La “rape culture”: il mito dello stupro, dalla violenza fino alle parole di Grillo

La “rape culture”: il mito dello stupro, dalla violenza fino alle parole di Grillo

Ancora una volta l’Italia è costretta ad assistere a una scena che si integra perfettamente nel quadro di quella che viene definita “cultura dello stupro”. Beppe Grillo si riprende in una scena orchestrata a pennello per far risaltare al massimo l’indignazione di chi, come egli stesso, reputa una vittima di stupro una “non vittima”.

Sono state tante le testate giornalistiche che hanno fatto luce sulla questione, riportando soprattutto interventi di grandi pensatori e pensatrici riguardo l’insieme che coinvolge tutto ciò che è inscrivibile in “cultura dello stupro”, o “rape culture”, all’inglese. Quest’espressione è nata dopo gli svariati studi di genere e femministi del XX secolo, caratterizzati dalla consapevolezza di come il sesso femminile sia, in molteplici occasioni, vittima di “abusi” di ogni tipo, da quelli verbali a fisici, ma anche di atteggiamento nei confronti di essi.

L’origine del nome

L’origine di tale cultura è da associare al documentario dal titolo “Rape culture” del 1975, in cui la regista Margaret Lazarus si cimenta nel descrivere la rappresentazione “artistica” dello stupro nel mondo del cinema, della musica e in tutte le forme possibili di arte e intrattenimento. Allo stesso tempo, nel 1992 Patricia Donat e John D’Emilio, spiegano come il termine abbia origine nel libro “Against Our Will: Men, Women, and Rape” di Susan Brownmiller come “cultura solidale con lo stupro”. Le autrici di “Transforming a Rape Culture“, testo pubblicato nel 1993, evocano una potente polemica per il cambiamento culturale fondamentale: la trasformazione degli atteggiamenti di base riguardo al potere, al genere, alla razza e alla sessualità, specificando come per loro la “cultura dello stupro” sia: 

“(…) un complesso di credenze che incoraggiano l’aggressività sessuale maschile e supportano la violenza contro le donne. Questo accade in una società dove la violenza è vista come sexy e la sessualità come violenta. In una cultura dello stupro, le donne percepiscono un continuum di violenza minacciata che spazia dai commenti sessuali alle molestie fisiche fino allo stupro stesso. Una cultura dello stupro condona come “normale” il terrorismo fisico ed emotivo contro donne. Nella cultura dello stupro sia gli uomini che le donne assumono che la violenza sessuale sia “un fatto della vita”, inevitabile come la morte o le tasse.”

A margine di queste definizioni, rientrano nel concetto di rape culture gli stupri in situazioni molto delicate, come in prigione e in tutte quelle zone di guerra nelle quali la violenza è sfruttata come dominazione totale sul piano psicologico, assieme anche alla pornografia legata a fantasie di stupro.

Le tematiche legate al “mito dello stupro”

Fondamentale è comprendere come alla base di tutto vi sia la cultura proveniente dall’ancien régime che vedeva relegato a determinate caratteristiche il ruolo della donna nella società: segue l’oggettificazione del corpo femminile e la visione di quest’ultimo come merce. Tale conclusione fa sì che si giunga facilmente a quelle già sentite discussioni, nelle quali si afferma di come “la ragazza se la sia cercata” o che “non sia stata abbastanza attenta”. In queste situazioni, frequentissime, si commette l’errore di incolpare la vittima e non l’aggressore, reo solo di aver “seguito l’istinto”; una situazione dove ragione e civiltà si riscoprono totalmente insignificanti.

Una spiegazione per la comunanza di questi miti è che solo alcune donne “cattive” o che “si sono comportate male” vengono violentate. Questo esempio evidenzia una categoria di donne separate dalla popolazione generale, negando l’idea che chiunque sia vulnerabile allo stupro. Un mito comune sullo stupro è che nessun evento è casuale: ciò promuove l’idea che le donne violentate non lo siano state senza motivo, ma che “lo meritassero“. Le sfaccettature della cultura dello stupro sono pressoché infinite: se una donna crede di essere la causa dello stupro, potrebbe preferire di non rivolgersi alle autorità per denunciare il fatto.

La società stessa, con ancora residui patriarcali, utilizza lo stereotipo degli “uomini aggressivi” come scusa per le loro azioni, nel tentativo di giustificare e normalizzare lo stupro.

Susan Brownmiller, giornalista particolarmente attiva nel campo delle differenze di genere, con il suo libro “Against Our Will”, definisce tre idee che hanno contribuito a portare consapevolezza ad alcuni miti dello stupro, chiaramente definiti dall’inizio alla metà del XX secolo. In primo luogo, qualsiasi donna può essere vittima di uno stupro indipendentemente dall’età, dalla taglia, dalla forma, dall’etnia o dallo stato sociale. In secondo luogo, qualsiasi uomo può essere uno stupratore, non solo uomini “malvagi” o “malati di mente” come si pensava nei decenni precedenti. Infine, lo stupro può verificarsi in molte forme diverse oltre allo stereotipo di uno stupro violento.

Il mancato rinnovo del Piano contro la violenza sulle donne

Nel frattempo, proprio in Italia, a dicembre 2020 è scaduto il “Piano strategico nazionale sulla violenza contro le donne“. Il documento, redatto nel 2017, mostra tutte le eventuali politiche di contrasto alla violenza di genere nel nostro Paese. Tuttavia, nonostante la scadenza, nessuno dei due governi è stato capace di rinnovarlo, generando ancora più difficoltà per i centri antiviolenza e per le case di rifugio. Il Piano, formalizzato sulle linee guida stabilite dalla Convenzione di Istanbul – da cui Erdogan ha scelto recentemente di sfilarsi – stabilisce politiche comuni tra diverse nazioni per il contrasto alla violenza di genere, fondato su tre principi: prevenire la violenza, proteggere le vittime e perseguire i crimini.

Soprattutto durante il lockdown, i centri antiviolenza sono stati sempre più in difficoltà, non solo per quanto concerne la gestione, ma anche per l’impossibilità di poter svolgere il lavoro, osservando giorno dopo giorno la diminuzione del personale. Secondo ActionAid, organizzazione internazionale indipendente impegnata nella lotta alle povertà e alla violazione dei diritti umani, ci sono dei segnali di miglioramento sia per quanto riguarda i tempi di erogazione dei fondi sia per la trasparenza delle regioni, ma ciò rischia di non essere abbastanza.

Ed è qui che si chiude il cerchio: il ritorno all’aspetto politico centra in pieno il discorso di Beppe Grillo sulla vicenda che vede il figlio indagato per stupro. La vittima viene caricaturizzata e delegittimata. Da vittima diventa potenziale colpevole, bugiarda. Bugiarda perché non ha denunciato prima degli otto giorni che secondo Grillo dividono il colpevole dall’innocente. Forse la politica non è intervenuta abbastanza, oppure non ha fatto nulla per cambiare la visione della società sul “mito dello stupro”.

Pubblicato da Gabriele Rapisarda

Studente alla facoltà di Scienze Politiche a Roma Tre. Interessato a politica e attualità, amante di tecnologia e affascinato dalla musica jazz. Ho sempre utilizzato il web per esprimermi come blogger e podcaster. Intraprendente, ambizioso e mai arrendevole.

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