“Papà ha cambiato il mondo”: c’era una volta una favola senza una fine

“Papà ha cambiato il mondo”: c’era una volta una favola senza una fine

Una favola, solitamente, è un’avvincente, a volte turbolenta, storia con un finale a lieto fine. Anche la morale è importante, non sarebbe una favola senza. Non esiste un contrario diretto della parola favola; fino ad oggi. Si chiama Processo per la morte di George Floyd, con conseguente verdetto di condanna per l’ex agente di polizia Derek Chauvin. Un po’ lungo forse, ma quantomai esplicativo.
Seppur sembrerebbe avere tutti i lineamenti d’una favola, dalle vicende tremendamente turbolente al finale tronfio di giustizia, dà come l’impressione che ad ogni suo tratto manchi di qualcosa. Ad esempio la fine. Perché non è una favola, né è il contrario.

Una favola è uno stand-alone: racchiude e chiude in tutta la sua narrazione le cause, le conseguenze e gli intrecci con derivato finale. Il processo per la morte di George Floyd ne è l’esatto contrario. Non chiude nessun intreccio azzerando la visione di un qualsiasi futuro: lui è il precedente. Con lui si apre, con effetto immediato, la prima grande vittoria e battaglia di echeggio internazionale di una minoranza contro un’istituzione che abusa del suo potere. È il precedente: da questo momento in poi qualsiasi processo legale su questo tema avrà un qualcosa su cui appoggiarsi, qualcosa che gli sorreggerà le spalle e gli sussurrerà nell’orecchio: “Sì, si può fare”.

Ma se lui è il primo “precedente”, quanti prima di lui hanno perso? Derek Chauvin è stato dichiarato colpevole di omicidio colposo, di 2° grado preterintenzionale e di 3° grado dopo aver asfissiato e ucciso George Floyd un anno fa. Ma quanti come lui, negli anni passati, l’hanno fatta franca? Grazie ad uno splendido articolo del New York Times, che enumera e racconta molti di questi casi, ne analizzeremo due: forse i più tremendi.

Tamir Rice: “È bianco o nero?”

Il 22 novembre 2014, verso le 15:30, un uomo chiama il 911 riferendo che qualcuno, forse un giovane, sta puntando una pistola contro persone a caso in un parco a Cleveland, Ohio. L’uomo, al telefono, ripete due volte che la pistola “probabilmente è falsa”. In seguito venne “rivelato” come il dispatcher dei due agenti inviati sul posto non avesse elaborato oltre “una pistola”. Secondo un rapporto, l’agente al telefono chiese due volte se il ragazzo in questione fosse nero o bianco prima di inviare gli ufficiali sul posto. La registrazione rivela che tale domanda venne posta tre volte. Il piccolo Rice, di 12 anni, poco dopo, va a sedersi nel gazebo dove prima si trovava colui che chiamava.

Secondo le ricostruzioni della stampa, i due agenti arrivati sul posto vedono da lontano una pistola poggiata sul tavolo e il ragazzino metterla nella cintura. Si avvicinano con la macchina e intimano al bambino di alzare le mani; poi un agente scende dalla macchina e spara due colpi. L’intera dinamica è avvenuta in 2 secondi. Rice muore il giorno successivo.
Dopo le pressioni del pubblico viene rilasciato un video di sorveglianza che mostra la vicenda più chiaramente: si vede un bambino camminare su e giù per il parco giocherellando con una pistola giocattolo; poi un’auto della polizia arrivare velocemente e fermarsi bruscamente accanto al gazebo; infine un agente saltare fuori dall’auto e sparare immediatamente a Rice da una distanza di 3 metri. Successivamente l’intera corte si pronuncerà sbalordita dalla rapidità della dinamica, tanto che nel video si vede l’auto ancora in procinto di fermarsi quando Rice viene colpito.

Poco dopo la sparatoria, il finimondo: sul posto, la madre di Rice viene minacciata d’arresto, la figlia di 14 anni placcata e messa in manette dopo essere corsa verso suo fratello due minuti dopo l’omicidio. Inoltre, fino all’arrivo dell’FBI 4 minuti dopo, gli agenti sul posto non soccorsero Rice in alcun modo.
Successivamente si scoprì che i due agenti, Loehmann e Garmback, avevano già un passato interessante: il primo, colui che sparò, aveva mentito alla domanda di assunzione per la polizia nascondendo i suoi disturbi e instabilità emotive che lo rendevano un soggetto pericoloso (lo stesso dipartimento di polizia non ha mai esaminato la sua cartella prima di assumerlo); il secondo aveva pagato 100.000 dollari per una causa legale di una donna che lo accusava di violenza e abuso di potere.

Dopo quasi un anno di rinvii e cambi di posizione, il Dipartimento di Giustizia decise che non avrebbe intentato cause legali contro i due agenti; racconta di non aver mai perdonato le loro azioni, ma, ovviamente, le prove per accusarli non furono sufficienti. In quel periodo sorsero accese proteste da tutto il mondo, innescate principalmente dal movimento Black Lives Matter.

-Attenzione: contenuto che potrebbe urtare la sensibilità-

Philando Castile: “Non la stavo prendendo…”

In Minnesota, il 6 luglio 2016 Philando Castile stava guidando con la sua ragazza, Diamond Reynolds, e la figlia di 4 anni quando alle 21:00 vengono fermati da quello che sembra un comunissimo posto di blocco. Poco prima un agente sul posto aveva comunicato via radio la sua intenzione di fermare l’auto, poiché il conducente sembrava un soggetto coinvolto in una rapina, per via del “naso largo”.

Al fermo, Yanez, uno dei due agenti, chiese la patente a Castile e lui confessò di possedere un arma nella macchina che era autorizzato a portare. Yanez lo interruppe e lo intimò di non tirarla fuori. Castile disse che non lo stava facendo. Yanez disse ancora “non tirarla fuori”, mentre con la mano si toccava la fondina della sua arma. Castile rispose ancora “ma non lo sto facendo”. “Non la devi tirare fuori” mentre estraeva la sua di pistola e raggiungeva il finestrino; “Non la sto tirando fuori!” mentre la ragazza e la figlia assistevano spaventate. Poi Yanez spara 7 colpi, 5 raggiungono Castile. La bambina piange, la ragazza urla “Non la stava prendendo…hai appena ucciso il mio ragazzo”. Le ultime parole di Castile sono “Non la stavo prendendo…”

Gli attimi successivi alla sparatoria sono stati trasmessi in diretta Facebook da Reynolds. Si vede Castile accasciato e insanguinato, si sente Yanez giustificarsi dicendo: “Gli ho detto di non muoversi”, poi il rumore delle manette messe a Reynolds e alla bambina, quest’ultima dire “mamma, ti prego, non urlare non voglio che ti faccia sparare”. Il video in un pomeriggio venne visto da 2,5 milioni di persone.

Arrivano poi le trascrizioni del Dipartimento di Pubblica Sicurezza. La giustificazione dell’agente è stata, ovviamente, paura per la propria vita e legittima difesa. Dichiara questo:

“ Ho pensato che stavo per morire, e ho pensato che se ha, se ha, il coraggio e l’audacia di fumare marijuana di fronte alla bambina di 5 anni e rischiare i suoi polmoni e la vita dando il suo fumo passivo a chi gli è vicino, con che cura potrebbe preoccuparsi di me?”. 

Gli avvocati combatteranno, partendo dall’argomento del “naso largo” fino alla matrice di razzismo e d’abuso di potere delle azioni perpetrate; ci furono proteste e rivolte in ogni parte del mondo e mille ripensamenti sulle posizioni da prendere da parte delle istituzioni. Nel giugno 2017 Yanez è stato prosciolto da tutte le accuse e licenziato dal dipartimento di polizia. Le cause contro la città della famiglia di Castile sono state risolte per 3,8 milioni di dollari.

“Daddy changed the world”

Questi sono due degli infiniti casi e storie di afroamericani uccisi da agenti di polizia, con quest’ultimi che vengono assolti, a volte nemmeno processati. Il processo non è mai scontato, molte volte il caso viene lasciato prima o si cercano accordi tra le parti (lo stesso Chauvin aveva un accordo di 10 anni di galera iniziale, poi respinto dal Dipartimento di Giustizia).
E se il processo non è scontato, un verdetto è pressoché inverosimile. Ecco perché la figlia di George Floyd, Gianna, oggi al corteo del Black Lives Matter dopo il verdetto contro Chauvin ha ragione: “Daddy changed the world”. Sì, papà il mondo lo ha cambiato; ma sta ora alle persone cambiare loro stesse affinché non ci siano più bambine costrette a considerare il proprio padre un martire.

Parlavamo di favole all’inizio; di come il processo per George Floyd ne riportasse i lineamenti, ma ne fosse l’esatto contrario. Non c’è lieto fine, perché non c’è nessuna fine. Non va considerato nemmeno un inizio. Lui è il precedente. Perché lo sappiamo tutti, non si fermeranno. Non si fermeranno le chiamate anonime, le domande su che pelle abbia prima di intervenire, le giustificazioni di legittima difesa, la paura di camminare per strada se sei nero e ti passeggia vicino un’auto della polizia. Non si fermeranno finché non cambieranno le istituzioni, i dipartimenti, le persone che camminano su quello stesso marciapiede.

“C’era una volta.”

La nostra generazione è diversa, si suol dire; forse tra cinquant’anni avremo veramente cambiato il mondo, e tutte le istituzioni bigotte e gli agenti malati saranno ormai estinti. Ma non si può guardare solo al futuro. Casi del genere ci insegnano che si deve sempre, prima di tutto, guardare al presente.

Perché un Philando Castile di ieri è stato un George Floyd di oggi e sarà un George Floyd di domani. Perché un Derek Chauvin colpevole di oggi sarà un Derek Chauvin colpevole di domani. Perché una bambina che piange il padre oggi, con occhi lucidi misti a tristezza e ammirazione per quello che suo padre ha rappresentato per la sua gente, per il suo popolo, per il nostro mondo, sarà una bambina che sorride domani, in un mondo giusto: dove un ragazzino nero è libero di giocare con la sua pistola giocattolo al parco senza essere considerato un pericolo vivente; dove un uomo nero è libero di girare la notte in macchina, con la figlia di 4 anni, e avere le narici un po’ più larghe degli agenti di polizia; dove un criminale che ha soffocato un uomo nero con un ginocchio sul collo per 9 minuti in diretta mondiale viene processato, dichiarato colpevole, e costretto anche lui a sentirsi parte d’un mondo che sta cambiando, e che cambierà, indipendentemente da quanti proiettili possano ricaricare nelle loro pistole. Abbiamo imparato che la giustizia si addormenta vicino alla sua bomba preferita e ne perdona l’esplosione; le insegneremo a rimanere per sempre sveglia.

Manca la morale. Non è una favola se non c’è la morale. Seppur questa non la sia, una morale l’ha sempre trascinata con sé. L’ha detta alle prossime generazioni, quando vorranno raccontare di quella volta che la polizia uccise un uomo di colore.
È quella di iniziare qualsiasi storia con “C’era una volta.”

 

Pubblicato da Andrea Scoscina

Mi sono ritrovato caporedattore di Zeta mentre scrivevo poesie e mi appassionavo di filosofia. Volevamo cambiare la nostra generazione, così abbiamo iniziato a pensare. Volevamo cambiare il mondo, così abbiamo iniziato a scrivere.

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