A passo di danza: ballo e libertà nel cinema anni ’80

A passo di danza: ballo e libertà nel cinema anni ’80

Negli anni ’80 cresce esponenzialmente la produzione di un genere destinato a segnare l’universo del cinema: i film musicali dedicati alla danza. Il ballo – presente in variabile quantità – diventa in questi casi l’essenza del racconto, il fulcro attorno a cui ruota la trama e il filo conduttore delle dinamiche che legano i personaggi. Tra i disparati motivi alla base di questa scelta narrativa, uno dei più plausibili è anche uno dei più pratici: gli anni ’80 sono stati un decennio d’oro per la musica. Crearne quindi una proiezione, un accompagnamento visivo, è stata una naturale e necessaria conseguenza.

Ma è evidente che una -seppur splendida- colonna sonora non possa essere stata l’unica ragione dietro al boom di un genere cinematografico.

Gli 80s furono anni rumorosi. Un rumore, tuttavia, da intendersi anche e soprattutto nel suo senso più positivo: l’urlo liberatorio di chi riemerge boccheggiando da anni storicamente soffocanti, e decide di non avere più paura. E allora grida per quell’ossigeno ritrovato, per quel desiderio di libertà. Libertà di agire, ma soprattutto libertà di essere . Ed effettivamente cos’è la danza, se non un inno corporeo alla libertà?

fonte: Unsplash

La danza è da sempre vittima dei più svariati stereotipi e pregiudizi. C’è chi la ritiene un’attività futile, superficiale, più simile ad uno sciocco passatempo piuttosto che ad una vera e propria disciplina. E, soprattutto, è ancora largamente diffuso lo stereotipo di genere: la credenza che ballare sia un’attività rivolta esclusivamente ad un interesse femminile. Il cliché “maschi calciatori, femmine ballerine” è tristemente radicato nella mentalità dei più, che si sentono legittimati a speculare sull’orientamento sessuale di un uomo che danza, fino ad epitetare un ballerino nei modi più offensivi. Tali atteggiamenti sono il frutto di una prospettiva tendenzialmente chiusa.

Negli anni ’80 è emerso, in tal senso, uno spiccato impegno e una collettiva volontà nel combattere questi preconcetti. Intenzioni visibili in numerosi film destinati a rimanere nella storia del cinema. Vediamo qualche esempio.

Fame – Saranno Famosi

Pellicola del 1980 diretta da Alan Parker, il film racconta la storia di un gruppo di allievi del prestigioso istituto “High School of Performing Arts” di New York, una scuola per futuri ballerini, ma anche attori e musicisti. Le situazioni di vita quotidiana all’interno dell’accademia si fondono alle vicende umane degli alunni e delle alunne. La scuola diventa quindi teatro di scontro e incontro su temi caldi e cruciali, quali il suicidio, l’aborto, l’orientamento sessuale, le discriminazioni etniche.

Il fatto che i ragazzi di Fame fossero così eterogenei, femmine o maschi, di diversa estrazione sociale e con i più vari passati alle spalle, fu da vero stimolo per i ragazzi “reali” davanti schermo, tanto che si può parlare di un vero “Fenomeno Fame”: negli anni immediatamente successivi al rilascio del film, si registrò un grosso incremento delle richieste di ammissione a scuole come la “High School of Performing Arts”.

Fame era riuscito a ritrarre la danza come un fattore unificante, coesivo, nonché a restituire la giusta dignità alle arti performative, e quindi anche a definire il ballo come una disciplina seria, che richiede dedizione e sacrificio.

 

Flashdance

Datato 1983, Alex Owens è una diciottenne che di giorno lavora come operaia e di sera come ballerina in un locale notturno. La sua ambizione è essere ammessa all’accademia di danza di Pittsburgh, sogno che -a seguito di varie peripezie anche sentimentali- riuscirà a coronare.

A prescindere da una trama di base semplice e prevedibile, il film non solo fu un’innegabile icona anni ’80, ma risulta particolarmente utile ai fini di questa analisi. Sono impresse nella mente di qualsiasi spettatore le frenetiche sequenze iniziali della pellicola, che mostrano il passaggio dall’attività diurna a quella notturna di Alex. Lavorare come saldatrice in un’industria siderurgica è un mestiere logorante e faticoso, “da uomo”, che poco sembra addirsi ad una giovane donna. Eppure, nella seconda parte della giornata, eccola reinventarsi, mutare volto, sfoderare un’eleganza e una sensualità rare e inaspettate.

Com’è possibile che Alex fosse in grado di essere entrambe le cose? Semplicemente perchè la danza non è un’etichetta, un marchio della personalità. Chiunque può celare dentro sè l’animo di un ballerino. Così come l’indole forte e indipendente di una donna non le impedisce la grazia e la delicatezza nel ballo, allo stesso modo la virilità di un uomo non sarà compromessa dalla sua propensione alla danza.

Alex durante l’audizione per l’accademia di danza. (Screenshot video acquisito da Youtube).

Footloose

Un successo del 1984. A seguito di un lutto in famiglia, il giovane Ren si trasferisce da Chicago alla cittadina di Bomont per raggiungere la sorella. Se a Chicago il ragazzo dava liberamente sfogo alla sua passione per il ballo, nella realtà bigotta e provinciale di Bomont il rock è bandito poichè considerato compromettente per la moralità. Ren dà quindi inizio ad una vera e propria rivoluzione per riportare il ballo nella città, e soprattutto nella sua vita.

Parlare di “ribellione giovanile” significherebbe banalizzare il senso ultimo di Footloose. Ren fa della danza una componente integrante della sua identità. Togliergli la danza significa privarlo di una parte di sè. Riportare il ballo a Bomont non è un capriccio, ma assume un valore più ampio e universale: la rifondazione della libertà di espressione.

 

Siamo tutti “Billy Elliot”

Sebbene i film appena citati rappresentino esempi lampanti di impegno nel combattere gli stereotipi sulla danza, la situazione attuale non può definirsi completamente risolta. Tanti, troppi giovani ancora rinunciano a coltivare il loro talento per il timore del giudizio altrui.

In un certo senso la condizione di numerosi aspiranti ballerini è la stessa che si ritrova a vivere Billy Elliot, protagonista dell’omonimo successo del 2000. Proveniente da un contesto familiare difficile, Billy all’inizio cerca di reprimere la sua passione per la danza, influenzato in larga parte dalla società in cui è inserito. Dopo un fallimentare tentativo di applicarsi alla boxe (considerata più “adatta” ad un maschio) sceglie finalmente di assecondare la sua indole. A soli undici anni, grazie al suo formidabile talento, Billy Elliot viene ammesso alla prestigiosa Royal Ballet School di Londra. Ecco che la danza diviene per lui un doppio riscatto: sociale e umano.

L’ultima scena del film è altamente rappresentativa: Billy, ormai venticinquenne, sale su un palco londinese per la performance de “Il lago dei cigni”. Una scelta registica significativa, poichè la versione del balletto scelta non è la tradizionale, bensì quella del coreografo Matthew Bourne, che prevede un corpo di ballo interamente maschile.

Un messaggio estremamente chiaro: vivere in una società che accetta e valorizza la passione e il talento individuale, al di là di ogni illogico pregiudizio, dovrebbe essere la normalità, e non più un’utopia.

 

 

Pubblicato da Valeria Polcini

21 anni, nata a Brescia, studio Lettere. Appassionata di serie tv, musica, libri e ogni sfaccettatura dell’Arte. Amo le grandi storie, di quelle che fanno viaggiare senza muoversi. E sogno di raccontarle a modo mio.

Commenti