“Per questo mi chiamo Giovanni”- quando un nome racconta una storia

“Per questo mi chiamo Giovanni”- quando un nome racconta una storia

“Per questo, papà, io mi chiamo Giovanni?”

Chi di noi non ha mai posto questa domanda ai propri genitori? In fondo il nome è l’unica “etichetta” che ci accompagna davvero per tutta la vita. Non sempre è quello che avremmo scelto, non sempre ci convince a pieno. E allora per redimerlo vogliamo conoscerne il significato. Perché proprio quel nome? A chi è dovuto? Quale scelta è stata fatta?

Spesso la risposta è semplicemente un “ci piaceva” e allora rimaniamo delusi. Altre volte invece dietro ad un semplice nome c’è una storia da scoprire, da assaporare parola per parola, tappa dopo tappa.

Giovanni ha dieci anni e questa domanda, insieme al mistero delle zampe bruciate di Bum, il suo pupazzo preferito, lo accompagna da una vita.

“È una lunga storia, un giorno te la racconterò”

E quel giorno arriva una sera, mentre il bambino sta studiando Garibaldi e il suo enigmatico “Obbedisco” in risposta ad una lettera del re. Un motto eroico che nulla sembrerebbe legare alla realtà degli anni 2000, eppure Giovanni lo conosce meglio di quanto immagina.

Tutto ha inizio la mattina dopo, al numero 1 di via Castrofilippo, a Palermo, davanti ad una sorta di sasso bianco in mezzo ad un prato, dove nel 1939 di storia ne era iniziata un’altra, ancora sconosciuta a Giovanni, ma molto, forse anche troppo, vicina a lui.

“Con gratitudine e riconoscenza, qui nacque Giovanni Falcone, 20 maggio 1939”

Chi è questo Giovanni Falcone? Non si doveva parlare di Bum? Sono le prime domande che escono dalla bocca del bambino. Il padre sorride, spiega che, per arrivare a Bum, bisogna partire da Giovanni.

Giovanni Falcone era un bambino che non piangeva. Non aveva pianto da appena nato e neanche quando, cadendo nel bagno, si era ferito in fronte. Viveva tra Palermo e Sferracavallo con i genitori e le due sorelle e, almeno all’inizio, sembrava essere un bambino come tanti. Ma Giovanni era un bambino nato coi pugni chiusi come un pugile, per portare la pace. Era vivace come ogni bambino della sua età, non si risparmiava né le note dalla maestra, né i rimproveri, né tantomeno qualche dissapore con i coetanei. Spesso si azzuffava anche con i compagni di classe. Ma sempre per difendere qualcuno.

Il viaggio non si ferma alla pietra bianca in mezzo al prato, prosegue per le vie di Palermo e in riva al mare, per le strade e i luoghi che Falcone ha abitato per anni, nel tentativo di sconfiggere il Mostro.

“Un mostro feroce, spietato, quasi impossibile da sconfiggere, perché enorme e senza volto”

Un mostro che oggi conosciamo come mafia, ma che ai tempi di Chinnici, Falcone e Borsellino si era molto restii dal riconoscere. E questo il papà di Giovanni lo spiega al figlio con una semplice quanto efficace metafora: la dinamica del bullismo a scuola. Il ragazzo più grande, al quale tutti sono sottomessi per la legge della paura e dell’omertà è, in fondo, una piccola mafia. Giovanni stesso è piegato dalla legge dell’omertà di Tonio; ha paura, lui contro quel ragazzo più grande? No, decisamente no.

“Mafia”, una parola antica e spaventosa, che indica “la miseria di chi crede solo nella legge del prepotente”, ma che si tradusse nella realtà in violenze ingiustificate, guerre intestine e casi di cronaca rimasti irrisolti. Ma soprattutto in una cappa di silenzio che, tappa dopo tappa, stava avvolgendo la Sicilia e l’Italia intera. Eventi, violenze e giornate dalle quali i bambini vengono spesso tenuti lontani, ma in cui il piccolo Giovanni viene gettato con delicatezza dal padre, affinché lui sappia l’importanza dietro la storia di ognuno di noi.

Quella giornata con il padre si prospetta tutt’altro che leggera, ma Giovanni ascolta attento e silenzioso, ogni tanto fa qualche domanda, chiede al padre di saperne di più. Scopre parole e dinamiche che non conosceva, una lezione forse troppo aspra per un bambino della sua età, ma necessaria per difendersi dal mondo. Impara che la sua città è come un “carciofo”, dove ogni foglia è una famiglia in lotta con le altre, che estende i suoi “tentacoli” ovunque.

Quello di Chinnici, Falcone, Borsellino e del “pool antimafia” è un compito arduo.

“viviamo in una terra abituata alla mafia da così tanto tempo che quasi non la sentiamo più come un’ingiustizia”


E così il “nemico” diventa paradossalmente colui che lotta per il giusto: il magistrato contro la corruzione, il giudice che crede nei valori dell’uomo, il compagno di classe che non si piega al volere del bullo. I più temibili eventi sono i processi e le indagini.

Rocco Chinnici, un “vecchietto coraggioso che parlava ai bambini nelle scuole, faceva più paura di un esercito”. Era il luglio del 1983. Davanti casa sua Rocco muore in un attentato mafioso. Perché la stessa sorte tocchi a Giovanni è solo questione di tempo. Non basteranno una scorta e una vita in clausura.

Arriva il maggio del 1992. Falcone non vive più a Palermo da tempo, torna ogni tanto per far visita ad amici e parenti o per sbrigare qualche commissione. Quel giorno è una di quelle volte. La mafia progetta da mesi il più grande attentato mai fatto ad un uomo di stato. Hanno progettato tutto nei minimi dettagli, un piano provato al secondo, destinato al successo. Giovanni Falcone quel giorno fa un solo “errore”: decide di guidare al posto dell’autista Giuseppe. Sono le 17.56: Giovanni muore con la moglie Francesca e i ragazzi della scorta davanti. Si salvano l’autista e i ragazzi della macchina dietro.

Nel frattempo, a pochi chilometri di distanza, in piena Palermo, mentre suonano sirene di ambulanze, polizia e auto dei carabinieri, c’è un uomo che suona il clacson perché sta per nascere suo figlio.

“Ero l’uomo più felice del mondo nel giorno più triste per Palermo, che aveva perso il suo uomo migliore”


Giovanni ascolta ancora in silenzio; sente tutto il dolore e il senso di colpa del padre, per aver pagato la mafia, per non essere stato subito dalla parte della giustizia, ma anche tutta la sua gratitudine per quell’uomo che fino a poche ore prima era solo un nome su una pietra bianca. Di quell’uomo Giovanni porta il nome, le speranze, le idee. E adesso che conosce la sua storia sa che non la dimenticherà più. Scopre che dopo Capaci il padre si è ribellato al carciofo, che ha appiccato il fuoco al negozio. Solo un giocattolo si è salvato: un simpatico scimpanzé di peluche.

Con un libro diretto, delicato, ma comunque potente, Luigi Garlando porta Giovanni Falcone nelle vite dei ragazzi moderni, permettendo loro di toccare con mano ciò che questo “eroe” ha fatto anche per loro. Senza rinunciare né alla verità, né ai toni di una favola agrodolce di un rapporto padre-figlio che dice molto di più di quanto facciano le parole.

Alla base del libro permane una frase, una frase che in realtà non compare mai nelle sue pagine, ma che è rimasta legata a Falcone per l’eternità:

“Gli uomini passano, ma le idee restano e continuano a camminare sulle gambe di altri uomini”

Ed è proprio questo che oggi ci ha fatto aprire gli occhi: l’idea di avere un’eredità, una lotta da portare avanti per chi, in un’ordinario giorno di maggio del 1992 ha dato la sua vita per noi.
Non solo per una Palermo più libera, ma per un mondo dove la giustizia fosse finalmente dalla parte del bene.

 

Pubblicato da Chiara Gerosa

Appassionata di poesia, letteratura e cinema. E di scrittura, ovviamente! Collaboro per la sezione cultura di Zeta. Metto in campo impegno, curiosità ed entusiasmo, fiduciosa in una comunicazione che vada al di là della notizia. Credo nella libertà di pensiero e di espressione.

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