“Se gli animali parlassero, l’umanità piangerebbe”: gli allevamenti intensivi

“Se gli animali parlassero, l’umanità piangerebbe”: gli allevamenti intensivi

Dall’impatto ambientale ai motivi etici fino alla qualità del prodotto: gli allevamenti intensivi sono al centro di mille criticità e mille problematiche.
Per allevamento ‘intensivo’ si intende una struttura che ospita una grande quantità di esemplari d’animali, i quali passeranno la loro vita in gabbie o in un’area molto ristretta. Parliamo di una vita molto breve, perché animali come bovini e suini che vivono in media dai 15 ai 40 anni sono mandati al macello tra i 3 e gli 8 anni di vita.

Presenti nella maggior parte dei paesi sviluppati, vengono definiti ‘industriali’, proprio perché la maggior parte della carne, uova e altri prodotti caseari in commercio derivano da essi. Ad oggi, solo in Italia contiamo 269.810 allevamenti di bovini e caprini che ospitano 11.645.566 capi; rischiamo inoltre la scomparsa dell’allevamento tradizionale che si basa sul pascolo e alimentazione con prodotti naturali.

Il loro impatto sull’ambiente

Il bestiame è la ragione primaria legata alla deforestazione nel mondo: in Brasile nel 2020 sono stati abbattuti 3 milioni di ettari di foresta amazzonica.

Questo settore produce all’incirca 502 milioni di tonnellate di CO2, le quali aumentano a dismisura se consideriamo l’inquinamento prodotto dalla lavorazione dei mangimi e dalla deforestazione, arrivando a 704 milioni di tonnellate. Si supera così il tasso di inquinamento prodotto dagli autoveicoli. 

La preoccupazione generale riguarda anche il modo in cui i rifiuti organici e chimici vengono smaltiti: spesso depositati in aree di estensione limitata, possono contaminare le falde acquifere, attirare numerosi insetti che si nutrono dei resti organici e rendere invivibili le zone circostanti a causa dell’odore. Inoltre in queste condizioni di scarsa igiene aumentano a dismisura i rischi di zoonosi (malattie trasmissibili dagli animali all’uomo).

Ma… gli animali soffrono?

Prima di tutto occorre differenziare il dolore fisico dal dolore psicologico: il primo è legato alle cellule neurali di cui quasi tutti gli esseri viventi sono dotati, mentre il secondo è riconducibile alla sofferenza emotiva, quando l’animale si trova in situazioni stressanti. 

Da un punto di vista antropocentrico, si potrebbe pensare che per provare dolore bisogna essere cognitivamente evoluti: ma non è così, ovviamente. Anche se, il solo dubbio che un animale possa provare dolore fisico o psicologico dovrebbe automaticamente far sì che l’uomo lo tuteli; in caso contrario, saremmo artefici di un orrore immenso: semplici predatori dalla mente evoluta.

Per garantire il benessere fisico e psicologico, Francis Brambell stilò un elenco di parametri universali da seguire, conosciuto come ‘’le 5 libertà’’:

  • 1. libertà dalla fame, dalla sete e dalla cattiva nutrizione
  • 2. libertà dai disagi ambientali
  • 3. libertà dalle malattie e dalle ferite
  • 4. libertà di poter manifestare le caratteristiche comportamentali specie-specifiche; 
  • 5. libertà dalla paura e dallo stress

Le ultime due possono risultare di difficile interpretazione: come si può definire lo stress o la paura in un animale? Si possono usare tre diversi approcci complementari tra loro:

  • Analizzando il funzionamento fisiologico dell’animale tramite veterinari
  • Esperienze soggettive
  • La natura specie-specifica dell’animale 

Cosa prevede la legge approvata dalla Commissione Europea?

Nel 1998 è stata approvata la direttiva sulla protezione degli animali negli allevamenti, la quale propone una serie di norme comunitarie di base che devono essere applicate da ciascuno Stato nell’ambito degli allevamenti intensivi

‘’Gli Stati membri provvedono affinché i proprietari o i custodi adottino le misure adeguate per garantire il benessere dei propri animali e per far sì che a detti animali non vengano provocati dolori, sofferenze o lesioni inutili.’’ 

Articolo 3 della Direttiva 98/58/CE

Sarà poi compito dei veterinari condurre delle ispezioni al fine di controllare se tali norme sono prese in considerazione e seguite.
Inoltre, l’Unione Europea stabilisce ulteriori criteri da seguire durante l’abbattimento e la macellazione dell’animale, considerando quanto segue:

‘’L’abbattimento degli animali può provocare dolore, ansia, paura o sofferenze di altro tipo agli animali anche nelle migliori condizioni tecniche. Alcune operazioni relative all’abbattimento possono causare stress e ogni tecnica di stordimento presenta inconvenienti. È opportuno che gli operatori o il personale addetto all’abbattimento adottino i provvedimenti necessari a evitare e a ridurre al minimo l’ansia e la sofferenza degli animali durante il processo di macellazione o abbattimento, tenendo conto delle migliori pratiche nel settore e dei metodi consentiti dal presente regolamento.’’

REGOLAMENTO (CE) N. 1099/2009 DEL CONSIGLIO

In relazione a quanto scritto precedentemente, gli operatori dovrebbero prendere in particolare i provvedimenti necessari per garantire che gli animali non subiscano soprusi di alcun genere.

La situazione può cambiare?

La situazione sta già cambiando; grazie a numerose associazioni di volontari che ogni giorno si spostano da allevamento in allevamento per indagare e denunciare le condizioni di vita degli animali.
In Italia sono molte le persone che stanno cambiando rotta verso una dieta vegetariana, ma non vuole esser questa la morale ultima: è piuttosto riflettere sul modo in cui l’uomo è abituato ad ottenere e produrre; su come la nostra posizione all’interno del cerchio della vita sia cambiata.
Una volta ne facevamo semplicemente parte, oggi ci siamo prepotentemente posti al centro di esso. 

Pubblicato da Ludovica Luciano

Ludovica Luciano, nata nel 2000 e innamorata della Natura sin da tenera età. Studentessa di Scienze Naturali e volontaria a tempo perso, scrivo per fare la differenza e rendere giustizia in nome dell’ambiente.

Commenti