Legge Zan: la tutela che in Europa esiste da anni

Legge Zan: la tutela che in Europa esiste da anni

Il Ddl Zan sembra continuare a seminare discordia, incancrenendo il dibattito politico e pubblico. Il disegno di legge che ha tanto diviso apporterebbe modifiche al codice penale aggiungendo ai reati di discriminazione il motivo per orientamento sessuale, tra l’altro considerandolo aggravante per tutti gli altri tipi di reato “punibili con pena diversa dall’ergastolo“. La ratio, per quanto condivisibile, non sembra aver convinto: e c’è chi lo ha vista come tentativo di eliminare una discriminazione aggiungendone un’altra.

Forze politiche tipicamente di destra, da Giorgia Meloni a Simone Pillon, insistono inoltre dicendo che il decreto non è tra le priorità del Parlamento. Certo, sarebbe stato meglio che non si fosse attesa un’emergenza pandemica per portare nelle aule parlamentari un serio dibattito sui diritti umani. In tempi di quiete si è abbassata la testa sotto la sabbia e ora si boccheggia perché ci si trova sobbarcati da rivendicazioni che vengono da ogni dove. L’Italia si è da sempre mossa con i piedi di piombo su qualunque progresso umanitario e civile, complice una morale pubblica conservatrice e una significativa soggezione cattolica.

È davvero da giustificare un tale immobilismo? Di certo, che se ne dica, l’Europa non si schiera (almeno formalmente) con questa linea d’azione. Per l’Europa è una priorità tutelare le persone LGBT all’insegna di una piena valorizzazione dei diritti di ognuno? Almeno sulla carta, sembrerebbe di sì.

Tutele LGBT nel diritto europeo

 

Nel marzo del 2021 l’UE ha adottato una risoluzione che ha dichiarato i paesi europei come “zona di libertà LGBT“, per dare un segnale forte dopo certi episodi di repressione accaduti in Ungheria e Polonia. In quel caso le forze politiche italiane di Lega e Fratelli d’Italia, le stesse che oggi si oppongono all’approvazione del decreto Zan, hanno motivato il voto dicendo che non si tratterebbe altro che di un diversivo per attaccare i due paesi sovracitati. Nella contro risoluzione presentata dal gruppo politico “Identità e democrazia” si legge che i paesi dell’Europa sono tra i più sicuri del mondo per gli omosessuali. Facile quando mezzo panorama mondiale criminalizza l’omosessualità e la condanna con vessazioni disumane e persino con l’esecuzione capitale. A confronto di Guantanamo qualunque carcere sembra un’oasi paradisiaca.

Ma qual è la situazione vera, dal punto di vista normativo, con riguardo alla tutela degli omosessuali contro le discriminazioni? Quanto l’espressione “zona di libertà” può dirsi effettiva e quanto può un omosessuale sentirsi assistito da un resistente paracadute legislativo?

Un bagliore di speranza può dirsi intravistosi quando, il 14 dicembre 2020, il Parlamento europeo approvava la Carta di Nizza (carta che fornisce un catalogo più o meno esaustivo di diritti fondamentali), e in particolare l’art.21, che recita:

“1. È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale.

Per la prima volta, dunque, l’orientamento sessuale risulta espressamente contemplato come fattore discriminatorio nel diritto europeo, e per altro in un documento normativo che, seppur osteggiato a sua volta, si impone di cristallizzare i diritti inviolabili. Ma l’Unione Europea aveva gettato le basi per un riammodernamento ideologico già negli anni precedenti, dove numerose risoluzioni erano state emanate per cercare di sollecitare gli Stati europei a dotarsi di una completa disciplina antidiscriminatoria. Nel 2000 (dir. 2000\43) viene emanata la direttiva che vieta qualunque discriminazione legata anche all‘orientamento sessuale all’interno del luogo di lavoro. E’ proprio da qui che gli Stati europei cominciano ad accogliere le prime rivendicazioni in materia e iniziano la scalata riformativa.

Il 31 marzo 2010 il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha approvato una raccomandazione (2010\5) diretta agli Stati membri che fuga ogni esitazione:

“Si riconosce che le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender sono state per secoli e sono tutt’ora soggette ad omofobia, transfobia e ulteriori forme di intolleranza e discriminazioni persino dalla loro famiglia – incluse criminalizzazione, emarginazione, esclusione sociale e violenza – per motivi di orientamento sessuale ed identità di genere, e si richiede pertanto un’azione specifica in modo da assicurare il godimento pieno dei diritti umani a tali persone.”

Il testo normativo è lapidario ed inequivocabile: si richiede un’azione specifica, proprio perché non c’è stato un input significativo volto a limitare i fenomeni, ancora allarmanti, di violenza e persecuzione. Ma questo avveniva 11 anni fa. Almeno per l’Italia, sembra che queste parole siano rimaste mera prosa, forse esuberanza di un legislatore poco conscio delle effettive priorità. Ma se andassimo a passare in rassegna le normative degli Stati europei, di certo noteremmo che il monito europeo è stato sostanzialmente accolto, seppur con le dovute diversità e in maniera graduata.

Alcuni esempi di paesi europei 

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                                                          LGBT pride a Vienna

Austria: Il 26 maggio 2004 è stata approvata una Legge sul trattamento equo nell’ambito del luogo di lavoro che interviene contro le discriminazioni per razza, origine etnica, religione, sesso e specificamente orientamento sessuale.

Cipro: La legge 58\2004 sulla parità di trattamento in materia di occupazione contempla l’orientamento sessuale come fattore di discriminazione.

Danimarca: La Danimarca è stata tra le prime in Europa a dotarsi di un’apposita legge che prevede la non discriminazione per “orientamento sessuale”, nel 1987. L’art 266b del c.p inoltre punisce espressamente l’odio verso gli omosessuali.

Francia: A partire dal 2003, l’omofobia risulta aggravante in numerosi reati previsti nel codice penale, tra cui il reato di discriminazione. Ha inoltre riconosciuto l’aggravante per reati e delitti commessi in ragione dell’orientamento sessuale. Chi insulta l’orientamento sessuale, inoltre, rischia fino ad un anno di carcere e 45.000 euro di multa.

 

Belgio: Dal 2003 esiste una legge contro le discriminazioni legate all’orientamento sessuale, modificata nel 2007. L’attuale normativa stabilisce un aggravio per i crimini d’odio legati a tale fattore discriminatorio.

Repubblica Cieca: Dal 2009 esiste una legge che vieta le discriminazioni sul luogo di lavoro per orientamento sessuale.

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                                                           LGBT pride a Praga

Islanda: L’art.180 del c.p islandese, così emendato nel 1996, espressamente recita: “chiunque in attività commerciali o di servizio neghi i beni o i servizi di una persona per eguagliare gli altri in base alla sua etnia, colore, razza, religione o orientamento sessuale è multato, trattenuto in custodia cautelare o trattenuto fino a 6 mesi.”

Spagna: In Spagna, già da tempo all’avanguardia quanto a strumenti di tutela contro l’omofobia, vi sono pene estremamente severe. Il Codigo Penal punisce con provvedimenti più o meno ferrei alcuni reati se commessi con l’aggravante di discriminazioni basate sull’«orientamento sessuale» o sul «genere» della vittima. Spiccano i reati di incitamento all’odio e alla violenza o la diffusione consapevole di informazioni false e ingiuriose, come avverte l’Art. 510. Nel 2010, l’emendamento all’art.22 ha inserito nelle condizioni aggravanti con riferimento a qualunque forma di reato la discriminazione per orientamento sessuale. Non a caso il DDL Zan presenta numerose analogie con la legge spagnola.

Portogallo: Oltre alla copiosa legislazione antidiscriminatoria, il Portogallo è uno degli unici stati europei che contempla nella sua costituzione, ai sensi dell’art.13, espressamente il divieto di discriminazione annoverando tra i fattori discriminatori l’orientamento sessuale. Cosa, come si dirà, proposta anche in Italia all’inizio degli anni 2000 ma categoricamente respinta.

Germania: In Germania a livello federale manca una legge specifica che sanzioni la discriminazione per orientamento sessuale. Tuttavia un riferimento alla discriminazione per identità sessuale è presente in costituzioni di tre lander. La Sassonia si è inoltre dotata il 22 dicembre 1997 di una Legge per la riduzione della discriminazione contro lesbiche e gay. 

                                                                  Foto del Pride 2020 di Parigi

Irlanda: La discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale è vietata dall’Employment Equality Act, 1998 e dall’Equal Status Act, 2000.

Finlandia: La discriminazione per orientamento sessuale è vietata reato sin dal 1995, e nel 2005 anche quella legata all’identità di genere. Il livello di emancipazione finlandese in quest’ambito emerge del resto dal fatto che le adozioni omosessuali sono legali dal marzo 2017.

Svezia: La Svezia può essere considerata il vero cavallo di battaglia per il movimento di liberazione omosessuale. Come la Danimarca, nel 1987 la sezione legata alle discriminazione razziali del codice penale accoglie quelle legate all’orientamento sessuale. L’art.12 della costituzione vieta espressamente qualunque discriminazione simile.

Norvegia: Addirittura primo paese al mondo ad aver mai applicato una legge contro l’omofobia, nel 1981 (paragrafo 349a c.p).

Regno Unito: Alcune norme contro le discriminazioni contro l’orientamento sessuale erano presenti già dal 1999, ulteriormente rafforzate nel 2003. L’Equality Act, nel 2010 ha ricevuto l’assenso reale e si pone come un riordino normativo di tre precedenti atti emanati proprio a tutela di tali discriminazioni, anche nei confronti delle persone transgender.

Lussemburgo: Si prevede una legge anti-discriminazione che punisce la discriminazione per orientamento sessuale e per identità di genere. L’art 454 del c.p recita infatti “‎La discriminazione avviene tra individui in base alla loro origine, colore della pelle, sesso, orientamento sessuale, cambiamento di genere…”.

Albania: Dal 2010 esiste una legge che vieta la discriminazione basata sull’orientamento sessuale.

Lituania: La violenza contro le persone LGBT è espressamente vietata dal codice penale.

Lettonia: Dal 2006 esiste una legge che vieta le discriminazioni anche legate all’orientamento sessuale sul posto di lavoro.

Estonia: Dal 2008 il codice penale vieta l’incitamento all’odio sulla base dell’orientamento sessuale. Dal 1° gennaio 2009 esiste una legge che vieta la discriminazione delle persone LGBT in vari ambiti.

Andorra: Persino il microscopico stato dell’Andorra proibisce dal 2008 i reati di discriminazione e odio legati all’orientamento sessuale.

Olanda: Dal 1993 esiste una legge contro le discriminazioni legate all’orientamento sessuale. Nel 2015 è stata inoltre approvata una legge che vieta i licenziamenti e le espulsioni di studenti o docenti in relazione alla loro identità sessuale.

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                                                                           LGBT Pride ad Amsterdam

Malta: La costituzione di Malta dal 2014 comprende espressamente l’orientamento sessuale come fattore di discriminazione. Nel giugno 2012 il parlamento ha modificato il codice penale per vietare i crimini di odio basati sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.

Svizzera: La Costituzione svizzera all‘art. 8 garantisce la parità di trattamento di fronte alla legge specificando lo “stile di vita” (orientamento sessuale o identità di genere) come uno dei criteri su cui basarsi. Nel 2015 il Parlamento svizzero approva un disegno di legge per bandire ogni discriminazione, anche basata sull’orientamento sessuale.

Moldavia: Esiste dal 2013 una legge che vieta le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale sul luogo di lavoro.

Romania: Nel 2000 entra in vigore una legge contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale in vari settori, tra cui istruzione, occupazione, assistenza sanitaria, sistema giudiziario ed altri servizi.

Montenegro: Il 27 luglio 2010 il parlamento montenegrino ha emanato una legge contro le discriminazioni che comprende quelle legate all’orientamento sessuale tra i comportamenti sanzionati. Dal 2014 costituisce aggravante se un reato è legato all’orientamento sessuale della vittima.

Serbia: Esiste dal 2009 una legge che prevede tra le discriminazioni vietate quelle legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

Croazia: Esistono numerose leggi a tutela delle persone omosessuali dal 2003 in svariati campi (codice del lavoro, legge sulla parità di genere, legge sui media ecc.). Dal 2008 esiste una legge anti-discriminatoria che vieta espressamente le discriminazioni legate all’orientamento sessuale. Dal 2006 il Paese ha inoltre approvato una specifica normativa sul crimine d’odio, per la prima volta applicata quando un uomo attaccò il pride di Zagabria e fu condannato a 14 mesi di carcere.

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                                                             Foto del pride a Zagabria, 2010

Bosnia-Erzegovina: Dal 2016 la legge contro le discriminazioni include le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. Tra l’altro, il divieto di discriminazione viene contemplato anche nel codice penale (art.145a).

Principato di Monaco: Dal 2005 sono vietate le discriminazioni contro le persone LGBT.

San Marino: Nel 2008 alcuni emendamenti al c.p sono stati approvati rendendo illegali discriminazioni, crimini d’odio e discorsi d’odio legati all’orientamento sessuale. Nel 2019 è stato approvato tramite referendum il progetto di legge relativo alla modificazione dell’art.4 della costituzione sammarinese relativa all’uguaglianza, aggiungendo il riferimento all’orientamento sessuale.

La situazione in Italia

In questo prospetto riassuntivo e non esaustivo della situazione normativa nei paesi europei, suona spontaneo chiedersi: e l’Italia? Certo, che ci sia una legge non significa che discriminazioni non ce ne siano e che gli omosessuali possano sempre avere giustizia, ma questo rischio è proprio di ogni ambito. Coloro che discriminano persone omosessuali o transgender, così come altre, sono criminali. Non è libertà di espressione, ma reato.

Diciamo che l’Italia in questo ha dovuto mantenere inalterata la sua reputazione da pecora nera. Solo che nel 2003 fu messa alle strette. Occorreva ratificare, come avvenuto negli altri stati europei, la direttiva europea del 2000, che vieta le discriminazioni legate all’orientamento sessuale sul luogo di lavoro.

Ma qui il legislatore italiano seppe giocare le sue carte. Nell’adattamento italiano il senso della direttiva appare stravolto. Con un sapiente escamotage normativo si dice tra le righe che un trattamento di disfavore potrebbe essere consentito se si ritiene che, per lo svolgimento di determinate professioni, siano necessari determinati requisiti. Si riteneva, in sostanza, che per entrare nelle Forze armate, nella Polizia e nei Vigili del Fuoco potessero legittimamente escludersi gli omosessuali. Tanto è vero che arriva nel 2006 un regolamento del Ministero del Lavoro che ammette che possano essere trattati i dati relativi alla vita sessuale dei dipendenti. Ma dopo l’adattamento della direttiva europea, per altro cercando di eludere il divieto a tutti i costi, il vento ha smesso di soffiare.

Nel 2002, Franco Grillini depositò un disegno di legge per aggiungere all’art.3 della Costituzione anche la voce discriminazioni per orientamento sessuale. Proposta respinta. Nel 2006 tornò alla carica con una proposta più moderata, ampliare la legge antidiscriminatoria, ma senza successo. Il 16 maggio 2013, qualcosa balenava all’orizzonte: una proposta cofirmata da 221 parlamentari alla Camera dei deputati (di cui nessuno di un partito di destra) vietava le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. La proposta giunse in Senato un anno dopo senza mai tuttavia essere approvata. Tra l’altro emendata a tutela della libertà di parola di politici e membri del clero.

Nel 2018 entra in gioco il decreto Zan, ad oggi ancora non approvato. E qui entriamo in una voragine di contraddizioni, vaneggiamenti, luoghi comuni, che si protrae fino ad oggi. E, in ogni caso, dalle contraddizioni si passa al vero e proprio delirio: Diego Fusaro, opinionista italiano, afferma che la nuova legge sdogana la pedofilia. Ad ogni modo, politici da Matteo Salvini a Giorgia Meloni sono propensi ad un eventuale allargamento della tutela antidiscriminatoria contro la discriminazione legata all’orientamento sessuale. Diffidano, però, della legge Zan, dato che manca di una definizione specifica di omofobia. Secondo loro, potrebbe essere tacciato di “omofobia” chi si oppone alle adozioni omosessuali o all’utero in affitto.

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                                                            Foto di una manifestazione tenutasi il 28 aprile a Roma.

Una linea di pensiero che si può prendere per buona fino a quando non assistiamo all’ennesimo scivolone. Giorgia Meloni ha dichiarato in un’intervista di non essere favorevole al fatto che ai bambini si parli di gender. Poi quando alla stessa viene chiesto se sapesse dire cosa significasse gender, mostra di non saperlo. Come è possibile, dunque, formulare un’opposizione ragionevole se gli stessi concetti che non convincono, non si conoscono fino in fondo? Una cosa è certa: il tempo stringe. L’Italia non può continuare ad essere così indietro in un panorama europeo avanti anni luce.

Qualcosa si è mosso solo a livello regionale. La Toscana nel 2004 è stata la prima a dotarsi di un’esplicita legge antidiscriminatoria che impedisce le discriminazioni legate all’orientamento sessuale nei luoghi di lavoro. Sono poi seguite Liguria, Sicilia, Marche, Umbria, Piemonte, Emilia Romagna e infine Campania, la prima a menzionare esplicitamente le persone transgender.

E la storia di ragazzi come Malika, di recente spopolata sui social, non deve essere l’unico campanello di allarme. Ma deve unirsi ai molteplici campanelli di allarme di storie mai raccontate, di vite plasmate e stroncate da contesti dove il pregiudizio ha prevalso. Perché se esiste un aggravante per le discriminazioni razziali o di genere, deve esistere anche per le discriminazioni legate all’orientamento sessuale.

Perché altrimenti svuoteremmo di significato il principio di eguaglianza sostanziale ai sensi dell’art.3 della costituzione. In una società che promuove l’eguaglianza le minoranze sono salvaguardate, qualunque esse siano. Perché l’eguaglianza ha una portata universale, e non vale solo per alcuni.

E perché non per gli etero, allora? Perché se sei eterosessuale puoi baciare il tuo partner dovunque ti trovi. Puoi stringergli la mano, abbracciarlo, senza rischiare di poter essere deriso, picchiato, schernito o anche solo guardato con sdegno. Se sei eterosessuale la tua vita privata non può essere considerata come gap e motivo di penalizzazione in ambito lavorativo, sociale, politico, economico. Ma anche se sei madre sul lavoro sei discriminata. Certo, infatti esiste il licenziamento per motivi legati alla maternità che è tra le fattispecie più severamente sanzionate di licenziamento illegittimo.

Gli eterosessuali non sono soliti essere cacciati di casa o ripudiati dai genitori per la loro sessualità. Agli eterosessuali non viene impedito a priori di donare il sangue perché fanno sesso con altri eterosessuali. E nessun essere umano eterosessuale può dire di poter essere, in almeno uno stato del mondo, giustiziato, fustigato o incarcerato per chi ama.

Certo, ma anche gli eterosessuali vengono picchiati. Indubbiamente, chiunque può essere picchiato in qualunque momento e senza nessun giustificabile motivo. Il problema è che se qualcuno ti picchia perché sei omosessuale è perché crede di averne il diritto.

La discriminazione può annidarsi ovunque, e può essere tanto silenziosa quanto umiliante, altrettanto invalidante senza sfociare in violenza.  Si percepisce nello sguardo accigliato che si riceve se si sceglie di scambiarsi un gesto d’affetto col proprio partner, che spinge la stessa coppia a cercare un posto appartato per soltanto sfiorarsi. Perchè “certe cose è meglio che le fanno a casa loro”. Oppure perchè “non ho niente contro i gay” fino a quando non me ne trovo uno in casa, o a lavoro, o in una discoteca. E allora lì mi sento in diritto di schiacciarlo dal mio involucro evanescente di superiorità di essere umano eterosessuale.

E non sarebbe poco opportuno che l’educazione al rispetto degli altri e lo sdoganamento della problematica LGBT avvenisse a partire dalle scuole. Perché i bambini devono essere abituati a vedere nei libri figure di coppie soltanto eterosessuali? Quando poi si dimostra che i primi seri episodi di discriminazione, che lasciano i solchi veri nel percorso esistenziale di una persona, cominciano tra i banchi di scuola.

Se mi piacciono le persone del sesso opposto ho la strada spianata, se mi piacciono quelli del mio stesso sesso sono condannato ad un futuro di rinunce, di emarginazione, di porte in faccia. E attenzione a confondere la libertà di espressione con la smodata presunzione di poter sentenziare sulle scelte personali di qualcuno. Perché se l’esercizio del mio diritto di espressione implica violare il diritto di una persona di poter vivere la propria condizione esistenziale, affettiva e sessuale senza per questo sentirsi arbitrariamente discriminato, in quel caso quello non è legittimo esercizio di un diritto, ma un inaccettabile sopruso.

Pubblicato da Domenico Lubrano Lavadera

Sono Domenico, ho 19 anni e studio Giurisprudenza. Sono un sognatore idealista che nel tempo libero si improvvisa fotografo, scrittore e un po’ di tutto. Mi interesso particolarmente di diritti umani, e di quanto nella nostra società siano, spesso, tutt’altro che garantiti.

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