La questione israelo-palestinese: siamo sicuri di aver capito tutto?

La questione israelo-palestinese: siamo sicuri di aver capito tutto?

Nella tarda serata italiana di mercoledì è stata rilasciata una dichiarazione, o meglio, la trascrizione della chiamata telefonica intercorsa tra il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, mentre gli scontri e le violenze in Israele e Gaza non accennano a diminuire. Una chiamata che salta all’occhio per la totale assenza di parole di condanna per gli abusi e le aggressioni israeliane e di qualsiasi riferimento alle vittime palestinesi. Per l’ennesima volta, il popolo della Palestina risulta una mera comparsa nella narrazione dei media mainstream, i quali con il loro linguaggio apparentemente neutrale coprono quello che può essere considerato a tutti gli effetti un’operazione di pulizia etnica e segregazione ad opera della potenza occupante: Israele.

Quello che i media spesso non dicono

A leggere i titoli e talvolta anche gli articoli di molti giornali e media italiani e internazionali (anche quelli che dai più vengono erroneamente ritenuti estremamente progressisti come il New York Times), il copione sembrerebbe quello di sempre: all’improvviso Hamas lancia qualche razzo da Gaza verso alcune città israeliane, “lancio che lo spettatore medio avrà unicamente associato alla disinvolta, naturale propensione al terrorismo delle formazioni armate palestinesi” (che costituisce anche uno dei principali argomenti di chi rinnega il diritto del popolo palestinese ad auto-determinarsi e auto-governarsi, e la sua capacità di farlo). Ciò spinge Israele a reagire in “legittima difesa”, e da lì parte l’ennesimo racconto del “conflitto” israelo-palestinese, segnato da scontri e violenze “da entrambe le parti”.

La perdita dei territori da parte dei palestinesi (in verde) dal 1948 (Foto da Wikimedia Commons)

Poco importa se poi i razzi di Hamas sono arrivati sulla scia di una serie di scandalose e criminali provocazioni israeliane nella Gerusalemme est occupata: una serie di violente incursioni delle forze di polizia israeliane nel complesso della moschea di Al-Aqsa, il terzo sito più sacro dell’Islam durante il suo mese più sacro (quello del Ramadan), che con granate stordenti, gas lacrimogeni e proiettili di gomma hanno danneggiato la struttura sacra e ferito centinaia di persone, compresi i fedeli che si trovavano nella moschea sia per pregare che per proteggerla dalle bande di estremisti israeliani di estrema destra che intendevano marciare attraverso Gerusalemme Est per celebrare lo Yom Yerushalaim (il Giorno di Gerusalemme). E poco importa se tutto ciò rientra nella sistematica politica di oppressione e occupazione promossa da Netanyahu nei territori in cui risiedono i palestinesi, in particolare la parte est di Gerusalemme e il quartiere Sheikh Jarrah, dove numerose famiglie palestinesi vivono ogni giorno con la paura di essere violentemente sfrattate dalle proprie abitazioni. Proprio per tali ragioni, due settimane fa Human Rights Watch, ONG a difesa dei diritti umani con sede a New York, ha pubblicato un rapporto di 213 pagine in cui sostiene che Israele starebbe commettendo crimini contro l’umanità mettendo in atto politiche di apartheid e persecuzione contro i palestinesi.

È in questo contesto, senza il quale ogni analisi di ciò che sta accadendo in quella zona del Medio Oriente sarebbe inutile, che la situazione sta precipitando fino ad un punto di non ritorno. Si tratta della peggiore escalation dall’ultima guerra combattuta fra Israele e i gruppi armati palestinesi, nell’estate del 2014. Ai razzi di Hamas, lanciati dalla Striscia di Gaza contro varie località israeliane che finora hanno causato 7 vittime, l’esercito israeliano sta reagendo con pesanti bombardamenti e raid aerei, quasi tutti diretti contro l’area nord della Striscia di Gaza, la più densamente popolata, uccidendo almeno 72 palestinesi, di cui 17 bambini e 6 donne, e ferendone quasi 400, di cui una gran parte sono civili. Dati drammatici che dimostrano una disparità e asimmetria che spesso viene del tutto ignorata dei media, che prediligono una narrazione che vuole apparire come “neutrale”, ma che spesso si rivela inesorabilmente pro-Israele e non curante della prospettiva degli oppressi, dei palestinesi. Non un cenno che quantomeno chiarisca come gli attacchi israeliani su Gaza siano stati molto più feroci e letali dei razzi contro i quali si sostengono di reagire. Si potrebbe inoltre spiegare che, a causa della loro rudimentalità e dell’avanzato sistema di difesa antimissile di Israele (la c.d. Cupola di Ferro) che ne ha neutralizzati parecchi, i razzi di Hamas sono decisamente meno devastanti dei missili israeliani (ovviamente, ciò non vuol dire non abbiano fatto danni o vittime). Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, il numero delle persone uccise dai raid israeliani a Gaza aggiornato al 14 maggio sarebbe salito a 126, tra cui 31 bambini e 20 donne.

La posizione indifendibile di Joe Biden

Dopo giorni di silenzio, la Casa Bianca ha rilasciato la trasposizione della telefonata tra il presidente Joe Biden e Benjamin Netanyahu avvenuta mercoledì. Un documento che chiarisce il totale appoggio e la solidarietà degli Stati Uniti nei confronti del suo partner storico e insiste sul diritto di Tel Aviv a difendersi dagli attacchi di Hamas. Non una parola sui crimini commessi dall’esercito e dalle forze di polizia israeliane, non una parola di condanna per l’uccisione di bambini e donne palestinesi. Questa dichiarazione riprende la posizione del Dipartimento di Stato, che seppur abbia invitato entrambe le parti ad una de-escalation, ha espresso pieno appoggio a Israele e al suo leader, che non vuole saperne di cessare i bombardamenti (“questo è solo l’inizio“) e ha annunciato un’invasione via terra della Striscia di Gaza. Invasione che sembrava essere avvenuta nella notte tra giovedì e venerdì tramite truppe delle forze di difesa israeliane (IDF), ma che in seguito è stata smentita (secondo i media locali, l’esercito israeliano avrebbe volutamente fatto credere di aver cominciato l’avanzata per ingannare Hamas e identificare la rete sotterranea dei miliziani palestinesi). Gli Stati Uniti hanno peraltro imposto il veto che ha impedito la formulazione di una risoluzione congiunta da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ritenendola controproducente ad una risoluzione degli scontri.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu (Foto da Wikimedia Commons)

Se la posizione dell’amministrazione ha ricevuto il plauso dei Repubblicani e dei Democratici più moderati, l’ala più progressista dei Dem non ha nascosto il suo forte disappunto nei confronti del Presidente e ha aspramente condannato le operazioni di rimozione forzata delle famiglie palestinesi residenti a Gerusalemme Est ad opera delle forze di polizia israeliane e gli attacchi spropositati contro la Striscia di Gaza. Su Twitter, la giovane deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha commentato le parole di Biden: “Dichiarazioni generali come queste con poco contesto o riconoscimento di ciò che ha alimentato questo ciclo di violenza — cioè le espulsioni dei palestinesi e gli attacchi ad Al Aqsadisumanizzano i palestinesi e indicano che gli Stati Uniti volteranno le spalle alle violazioni dei diritti umani. È sbagliato. Intervenendo per condannare solo le azioni di Hamas — che sono esecrabili — e rifiutando di riconoscere i diritti dei palestinesi, Biden rafforza la falsa idea che i palestinesi abbiano istigato questo ciclo di violenza. Questo non è un linguaggio neutrale. Vuol dire schierarsi con una parte — la parte dell’occupazione”. Sulla stessa scia, il Senatore Bernie Sanders e altre deputate come Rashida Tlaib e Ilhan Omar hanno espresso parole di forte condanna per l’oppressione del popolo palestinese ad opera di Israele e hanno esortato la Casa Bianca ad esercitare pressioni diplomatiche su Netanyahu.

Le reazioni della comunità internazionale

Decisamente meno morbida con Israele la Cina (la quale riconosce lo Stato di Palestina), che tramite il suo rappresentante alle Nazioni Unite, Zhang Jun, ha condannato le violenze ed espresso “profonda preoccupazione” per l’escalation del conflitto tra israeliani e palestinesi e ha chiesto moderazione a entrambe le parti, “soprattutto ad Israele“. Ancora più nette le accuse e la condanna della Turchia di Recep Erdogan contro Israele per le aggressioni contro il popolo palestinese a Gerusalemme Est e i raid lanciati sulla Striscia di Gaza: “La Turchia continuerà a sostenere la causa palestinese, a stare al fianco dei fratelli palestinesi e a proteggere la dignità di Gerusalemme,” si legge in un comunicato da Ankara.

La Moschea Al Aqsa a Gerusalemme Est (foto da Wikimedia Commons)

Più tiepida la reazione dell’Unione Europea, che si limita ad un insopportabile cerchiobottismo (o bothsidesism), esortando entrambe le parti a raffreddare le tensioni ed insistendo su una condanna di Hamas e il diritto di Israele di difendere i propri confini. La cancelliera tedesca Angela Merkel, tramite un suo portavoce, ha espresso una chiara posizione pro-Israele, condannando “con la massima fermezza” gli attacchi missilistici “incessanti” provenienti da Gaza e sostenendo il diritto di Tel Aviv alla legittima difesa. Toni simili da parte del Segretario della Lega Matteo Salvini, che ad una manifestazione di solidarietà per Israele a Roma, ha dichiarato: “i missili vanno condannati sempre e bisogna dire che Hamas è una organizzazione terroristica e che ci vuole una soluzione pacifica che gli islamisti non vogliono,” denunciando “l’atteggiamento anti israeliano e antisemita di alcune organizzazioni internazionali” senza preoccuparsi di specificare a quali organizzazioni si riferisse.

L’accusa di antisemitismo a chiunque esprima anche solo una critica ad Israele non è di certo una novità. Tuttavia, bisogna sgombrare il campo da equivoci e ambiguità: non è antisemitismo condannare il regime di apartheid e oppressione di Israele a Gerusalemme Est e nei territori occupati; non è antisemitismo ritenere che Benjamin Netanyahu si sia macchiato di crimini di guerra sistematici e denunciare le operazioni di pulizia etnica contro i palestinesi che lui promuove. E no, non è antisemitismo credere che i diritti umani dei palestinesi siano da proteggere (compreso quello all’autodeterminazione e all’autogoverno) e siano costantemente minati da Israele. Con le parole della giovane giornalista e opinionista americana Emma Vigeland, “dire ‘ma Hamas’ o ‘ma quello che hanno fatto i palestinesi’ in questa situazione equivale a sostenere che ‘all lives matter‘ (tutte le vite contano, ndr). Si oscurano incosciamente le dinamiche di potere e il razzismo sistemico in gioco, e si pone sullo stesso piano violenza di stato e la ritorsione degli impotenti.”

Nota dell’autore: data la situazione altamente instabile e la rapidità con cui si susseguono le violenze tra israeliani e palestinesi, i dati e i fatti riportati in questo articolo potrebbero risultare non aggiornati. 

Pubblicato da Carlo Zarcone

Sono un millennial che scrive su Zeta e pensa di avere qualcosa da dire. Neolaureato magistrale in International Affairs e interessato alla politica e cultura a stelle e strisce, ho studiato e lavorato in Francia, Stati Uniti e Canada. Sogno nel cassetto? Fare di una giornata a Washington DC la mia normalità

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