#Iolochiedo: dalla modifica della legge sullo stupro alla costruzione di una cultura del consenso

#Iolochiedo: dalla modifica della legge sullo stupro alla costruzione di una cultura del consenso

“Il sesso senza consenso è stupro”. È questo il concetto portante che sta alla base della campagna #Iolochiedo lanciata da Amnesty International lo scorso 8 luglio 2020. La richiesta di Amnesty è molto semplice: modificare l’articolo 609-bis del codice penale italiano aggiungendo la parola “consenso” come elemento fondamentale per riconoscere il reato di violenza sessuale. Più complesse, invece, sembrano essere la comprensione, l’accettazione e la messa in pratica del reale significato di “consenso”. Forse perché non siamo ancora “socialmente allenati” a richiederlo?

Legislazione italiana in materia di violenza sessuale: cosa manca?

Facciamo un passo indietro. Cosa recita l’attuale articolo 609-bis c.p.?

Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da sei a dodici anni“.

E ancora:

Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali:

  1. Abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto;
  2. Traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona

L’articolo 609 ter c.p. identifica poi quelle situazioni che rappresentano circostanze aggravanti per le quali è previsto un aumento della pena, tra cui, ad esempio, l’uso di sostanze alcoliche o stupefacenti, l’abuso su minore o nei confronti di donna gravida. In ogni caso, nulla fa riferimento alla nozione di consenso e le condizioni che configurano i crimini di natura sessuale assumono necessariamente i caratteri della violenza, della minaccia, dell’abuso di autorità e dell’inganno.

La necessità di aggiornare la definizione di “violenza sessuale” e, quindi, di “stupro”, avrebbe dovuto essere conseguenza naturale della sottoscrizione e successiva ratifica della Convenzione di Istanbul da parte dell’Italia. Il bisogno di adattarvisi dal punto di vista legislativo è una richiesta vincolante del trattato proprio perché ratificato dal nostro paese.

La Convenzione parla in maniera esplicita di consenso all’articolo 36, descrivendo i comportamenti della violenza sessuale come “atto sessuale non consensuale con penetrazione vaginale, anale o orale compiuto su un’altra persona con qualsiasi parte del corpo o con un oggetto”, “altri atti sessuali compiuti su una persona senza il suo consenso” e “il fatto di costringere un’altra persona a compiere atti sessuali non consensuali con un terzo”.

Dalla ratifica sono passati 8 anni e, nonostante l’impegno preso, l’Italia rimane ancora sotto la lente di ingrandimento di Amnesty.

I dati sulla violenza: lo specchio di una cultura dello stupro

In Italia la questione non è solo di natura normativa perché, parallelamente a questa incompletezza legislativa, si è costretti a fare i conti con una cultura che tende a spostare l’attenzione dal colpevole alla vittima e al suo ruolo, quindi al suo grado di responsabilità, all’interno della violenza. La cosiddetta “cultura dello stupro” è, difatti, il linguaggio che colpevolizza la vittima e che finisce per allineare la vittima stessa e il suo aguzzino su un piano di corresponsabilità.

Una rilevazione Istat condotta nel 2019 ci svela che la “cultura dello stupro” è fortemente discriminante nei riguardi delle donne e trova linfa vitale in una serie di preconcetti che sembrano avere tutti il comun denominatore del “se l’è cercata”. Per il 39,3% delle persone coinvolte nell’indagine “le donne che non vogliono un rapporto sessuale riescono a evitarlo”; secondo il 23,9% il modo di vestire può provocare una violenza sessuale; per il 15,1% la donna che è ubriaca o sotto effetto di droghe è almeno in parte responsabile se subisce la violenza. Si potrebbe, inoltre, aggiungere che alcuni ritengono che spesso le accuse di violenza sessuale siano false (10,3%), che “di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono no ma in realtà intendono sì” (7,2%) o che “le donne serie non vengono violentate” (6,2%).

Le donne ne subiscono le conseguenze maggiori anche in termini numerici: nel contesto europeo, secondo un’indagine pubblicata nel 2014 dall’Agenzia Europea per i Diritti Fondamentali, “una donna su 10 ha subìto una qualche forma di violenza sessuale dall’età di 15 anni e una su 20 è stata vittima di stupro. Poco più di una donna su 5 è stata vittima di violenza fisica e/o sessuale inflitta dal partner attuale o precedente e poco più di una donna su 10 indica di aver subìto una forma di violenza sessuale da parte di un adulto prima di aver compiuto 15 anni”. Un rapporto Istat dello stesso anno mostrava che nel nostro paese il 31,5% delle donne con età compresa tra i 16 e i 70 anni aveva subìto nella propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: sebbene rispetto ai dati del 2006 fosse stato registrato un calo complessivo del fenomeno, gli stupri e i tentati stupri erano rimasti costanti.

Ma l’aspetto normativo e quello socio-culturale non sono forse le due facce della stessa medaglia? I dati sulla violenza continuano ad essere allarmanti e riflettono la presenza di una minaccia, ancora attuale e tra le più diffuse al mondo, per alcuni dei diritti umani fondamentali. Facendo un passo indietro, però, potrebbe non sorprendere scoprire che nella storia della legislazione italiana vediamo abolire soltanto nel 1981 il matrimonio riparatore (il quale poteva estinguere il reato se lo stupratore prendeva in sposa la propria vittima) e che ha inserito il reato di violenza sessuale nei delitti contro la persona non prima del ’96, non riconoscendolo più come delitto contro la morale (Legge 66 del 15 febbraio 1996).

Il consenso nel rapporto con l’altro: dalla definizione alla costruzione di una “cultura del consenso”

La Treccani definisce il consenso una “conformità di voleri“. Potremmo immaginarlo come il perfetto incastro di due pezzi di un puzzle: i bordi coincidono senza alcuna forzatura, completando in maniera armonica l’immagine finale del puzzle stesso. Per “età del consenso“, invece, si intende l’età minima, indicata dal linguaggio giuridico, a partire dalla quale una persona è ritenuta in grado di dare un consenso informato ai rapporti sessuali. In Italia è fissata a 14 anni ma può variare da Stato a Stato.

Il consenso è un importante strumento comunicativo e, se utilizzato correttamente, rappresenta la chiave per entrare rispettosamente nella relazione con l’altro. Il consenso, inteso come mezzo della comunicazione, diventa espressione autodeterminante di bisogni e volontà personali. Viene da sé che in assenza di libertà consapevole non esiste consenso, dove “consapevole” sta per riconoscimento dei propri limiti e di quanto e come si è disposti a valicarli, qualora decidessimo di farlo. Ed ecco che il corpo diventa il confine sia fisico che psicologico.

Nel consenso il rapporto a due o più persone è mutualistico e prevede sempre che, da una parte, ci sia qualcuno che lo riesca a esprimere in modo chiaro ed esplicito e dall’altra qualcun altro che lo richieda e lo sappia riconoscere. Non possiamo non considerare, inoltre, che all’interno della comunicazione umana esiste un linguaggio non verbale: la parola viene inevitabilmente rafforzata oppure contraddetta da gesti, espressioni del volto, atteggiamenti, movimenti. Anche il silenzio è una forma comunicativa non verbale ed è forse tra gli aspetti maggiormente coinvolti nella costruzione dei cosiddetti “miti dello stupro“. La vittima perfetta è quella che urla e chiede aiuto, ma il detto secondo cui “chi tace acconsente” sappiamo bene non essere realistico, perché sono tanti i fattori (emozionali, cognitivi, relazionali, situazionali) che possono inibire la capacità di parola, dall’indecisione fino alla paura.

Il consenso deve essere dato volontariamente, quale libera manifestazione della volontà della persona, e deve essere valutato tenendo conto della situazione e del contesto

(Convenzione di Istanbul, art 36 punto 2)

Il silenzio non è consenso. L’indecisione non è consenso. Pertanto, non sono sempre necessarie la forza, la costrizione fisica o la minaccia per parlare di assenza consensuale. E nel considerare la parola e il linguaggio non verbale si deve tenere conto anche del contesto che fa da contorno alle persone coinvolte. Un altro presupposto imprescindibile è la continuità temporale: non è detto che il consenso rimanga valido per tutta la durata del rapporto in quanto può essere revocato in qualsiasi momento (proprio come il consenso informato in medicina legale). Sta a noi la responsabilità di riconoscere se ci viene richiesto di dover fare un passo indietro.

Non è facile comprendere quali potrebbero essere gli strumenti più efficaci per insegnare ad una società come utilizzare in maniera funzionale il consenso nei rapporti interpersonali. Sarebbe necessario un lavoro complesso, radicale, i cui effetti si vedrebbero a lungo termine. Si dovrebbe lavorare per rimuovere, tra le tante cose, quel terreno di stereotipi di genere e pregiudizi su cui spesso il mancato riconoscimento della violenza affonda le sue radici. Ma lavorare non significa soltanto rimuovere, significa anche aggiungere. Aggiungere, ad esempio, attraverso l’educazione affettiva e sessuale, per plasmare le nuove generazioni ad un uso realmente cosciente del “sì” e del “no”, concentrandosi non solo sul rischio di contrarre malattie o di gravidanze indesiderate ma affrontando anche la bellezza dei rapporti basati sulla condivisione di un volere reciproco.

Pubblicato da Martina Zazza

Classe 1997. Sono un’ostetrica che crede fortemente nel bisogno di fare continua divulgazione scientifica e buona informazione per migliorare l’approccio delle persone alla propria salute sessuale e riproduttiva. Odio i tabù legati alla sessualità quindi scrivo per abbatterli.

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