Nuova frattura Turchia-Usa: Biden riconosce il genocidio armeno

Nuova frattura Turchia-Usa: Biden riconosce il genocidio armeno

Ogni anno in questo giorno ricordiamo le vite di tutti quelli che morirono nel genocidio armeno dell’epoca ottomana e ribadiamo il nostro impegno a impedire che atrocità simili accadano di nuovo“. Così il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha aperto la sua dichiarazione lo scorso sabato 24 aprile, giornata dedicata al 106º anniversario del genocidio. È la prima volta che un presidente americano ha usato il termine “genocidio” in riferimento a quello che gli armeni chiamano Medz Yeghern (“il Grande Crimine”), il massacro della popolazione armena ad opera dell’impero ottomano nel biennio 1915-16. La reazione della Turchia, come era facile aspettarsi, non si è fatta attendere e segna un elemento di ulteriore frizione tra Ankara e Washington.

Contesto: le sistematiche persecuzioni degli armeni e il genocidio del 1915-16

Avvenuto nel bel mezzo della Grande Guerra, tra il 1915 e il 1916, il genocidio degli armeni rappresenta il culmine di una politica di sistematica discriminazione, persecuzione e violenza nei confronti della minoranza armena in Anatolia. Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, oltre 2 milioni di armeni cristiani risiedevano nel territorio dell’impero ottomano, nella parte orientale e sud-orientale dell’odierna Turchia. Sotto il lungo sultanato di Abdul Hamid II (1876-1909), le condizioni della minoranza armena subirono un costante peggioramento, dovuto soprattutto all’aumento delle imposte e alle politiche di ridistribuzione ed espropriazione delle loro terre a vantaggio dei curdi, dei profughi musulmani provenienti dai Balcani e da altre parti dell’Impero, e di migranti caucasici come i circassi. Nonostante i tentativi da parte delle potenze europee di porre rimedio e proporre soluzioni alla cosiddetta “Questione Armena“, Abdul-Hamid non aveva intenzione di migliorare i rapporti con la popolazione armena: al contrario, dopo aver formato le c.d. truppe mercenarie hamidiane (principalmente curdi sunniti), le usò per perpetrare atti di atroci violenze contro gli armeni, che culminarono nei massacri hamidiani (1894-1897), a causa dei quali oltre 100 mila armeni furono uccisi e altri centinaia di migliaia furono costretti a fuggire verso la Russia.

Con la fine del sultanato di Abdul-Hamid ad opera della rivoluzione dei Giovani Turchi (1908-1909), le speranze degli armeni di vedersi riconosciuti diritti e proprietà terriere si infransero quando il nuovo governo costituzionale ottomano cominciò ad assumere un carattere sempre più autoritario e nazionalista, e il sentimento anti-armeno continuava a diffondersi nella popolazione musulmana. Il timore di un’insurrezione armena portò infatti ad un vero e proprio pogrom contro gli armeni residenti ad Adana e nelle città circostanti nel cuore della Cilicia, in quello che verrà definito il “massacro di Adana“, dove vennero uccisi dai 20 ai 25 mila armeni nell’aprile 1909. Si trattava solo del preludio di quello che sarebbe successo di lì a pochi anni. Un altro evento fondamentale che portò al genocidio armeno fu la Prima Guerra Balcanica (1912-1913), alla fine della quale gli ottomani persero quasi tutti i territori europei e i musulmani presenti nei Balcani furono costretti ad emigrare in Anatolia. La notizia dei soprusi e violenze a cui erano stati sottoposti alimentò il sentimento anti-cristiano nell’impero, che investì anche gli armeni, i quali non avevano in realtà preso parte al conflitto.

Mehmed Talat Pascià, il leader dei Giovani Turchi e Ministro degli Interni dell’Impero ottomano che ha ordinato il genocidio (Foto da Wikimedia Commons)

Nell’ottobre 1914, i Giovani Turchi presero parte al primo conflitto mondiale al fianco degli Imperi Centrali contro Regno Unito, Francia e Russia. Gli sforzi ottomani si concentrarono in particolare su quest’ultima, e gli armeni si ritrovarono al centro dello scontro tra le due potenze, non prendendo una posizione netta a favore dell’una o dell’altra. Tuttavia, presto i Giovani Turchi attribuirono la responsabilità del susseguirsi di insuccessi dell’impero ottomano alla popolazione armena, considerata ora a tutti gli effetti un nemico interno e una minaccia esistenziale da eliminare.

Tra il marzo e l’aprile del 1915 si delineò il piano di eliminazione e deportazione di massa degli armeni presenti in Anatolia, come soluzione finale della Questione Armena. Nei mesi successivi, le élite intellettuali e politiche armene nelle grandi città dell’impero, come Costantinopoli, furono arrestate e in gran parte uccise; ma il vero e proprio genocidio si compì nell’Anatolia orientale, dove le violenze dell’esercito ottomano contro la popolazione armena e le persecuzioni sistematiche furono atroci. Circa un milione di donne, bambini e anziani furono costretti lasciare le proprie case e ad intraprendere quella che verrà chiamata marcia della morte: centinaia di chilometri attraverso l’Anatolia orientale e il deserto siriano in cui la maggior parte dei deportati morì di fame, malattie o fu giustiziata ancor prima di arrivare ai campi di concentramento. Il risultato fu una vera e propria pulizia etnica: oltre 1,5 milioni di morti tra il 1915 e il 1916, il 90% della popolazione armena all’interno dell’impero ottomano ucciso o deportato, il resto costretto a convertirsi forzatamente all’Islam o a fuggire nell’attuale Armenia, in Europa o negli Stati Uniti.

La marcia della morte
La marcia della morte

Il negazionismo turco e le reazioni della comunità internazionale

Le potenze della Triplice Intesa (Gran Bretagna, Francia e Impero Russo) condannarono immediatamente la Sublime Porta per quello che definirono “crimini contro l’umanità” e parole di dura condanna arrivarono anche da leader mondiali come l’allora presidente americano Woodrow Wilson. Le atrocità commesse dagli ottomani nei confronti degli armeni trovarono ampio spazio nella stampa e saggistica occidentale, basti pensare che il New York Times pubblicò ben 145 articoli soltanto nel 1915. Dal momento che la parola “genocidio” sarebbe stata coniata dal giurista polacco Raphael Lemkin negli anni ’40 proprio in riferimento all’eccidio armeno, per descrivere l’accaduto vennero usate parole come “atrocità”, “massacro”, “crimini di guerra”, “sterminio”. Ad oggi, la maggior parte degli storici e analisti concorda nel qualificare questo accadimento come il primo genocidio dell’età moderna.

Dal canto suo, la Turchia, nata dalla dissoluzione dell’Impero ottomano all’indomani della Prima Guerra Mondiale e riconosciuta come stato successore dell’impero nel 1923, ha fin da subito assunto una politica fermamente negazionista che si è protratta fino ad oggi. Infatti, nessun leader turco ha mai riconosciuto il genocidio. Nel 2014, l’allora primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan aveva sorpreso molti osservatori, offrendo le proprie condoglianze agli armeni per quello che ha definito un “incidente disumano, ma a ciò non è mai seguito un riconoscimento ufficiale. Il governo turco continua a negare il genocidio, il cui riconoscimento è addirittura punito secondo l’articolo 301 del codice penale turco che vieta gli insulti alla nazione e istituzioni turche. Inoltre, fin dagli anni ’20, la Turchia ha lavorato per impedire il riconoscimento ufficiale o addirittura la menzione del genocidio in paesi stranieri; questi sforzi includono milioni di dollari spesi per attività lobbismo, la creazione di istituti di ricerca, intimidazioni e minacce.

Il Presidente Turco, Recep Tayyip Erdogan

Nonostante ciò, secondo l’Armenian National Institute sono 30 i paesi al mondo che riconoscono il genocidio armeno, inclusa l’Italia. Anche organizzazioni internazionali, come il Consiglio d’Europa, il Parlamento Europeo e l’Associazione Internazionale di Studiosi del Genocidio (IAGS) hanno ufficialmente riconosciuto il genocidio. Anche Papa Francesco ha usato più volte la parola “genocidio”, la prima volta nel 2015 quando ha definito quello armeno “il primo genocidio del ventesimo secolo”.

Le parole di Biden e le possibili ripercussioni nei rapporti USA-Turchia

Per quanto riguarda la posizione degli Stati Uniti, nessun presidente americano prima di Biden si era riferito ufficialmente ai massacri e alle deportazioni degli armeni nel 1915-16 come genocidio. Soltanto Ronald Reagan aveva menzionato il “genocidio degli armeni” in un documento sull’Olocausto nel 1981, ma a ciò non aveva mai fatto seguito un riconoscimento ufficiale. Eppure sono stati molti i presidenti americani che, in periodo di campagna elettorale per le presidenziali, avevano promesso di riconoscere il genocidio una volta eletti, compresi Barack Obama e Donald Trump, per poi disattendere tale promessa. Tuttavia, nonostante la contrarietà di Trump, nel 2019 il Congresso americano ha formalmente riconosciuto il genocidio armeno tramite una risoluzione votata a larga maggioranza sia alla Camera dei Deputati sia al Senato.

Al di là del forte impatto simbolico delle parole di Biden, le ripercussioni sui rapporti geopolitici tra Washington e Ankara saranno molto pesanti. Infatti, la reazione del governo turco non si è fatta attendere: il ministro degli esteri Mevlüt Çavuşoğlu ha immediatamente condannato le dichiarazioni di Biden, sottolineando come tale riconoscimento aprirà “una ferita irrecuperabile nelle nostre relazioni e ha convocato l’ambasciatore americano ad Ankara. Durissima anche la risposta del presidente della Turchia Erdogan, che lunedì in un intervento pubblico ha commentato le parole di Biden, definendole “senza fondamento, ingiuste e contrarie alla realtà riguardanti gli eventi dolorosi avvenuti nella nostra regione più di un secolo fa”, e ha messo in guardia dall’effetto “distruttore” che il riconoscimento da parte di Washington del genocidio armeno potrebbe avere sulle relazioni già molto tese tra i due paesi.

Il Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden (Foto da Wikimedia Commons)

Il piano di Biden appare evidente: il riconoscimento del genocidio armeno in questo momento storico rientra in una strategia più ampia di pressioni geopolitiche sulla Turchia, che nonostante rimanga un alleato degli Stati Uniti e un membro cruciale della NATO, negli ultimi anni si è mostrata più incline ad assumere posizioni autonome e divergenti rispetto all’Alleanza Atlantica. L’atteggiamento sempre più aggressivo della Turchia nel contesto del Mediterraneo Orientale, l’interventismo in Libia e Siria, nonché le rinnovate tensioni con Israele e l’avvicinamento alla Russia di Putin hanno contribuito a raffreddare ulteriormente i rapporti con Washington. D’altra parte, Erdogan non ha mai nascosto il suo disappunto nei confronti degli Stati Uniti per il sostegno americano ai combattenti curdi siriani legati al PKK e la mancata estradizione di Fethullah Gülen, il religioso turco che vive in Pennsylvania dagli anni ’90 ed è accusato da Ankara di aver organizzato il colpo di stato nel 2016.

Allo stesso tempo, non sembra casuale che le parole di Biden arrivino in un momento estremamente critico per Erdogan, alle prese con una crisi economica senza precedenti e un crollo di popolarità dovuto anche al susseguirsi di azioni anti-democratiche e illiberali da parte del suo governo. Dunque, sembra proprio che Biden abbia voluto sfruttare il riconoscimento del genocidio armeno come strumento di pressione politica per lanciare un chiaro monito a Erdogan, nell’attesa dell’incontro bilaterale previsto in occasione del prossimo vertice NATO del 14 giugno.

Pubblicato da Carlo Zarcone

Sono un millennial che scrive su Zeta e pensa di avere qualcosa da dire. Neolaureato magistrale in International Affairs e interessato alla politica e cultura a stelle e strisce, ho studiato e lavorato in Francia, Stati Uniti e Canada. Sogno nel cassetto? Fare di una giornata a Washington DC la mia normalità

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