anni, dai sei ai quindici. E questo facilita l’arrivo alla fase veramente critica, quando il paziente ha ormai sviluppato la malattia vera e propria.

“Le analisi del sangue ordinarie possono rilevare il virus?”

No. Per sapere se si è contratto il virus, è necessario fare il test apposito per l’HIV. Esso ricerca gli anticorpi anti-HIV prodotti dall’individuo e parti di virus, come l’antigene p24. Può mettere in evidenza l’avvenuta infezione già dopo 20 giorni dal contagio. Esistono anche test rapidi in grado di dare il responso in pochi minuti e possono essere acquistati in farmacia. Comunque, le strutture sanitarie consentono di fare il test in maniera anonima e gratuita.

“Quando è opportuno fare il test?”

Ogni volta che si ha un comportamento a rischio, in particolare quando non si conosca la situazione clinica del proprio partner sessuale. Fare il test e sapere il prima possibile la diagnosi è fondamentale, per una maggiore risposta della terapia antiretrovirale.

“Si può guarire dall’AIDS?”

Attualmente no. Ma, grazie alla terapia antiretrovirale, agevolata da una diagnosi non tardiva, le aspettative di vita dei pazienti affetti dall’HIV non sono dissimili da quelle di una persona non malata. Una volta iniziata, la terapia deve essere seguita per sempre, e non può essere interrotta o effettuata in maniera parziale o discontinua. L’obiettivo è evitare la riproduzione del virus nell’organismo, ma quest’ultimo permane. Tuttavia, se si segue la terapia, verranno progressivamente ridotte le possibilità di contagio, fino ad azzerarsi. Si parla infatti di  U=U Undetectable = Untrasmittable, ovvero non rilevabile = non trasmissibile.

“Se si hanno rapporti con una persona positiva, si prende automaticamente il virus?”

Chiaramente no. Le statistiche dimostrano in ogni caso che le probabilità di infezione – oggi fortunatamente calate – sono di un rapporto su trecento con una persona positiva. Tuttavia, per infettarsi, basta anche soltanto un unico rapporto sessuale non protetto. 

“Gli omosessuali sono effettivamente una categoria più a rischio?”

Il fattore di rischio legato ai rapporti omosessuali deriva dal fatto che è il sesso anale a costituire il più rischioso, per i motivi sovraesposti. Oggi, tuttavia, la trasmissione eterosessuale è prevalente, e, in alcune aree del mondo, sostanzialmente esclusiva.

“Come si evita di trasmettere l’HIV?”

L’HIV non si trasmette tramite saliva, sudore, lacrime, urine, strette di mano, condividendo le stesse stoviglie e stanze o strumenti e prodotti igienici.

“Se ho un partner o conosco una persona, sono obbligato a dirgli della malattia?”

Ad oggi, non esiste alcun obbligo legale della persona sieropositiva a rivelare il suo stato di salute. E lo stato di sieropositività rientra nella categoria dei “dati sensibili” prevista dal Gdpr, regolamento europeo sul trattamento dei dati personali. Dunque non è ammissibile divulgare o raccogliere informazioni sullo stato clinico della persona. Tuttavia, infettare qualcun altro per comportamento doloso (cioè con la specifica volontà di infettare) o colposo (cioè per non avere adottato le cautele necessarie) configura reato di lesioni personali gravissime. Se dal contagio deriva poi la morte del soggetto, si parla di vero e proprio omicidio.

“Come si può prevenire il contagio?”

Fondamentale e altrettanto banale è l’utilizzo del profilattico. Un utilizzo che spesso si sottovaluta o comunque si circoscrive ad evitare il rischio di gravidanza.

 

L’AIDS oggi

Fondamentalmente oggi la sfida maggiore resta quella di garantire pieno accesso alla terapia antiretrovirale nelle zone del mondo meno sviluppate, tra l’altro quelle dove l’epidemia risulta più diffusa. Si conta infatti che i malati siano 24,7 milioni solamente nell’Africa subsahariana. La conferenza mondiale di Washington del 2012 ha mostrato significativi progressi: sono otto milioni oggi coloro che in Africa subsahariana possono avere accesso alla terapia antiretrovirale.

Ma in realtà la questione urgente è una: la soglia di allerta è drasticamente calata. I media, le istituzioni e persino la comunità scientifica hanno progressivamente distolto l’attenzione dalla malattia, complice anche l’esplosione recente della pandemia da coronavirus.

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Educare sin da adolescenti ad una sessualità sana e sicura è la chiave di volta per arginare un fenomeno che ha segnato un’intera generazione. E dove la cura è arrivata solo dopo vent’anni, figuriamoci un vaccino.  Inoltre i sieropositivi devono fare i conti con un’opinione pubblica ancora spietata. Vengono marchiati come “perversi” da chi ancora appare arroccato nel pregiudizio retrogrado che l’HIV vada a braccetto con la droga e la promiscuità sessuale. Eppure oggi vivere con l’HIV è possibile, e anche non particolarmente gravoso. Ma bisogna comprendere che l’HIV è una realtà ancora viva e problematica e che il rischio non è più così elevato ma neanche irrisorio. Che le chiavi di volta siano dunque l’informazione e la prevenzione. Informare per sostenere, per tutelare e per garantire. E prevenire perché la sessualità va esplorata e vissuta con libertà, ma anche con prudenza, dignità e rispetto.

Pubblicato da Domenico Lubrano Lavadera

Sono Domenico, ho 19 anni e studio Giurisprudenza. Sono un sognatore idealista che nel tempo libero si improvvisa fotografo, scrittore e un po’ di tutto. Mi interesso particolarmente di diritti umani, e di quanto nella nostra società siano, spesso, tutt’altro che garantiti.

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