I film per capire il mondo della finanza

I film per capire il mondo della finanza

Il mondo dell’economia e del cinema si sono spesso incrociati, dando vita a pellicole memorabili, che hanno avuto il pregio di rendere fruibili e accessibili anche tematiche di argomento finanziario difficili da veicolare al grande pubblico. Un connubio che ha portato indubbi favori ai due mondi: il cinema ha guadagnato materiale narrativo importante, mentre l’economia ha trovato una cassa di risonanza difficile altrimenti da rimediare.

Dalla straordinaria performance di Di Caprio al delicato tema della Grande Recessione del 2008, vediamo nel dettaglio alcuni dei migliori film che hanno l’economia come proprio argomento principale.

The Wolf of Wall Street

Impossibile non partire da quello che, con tutta probabilità, è il più famoso film sull’argomento. The Wolf of Wall Street è un adattamento cinematografico dell’omonima autobiografia di Jordan Belfort, uno spregiudicato broker newyorkese interpretato da Leonardo Di Caprio. La pellicola narra la vita fatta di eccessi e sregolatezze che porteranno Belfort alla futura caduta.

Il protagonista inizia la sua carriera nel 1987 come apprendista broker a Wall Street sotto la guida dell’eccentrico Mark Hanna, che lo introduce a uno stile di vita senza regole. In qualità di broker, Belfort ha il compito di organizzare le transazioni tra acquirenti e venditori, guadagnando una commissione quando ha concluso l’affare. Purtroppo, impara molto presto a compiere anche azioni disoneste che gli permettano lauti guadagni.

Dopo aver ottenuto la licenza di broker, viene assunto definitivamente dalla compagnia, ma il giorno stesso della sua assunzione il 19 ottobre 1987 si verifica un improvviso crollo della borsa, il cosiddetto “lunedì nero“, evento che causerà addirittura il fallimento della storica L.F. Rothschild, pertanto la sua azienda è costretta a chiudere i battenti, lasciandolo senza lavoro.

In poco tempo riesce ad essere assunto presso una piccola società che vende penny stock, cioè azioni di piccole società, quotate in mercati non regolamentati, da cui ottengono però profitti enormi, grazie a commissioni fino al 50% contro quelle dell’1% ottenute prima con l’attività alla Rothschild. Il personaggio interpretato da Di Caprio riesce a creare una propria società di brokeraggio: la Stratton Oakmon, tuttavia le pratiche adottate dal protagonista sono tutt’altro che lecite. Belfort, infatti, inganna frequentemente i clienti sulle reali possibilità di crescita delle aziende, tacendo sulle enormi fluttuazioni su cui si fondano i propri guadagni. A questo si aggiungono droghe di ogni tipo, feste e condotte sfrenate che saranno ritratte da Scorsese in modo non troppo distante dalla realtà.

Con i suoi metodi illegaliBelfort ha guadagnato centinaia di milioni di dollari, salvo poi cadere in disgrazia quando ha dovuto fare i conti col sistema giudiziario americano. Grazie al suo atteggiamento collaborativo con l’FBI ottiene un grande sconto sulla pena, ricevendo una condanna a 22 mesi di reclusione, con multe annesse. Oggi Belfort, utilizza le sue capacità oratorie, motivazionali e di vendita non comuni per seminari per cui le persone pagano profumatamente.

La figura di Jordan Belfort è stata resa leggendaria dalla spettacolare interpretazione di Leonardo Di Caprio. L’attore italo-americano è il mattatore assoluto della pellicola diretta da Martin Scorsese e ha il pregio di calamitare lo spettatore, che si ritrova immerso nel frenetico e disastrato mondo di Jordan Belfort. La performance di Di Caprio ha il pregio di restituire la frenesia e il dramma nascosto dietro alla figura dello spregiudicato broker, facendo immedesimare gli spettatori in quel mondo e facendogli carpire al meglio determinate dinamiche e diverse sfaccettature di un universo tanto diffuso, quanto praticamente sconosciuto alla maggioranza delle persone.

Copertina di "The Wolf of Wall Street"
Copertina di “The Wolf of Wall Street”

Inside Job e La Grande scommessa: due manifesti della Grande Recessione

In campo finanziario, il grande tema dei giorni nostri è sicuramente la sconvolgente crisi del 2008, vissuta sulla pelle da milioni di persone e i cui effetti sono ancora ben visibili oggigiorno.
Due dei film principali che descrivono le origini e gli effetti della Grande Recessione del 2008 sono Inside Job e La Grande Scommessa (The Big Short).

Il primo è un film/documentario del 2010 prodotto, scritto e diretto da Charles Ferguson, vincitore dell’Oscar al miglior documentario nel 2011. L’autore ha spiegato che il film mette a nudo «la corruzione sistemica dell’industria dei servizi finanziari statunitense e le conseguenze di questa corruzione sistemica».

Il secondo narra le storie simultanee di tre gruppi di persone che hanno scoperto le basi per la crisi finanziaria del 2007-2008 e riescono a ricavarne enormi profitti.
Michael Burry, un eccentrico manager di un hedge fund, divenuto poi una figura iconica della finanza mondiale. Ha previsto il crollo del mercato immobiliare statunitense e scommettendo contro di esso ha permesso al fondo che aveva in gestione di conseguire un utile complessivo di oltre 2,69 miliardi di dollari.

Jared Vennett, (personaggio immaginario, ispirato alla figura di Greg Lippmann) dirigente della Deutsche Bank di New York, il quale viene a conoscenza dell’operato di Burry nel 2005 e ben presto si rende conto di come le sue previsioni siano vere.
Troviamo poi il trader Mark Baum (ispirato a Steve Eisman) e il suo team, convinti da Vennett a partecipare all’operazione finanziaria ed infine Charlie Geller e Jamie Shipley, due giovani investitori (nella realtà Charlie Geller e Jamie Mai di Cornwall Capital), che nel 2005 scoprono casualmente un volantino di Vennett e, convintisi della logicità delle conclusioni, decidono di emulare la sua strategia.

Copertina di "The Big Short" (la Grande Scommessa)
Copertina di “The Big Short” (la Grande Scommessa)

Entrambi i film esprimono in modo chiaro e diretto come l’origine della Grande Crisi vada ricercata nel crollo del mercato immobiliare statunitense e nel comportamento spregiudicato delle banche nella concessione dei mutui. Nel periodo precedente, infatti, i prezzi delle case negli USA avevano subito un notevole aumento. Per far fronte ad una richiesta sempre maggiore, le banche cominciarono a concedere mutui per l’acquisto della casa anche a persone e famiglie che non potevano realmente permettersi tale spesa.

Spesso la casa aveva un valore molto superiore rispetto alle reali possibilità degli acquirenti. Inizialmente il periodo sembrava florido, ogni americano poteva possedere una casa con mutui a tassi di interesse vantaggiosi. Questi però, da contratto, sarebbero saliti in maniera esponenziale dopo i primi anni di mutuo, particolare poco spiegato dalle banche ai clienti. La situazione andava a vantaggio oltre che alle banche e ai loro manager, che potevano così ottenere ingenti bonus, anche agli agenti immobiliari e alle società edili.

I mutui identificati come la “miccia” che ha fatto scoppiare la bolla sono i cosiddetti “mutui subprime”, cioè dei prestiti per l’acquisto della casa concessi a cattivi pagatori, ovvero persone che era noto non fossero in grado di pagare il loro debito. Questa crisi si sarebbe potuta trasformare in un fenomeno esclusivamente americano, ma i subprime furono “impacchettati” dalla finanza in strumenti derivati, che, venduti in tutto il mondo, contagiarono il sistema finanziario globale divenendo una vera e propria “bomba ad orologeria”.

Molte banche, infatti, costruirono dei prodotti finanziari, tra cui i famosi CDO, basati proprio sui prestiti immobiliari statunitensi. Il loro valore dipendeva proprio dal pagamento o meno dei mutui contratti dagli acquirenti degli immobili, tali mutui venivano erroneamente valutati dalle agenzie di rating, le quali per incompetenza, ma soprattutto per compiacenza, li consideravano come sicuri e a basso rischio.

Nel 2006 cominciarono i problemi strutturali. Le rate dei mutui iniziarono a diventare molto più care, a causa dell’aumento dei tassi, e molte persone non potendo più pagare, videro la propria abitazione pignorata. Tale fenomeno avvenne su larga scala in tutta la nazione, il valore delle case cominciò così a scendere rapidamente e il prezzo degli strumenti finanziari collegati ai mutui iniziò a collassare, subendo un crollo verticale in seguito alle continue vendite da parte dei risparmiatori in cerca di salvezza.

Da questa crisi le banche ebbero notevoli contraccolpi in termini di capitale, perdite tali da portare al fallimento nel 2008 della storica banca d’affari Lehman Brothers, una delle più grandi al mondo. Anche se il governo salvo molti altri istituti finanziari, la crisi divenne capillare, a causa del panico dilagante sui mercati in ogni parte del mondo. Successivamente la crisi colpì anche il mercato reale, ci furono numerosi licenziamenti e pignoramenti, con un aumento della disoccupazione al 10% negli Stati Uniti e nell’Unione europea.

Copertina di "Inside Job"
Copertina di “Inside Job”

Le due pellicole sono esemplificative di due modi diversi, ma altrettanto efficaci, di affrontare una tematica complessa: da una parte l’attività documentaristica, dall’altra la grande commedia americana. Ovviamente nel primo caso si predilige  l’analisi, nel secondo invece è l’intrattenimento a guidare lo spettatore. In entrambi i casi però chi guarda il film riesce a uscirne con una consapevolezza parecchio accentuata.

Panama Papers

Chiudiamo questa rassegna con un caso più specifico. Panama Papers è un film del 2019 basato sul libro del giornalista Jake Bernstein, riguardante lo scandalo dei Panama Papers. Nel film la vedova Ellen Martin, interpretata da Meryl Streep, inizia ad indagare su una frode assicurativa che la conduce ad uno studio legale di Panama, gestito da due soci: Jürgen Mossack e Ramón Fonseca. Presto la donna scopre che il suo caso è solo una piccola parte dell’enorme rete di società offshore impegnate in attività di riciclaggio.

Con “Panama Papers” si indica il nome di un fascicolo riservato composto da 11,5 milioni di documenti confidenziali creato proprio dallo studio legale panamense Mossack-Fonseca. All’interno dell’archivio erano presenti informazioni dettagliate su oltre 214 000 società offshore situate in paradisi fiscali, con annesse le identità degli azionisti e dei manager.

I documenti riservati sono stati consegnati al giornale tedesco Süddeutsche Zeitung da un dipendente della Mossack-Fonseca che ha voluto rimanere anonimo. La Süddeutsche Zeitung ha poi condiviso i documenti con il Consortium of Investigative Journalists, che a sua volta ha chiesto aiuto a oltre 100 organizzazioni giornalistiche di 80 Paesi diversi, (tra cui l’Espresso in Italia), per analizzarli. Secondo molti, i documenti ottenuti costituiscono, per quantità, la più grande fuga di notizie della storia.

I documenti mostrano come molti individui facoltosi nascondano i loro patrimoni dal controllo statale, per sfuggire alla tassazione. All’interno sono menzionati i leader di cinque Paesi — Arabia Saudita, Argentina, Emirati Arabi Uniti, Islanda e Ucraina — ma anche funzionari pubblici, parenti e collaboratori stretti di vari capi di governo di decine di altre nazioni.

Avere soldi nei paradisi fiscali è sempre illegale? Non necessariamente. In molti casi e per molti Paesi è lecito avere società in paradisi fiscali, a patto che tali società e la quantità di denaro che gestiscono vengano dichiarati alle autorità. In molti casi, tuttavia, si utilizzano i paradisi fiscali per scopi illegali: in primo luogo nascondere ricchezza per evadere il Fisco e per riciclare denaro.

Per società offshore si intende un’organizzazione che ha la propria sede legale in uno Stato diverso da quello nel quale sviluppa i suoi affari principali: questo Paese estero è quasi sempre un “paradiso fiscale”, nel quale le leggi sulle attività economiche sono flessibili, e nel quale le tasse sono basse o inesistenti. Un altro aspetto dei paradisi fiscali molto attraente per le società con grandi capitali è che spesso offrono riservatezza sulle attività finanziarie che hanno sede nella loro giurisdizione. Spesso, proprio per via della riservatezza delle amministrazioni fiscali, risalire al vero proprietario di una società offshore può essere molto difficile o impossibile. Alcuni esempi di paradisi fiscali sono Panama, le Isole Vergini Britanniche, la Svizzera, le Seychelles, le isole Cayman o Barbados.

Al di là delle questioni legali, è opinione diffusa che le società offshore siano eticamente discutibili e non rispettino principi basilari dell’economia, primo tra tutti quello della libera concorrenza. Per sfruttare i vantaggi di una società offhore non è sempre necessario trasferire le ricchezze direttamente nel paradiso fiscale, basta che in quel posto abbia sede la struttura legale. I beni gestiti possono anche essere trovarsi in qualsiasi altro luogo, infatti, il proprietario effettivo del bene non lo possiede direttamente, ma attraverso la società offshore nel paradiso fiscale.

“Panama Papers” ha il grande pregio di riuscire a rendere disponibile a un pubblico non esperto la spiegazione di concetti ed eventi specifici. È una tendenza molto diffusa all’interno del cinema, soprattutto americano, ed è proprio il senso intrinseco di questo connubio col mondo dell’economia. L’obiettivo principale è quello di riuscire a veicolare determinati concetti e “Panama Pampers” è un film che adempie al meglio a questo compito, con una trama pulita, prestazioni attoriali convincenti e una narrazione soddisfacente.

Panama Papers
Panama Papers

Questa short list di film è esemplificativa di come ci siano diverse modalità per approcciare alla spiegazione di concetti specifici tramite il mondo del cinema, con l’obiettivo che alla fine rimane sempre lo stesso: sfruttare questa contaminazione per trarre il meglio dai due mondi e renderli il più largamente accessibili.

 

A cura di Danilo Budite e Roberto Di Veroli

 

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Pubblicato da Roberto Di Veroli

Nato nel 1996, due passioni lo accompagnano: l’AS Roma e i mercati finanziari. Studente di Finanza, da un lato affronta la vita come un’equazione, niente lasciato al caso, dall’altro ama il rischio e la volatilità delle borse. Come Albert Einstein reputa l’interesse composto l’ottava meraviglia del mondo.

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