Quanto sei disposto a vivere per essere libero di morire?

Quanto sei disposto a vivere per essere libero di morire?

Schiavo d’un corpo morto che si ostina a rimanere in vita. Vuoi parlare, ma non puoi aprire la bocca. Vuoi scappare via, ma non puoi muovere le gambe. Vuoi dare un bacio a chi ti tiene la mano smorta sul letto, ma non puoi disarticolare le dita. Vuoi morire, ma devi rimanere in vita.

“L’assoluzione di oggi è un precedente importante: anche un malato non attaccato ad una macchina ma che dipende da un trattamento sanitario può essere aiutato a morire senza soffrire. Ci sono voluti 4 anni e 9 udienze… Ci vorrebbe una legge, ma il Parlamento da due anni non risponde ai richiami della Corte Costituzionale…”

Queste sono le parole di Marco Cappato poco dopo esser stato assolto, assieme a Mina Welby, dalle accuse di istigazione e aiuto al suicidio di Davide Trentini. Entrambi gli imputati rischiavano dai 5 ai 12 anni di carcere, come recita a grandi lettere l’articolo 580 del nostro codice penale. 
Non c’è alcun dubbio che Cappato e Welby abbiano aiutato Davide Trentini a morire; un uomo di 53 anni, malato di sclerosi multipla dal 1993, con in mano una vita segnata da una salute progressivamente sempre più deficitaria, divenuta un calvario. Quando Davide si rivolge a loro per la volontà d’eutanasia, Cappato e Welby sanno benissimo cosa stanno per fare. Raccolgono fondi per portarlo in Svizzera, agevolano l’infinita burocrazia dietro al suicidio assistito: Davide muore il 13 aprile 2017. 

Non c’è alcun dubbio che Cappato e Welby abbiano aiutato Davide Trentini a morire. Lo sanno anche loro, tanto che una volta tornati si autodenunciano. Secondo l’articolo 580 del codice penale sono colpevoli e rischiano fino a 12 anni di galera. Dopo 4 anni e 9 udienze risultano assolti. Come è possibile?
Secondo la letteralità della legge italiana sono colpevoli. Ma non per la Costituzione; o meglio, non sulla base dell’interpretazione data dalla Corte Costituzionale un anno e mezzo fa in un altro processo d’eutanasia. Facciamo un passo indietro.

L’amore oltre la vita

Fabiano Antoniani era un ragazzo innamorato: innamorato della musica, che poi rese il suo lavoro, delle moto, di sentirsi libero di viaggiare, di sentirsi libero e basta, di Valeria. “Avevamo la vita più bella del mondo”, dirà lei nel suo libro. Forse ce l’avevano veramente. Fabiano era ormai un Dj affermato, girava il mondo, viveva in India con Valeria. Vivevano correndo, suonando, amando, senza mai stare fermi.
Poi una notte l’auto di Fabiano va fuori strada, poco dopo aver parlato al telefono con Valeria. Ambulanza, ospedale: è vivo, sì, ma lui non se ne accorge, non riesce a muoversi. È cieco e tetraplegico.
Le mani non suonano più e le gambe non viaggiano più. La bocca non bacia più ma la vita rimane lì, gli si aggrappa addosso con un gancio al cuore, chissà perché.

Anche Valeria rimane lì. Chi li ha conosciuti potrebbe confermare d’aver assistito ad un legame che è andato oltre il corpo, oltre le mani che si sfiorano, oltre ogni cosa che sembra fisicamente necessaria per amare. Ma lo si percepisce comunque, l’amore. Lo percepisci quando vedi Valeria smontare le ruote della sedia a rotelle perché non passa in ascensore, oppure bagnargli le labbra con la sambuca perché ne voleva sentire almeno il sapore.

“Se non mi aiuti tu qualcuno che mi spara lo trovo”, dirà Fabiano a Marco Cappato, al loro primo incontro. Scrive una lettera anche a Mattarella, nella speranza vana d’esser lasciato libero di morire. Non dev’essere facile, del resto; passare una vita a correre e amare ed esser costretti da un momento all’altro a rimanere immobile e odiare, odiare se stessi per continuare a respirare. Non si tratta d’una gabbia; dalle sbarre di solito qualcosa s’intravede. È come essere in caduta libera, ma fermo a mezz’aria: non puoi più evitare la caduta, ma non puoi neppure tornare sulla cima del dirupo; non puoi accelerare la discesa, non puoi arrangiarti e vivere sospeso in aria. Sei in un limbo, impossibilitato a vivere ma obbligato a farlo: non puoi cadere giù. 

“I criteri della mia morte”

Il 27 febbraio 2017 Fabiano Antoniani muore in Svizzera, aiutato e agevolato da Marco Cappato. I giudici del Tribunale di Milano escludono qualsiasi forma di istigazione al suicidio, ma essendoci oggettivamente una condizione di agevolazione rimandano il caso alla Corte Costituzionale. Quest’ultima, a gran sorpresa, dichiara incostituzionale l’articolo 580 del codice penale e definisce 4 criteri per distinguere chi ha diritto ad essere aiutato a morire: la volontà lucida e consapevole, la sofferenza insopportabile, la malattia irreversibile e la certezza che la persona in questione sia tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitali. Fabiano rientra in tutto, Cappato viene assolto. Torniamo all’inizio.

Arriva il caso di Davide Trentini, Cappato e Welby lo aiutano a morire e vengono processati. Perché la questione era ancora in discussione dopo il caso Dj Fabo? Semplice, Davide Trentini non era attaccato ad una macchina come Fabiano; ma la sua vita comunque dipendeva da cure farmacologiche. Una situazione che, a questo punto, dovrebbe rientrare di diritto nei criteri citati prima.

Il Pubblico Ministero a Massa propone una condanna di 3 anni; i giudici però non sono d’accordo e concordano con la visione di Welby e Cappato; anche Trentini aveva diritto di morire. Il Pubblico Ministero però non è soddisfatto e fa appello contro la loro assoluzione, aggiungendo “l’istigazione al suicidio” come imputazione. Il 28 aprile 2021 la Corte d’Appello di Genova, a cui fa riferimento il tribunale di Massa, conferma l’assoluzione nei confronti di Welby e Cappato. Eccoci tornati alle parole di Cappato all’inizio: “L’assoluzione di oggi è un precedente importante: anche un malato non attaccato ad una macchina ma che dipende da un trattamento sanitario può essere aiutato a morire senza soffrire.”

E’ doveroso sottolineare che al tempo delle morti di Antoniani e Trentini non c’era ancora la sentenza della Corte Costituzionale con i suoi 4 criteri per morire, né tantomeno la legge sul testamento biologico, uno dei più grandi passi in avanti sul tema.
Da questa famosa sentenza della Corte Costituzionale è passato un anno e mezzo. Perché non porci allora una domanda: in quest’arco di tempo, quanti sono i malati che hanno potuto ottenere l’aiuto a morire sulla base di questa sentenza?

Nessuno. Perché non basta una sentenza e quattro criteri, seppur della Corte Costituzionale. Senza una legge effettiva non ci sarà mai la certezza d’attuazione di suddetto diritto. I tempi, le procedure, i moduli, le paure non lo consentono. Ci sono numerosi casi di persone che rientravano perfettamente nei criteri della sentenza e che si sono visti negare dalle ASL la possibilità di morire liberamente. “E’ vero, voi ne avete il diritto, ma noi non ne abbiamo il dovere”.

Vivere non è soltanto riuscire a respirare

La legge ufficiale sulla legalizzazione dell’eutanasia è sui banchi del Parlamento da quasi 8 anni ad impolverarsi. Ma tutti gli episodi raccontati precedentemente, da Antoniani a Trentini, dai processi di Welby e Cappato, sicuramente hanno pian piano tolto un po’ di polvere. Granello dopo granello, granello dopo granello. La legislatura è ormai entrata nella sua ultima fase.
L’associazione Luca Coscioni, con il sostegno di altre organizzazioni, gruppi e partiti, ha quindi deciso di promuovere un referendum sulla legalizzazione dell’eutanasia, attraverso l’abrogazione parziale dell’art. 579 del codice penale. Le firme verranno raccolte a luglio, agosto e settembre. Mai in Italia si era arrivati a questo punto; sarebbe imperdonabile fermarsi adesso.
Per chi fosse interessato e/o voglioso d’aiutare, può trovare maggiori informazioni qui.

Vivere non è soltanto riuscire a respirare. “La vita è un diritto, non un obbligo”. Perché una vita senza libertà non è una vita. È l’ipocrisia la peggiore dei pregiudizi; come quando pretendiamo di vivere come vogliamo, senza essere in grado di riconoscerci allo stesso tempo la libertà di morire come vogliamo. Facciamo spesso l’errore di dare tutti noi stessi nelle battaglie per i diritti di chi è vivo, e può camminare, e può parlare, può baciare, che ci scordiamo di combattere anche per i morti in vita. Vita e morte vanno di pari passo, non si negano ma si completano; così come il diritto alla morte non nega il diritto alla vita, anzi lo completa. Forse non sarebbe giusta l’esistenza di uno senza l’altra.

“Non accetterò mai di vivere senza la libertà di potermi scordare di respirare”, diceva Ramòn Sampedro, poeta morto d’eutanasia.
Perché, in fondo, la morte non spezza neanche la vita più bella del mondo. Valeria questo lo sa bene. Lo conosce, lei, l’amore. Tutte le volte che gli ha cambiato i vestiti. Tutte le volte che l’ha aiutato a stare dritto. Tutte le volte che ha urlato il suo nome. “Prometto di perderti”, gli diceva.
Lui con gli occhi chiusi, lei senza parlare.

Pubblicato da Andrea Scoscina

Mi sono ritrovato caporedattore di Zeta mentre scrivevo poesie e mi appassionavo di filosofia. Volevamo cambiare la nostra generazione, così abbiamo iniziato a pensare. Volevamo cambiare il mondo, così abbiamo iniziato a scrivere.

Commenti

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.