Papilloma Virus Umano: un problema di salute anche maschile

Papilloma Virus Umano: un problema di salute anche maschile

Lo scorso 4 marzo è ricorsa la 4ª Giornata internazionale della Consapevolezza sull’HPV, che nasce nel 2018 come iniziativa dell’International Papillomavirus Society. Un’occasione di sensibilizzazione su un tema per il quale è stata posta un’attenzione particolare anche in termini di salute maschile soltanto negli ultimi anni.

Cos’è il Papilloma Virus

Il Papilloma Virus Umano (HPV) è un virus che si trasmette prevalentemente per via sessuale ovvero per contatto, attraverso cute e mucose, in occasione di rapporti intimi. Rientra, quindi, nella categoria delle malattie sessualmente trasmissibili (MST).

Ne esistono centinaia di ceppi (oltre 120) e si stima che 8 persone su 10 ne entrino a contatto almeno una volta nel corso della propria vita. La diffusione è, quindi, molto alta ma la buona notizia è che nella maggior parte dei casi l’infezione si risolve spontaneamente per opera del sistema immunitario e senza conseguenze o danni per l’organismo. Nonostante il virus sia maggiormente diffuso tra la popolazione di sesso maschile, l’uomo riesce a eliminarlo più rapidamente.

A differenza di altre MST il profilattico non garantisce una protezione al 100% dal rischio di contrarre l’HPV poiché non ricopre l’intera zona genitale quando viene utilizzato. Questo non significa, però, che indossarlo non abbia alcuna utilità: l’uso del condom, infatti, riduce la superficie di contatto e ci protegge da altre malattie. Anche il semplice petting, il sesso orale e anale non protetti, inoltre, rappresentano un’occasione di contagio.

Dal punto di vista clinico questi virus possono essere correlati a patologie benigne (condilomi o verruche genitali) e maligne (carcinoma a carico della cervice uterina, della vagina, della vulva, del pene, dell’ano ma anche a carico di zone extragenitali come cavità orale, faringe, laringe).

I numerosi ceppi di HPV vengono classicamente suddivisi in due macrocategorie, il cui criterio di attribuzione all’uno o all’altro gruppo è da ricercare nel tipo di patologie che tali ceppi possono dare. I cosiddetti ceppi “a basso rischio”, infatti, sono soliti causare la comparsa di lesioni benigne come i condilomi, mentre i ceppi “ad alto rischio” si associano all’insorgenza di tumori.

Come già accennato, nel 60-90% dei casi le sole difese immunitarie dell’ospite consentono di debellare il virus. Generalmente la risoluzione spontanea dell’infezione impiega un tempo di circa 1-2 anni, è quindi transitoria e, inoltre, decorre in assenza di sintomi. In altri casi, invece, se l’infezione diviene cronica, quest’ultima potrebbe determinare una trasformazione delle cellule del tessuto interessato in una lesione precancerosa prima e tumorale poi. Possono volerci anche 7-15 anni prima che dal contagio si passi ad una lesione di natura tumorale: un arco temporale molto lungo che però non esime dal fare prevenzione.

È bene chiarire che risultare positivi ad un ceppo ad alto rischio non porta sempre alla comparsa di una neoplasia maligna. La positività va considerata un fattore di rischio (ossia un fattore che aumenta la probabilità di sviluppo del tumore) tenendo presente quanto già detto finora: il sistema immunitario potrebbe eliminare il virus o lesioni precancerose di basso grado autonomamente, in genere l’evoluzione verso una lesione tumorale è lenta e, in aggiunta, oggi abbiamo a disposizione mezzi di diagnosi precoce (come il Pap test), che ci consentono di individuare situazioni a rischio sulle quali poter intervenire ancor prima che il tumore compaia.

HPV e salute femminile

Ad oggi il tumore più frequente rimane quello a carico della cervice uterina (o “collo dell’utero”). Grazie allo screening e alla vaccinazione negli anni l’incidenza e la mortalità per questo tumore sono state ridotte notevolmente. Ma cosa significa “screening”, qual è la sua utilità e quali esami prevede? Lo screening, innanzitutto, è una forma di prevenzione. Viene rivolto ad un particolare target di popolazione con lo scopo di individuare precocemente una patologia, o comunque i suoi precursori, prima che questa si manifesti dando sintomi. I costi di un programma di screening sono sempre minori rispetto ai benefici in termini di salute. Nel caso specifico dello screening per l’HPV, la popolazione target comprende donne con età compresa tra i 25 e i 64 anni a cui viene offerto un Pap test o un HPV test a cadenza regolare su invito della propria ASL di appartenenza tramite invio di una lettera presso il proprio domicilio. L’offerta è gratuita.

Quali sono le principali differenze tra Pap test e HPV test? Quando si fa l’uno e quando l’altro?

Il Pap test, introdotto molto tempo prima dell’HPV test, ha come finalità quella di ricercare la presenza di alterazioni cellulari sul collo dell’utero che, se non trattate, potrebbero determinare una trasformazione in cellule tumorali. L’esame consiste in un prelievo di cellule della cervice uterina che verranno inviate in laboratorio per essere analizzate. Il test viene ripetuto ogni 3 anni (se il precedente è risultato negativo).

L’HPV test, invece, va a ricercare direttamente la presenza del virus e ci dice se abbiamo a che fare con un ceppo ad alto rischio. Le modalità con cui si svolge l’esame sono simili a quelle del Pap test, è consigliabile, però, ripeterlo non prima di 5 anni (sempre se il precedente test ha dato esito negativo!).

Idealmente lo screening prevede l’esecuzione del Pap test dai 25 anni, sostituito poi dall’HPV test a partire dai 30-35 anni. Al momento non in tutte le realtà territoriali è stato introdotto l’HPV test quindi è possibile che le modalità dello screening varino tra Regioni o tra le diverse ASL di una stessa Regione.

E se Pap test o HPV test risultano positivi?         

Se il Pap test ci dà un esito alterato, in base al tipo di alterazione lo step successivo potrebbe essere quello di effettuare un esame diagnostico di secondo livello, detto “colposcopia”, oppure quello di sottoporsi ad un HPV test. La colposcopia permette al ginecologo di studiare più approfonditamente il collo uterino, andando a “bagnarlo” con due particolari soluzioni per mettere in evidenza eventuali lesioni ed osservarle attraverso uno strumento chiamato “colposcopio”, una sorta di lente di ingrandimento da cui prende il nome l’esame stesso. Se lo ritiene necessario, il ginecologo può procedere con una biopsia per prelevare un pezzettino di tessuto da inviare ad esame istologico e confermare il tipo di lesione.

In caso di HPV test positivo, invece, le stesse cellule prelevate vengono analizzate in laboratorio dal punto di vista citologico (Pap test di triage) per escludere alterazioni cellulari dovute all’infezione.

HPV e salute maschile

L’infezione da papilloma virus non è solo una questione di salute femminile ma anche maschile. È fondamentale porre l’accento su tale aspetto, specialmente in relazione alla sfera della prevenzione. Le motivazioni principali sono due: da una parte il partner maschile rappresenta un vettore di trasmissione del virus, magari in veste di “portatore sano”, ovvero asintomatico, dell’HPV; dall’altra, i tumori HPV-correlati possono interessare anche il sesso maschile e colpire organi quali la bocca, la gola, la laringe, il pene, l’ano. I tumori cosiddetti “testa-collo”, in particolare quelli a carico dell’orofaringe, sono in aumento e si registra una frequenza maggiore nella popolazione maschile rispetto a quella femminile. Un fenomeno che rimane, tuttavia, limitato. In realtà soltanto una parte di questi tumori è da attribuire all’infezione da HPV: gli altri principali fattori di rischio accertati sono il fumo e l’alcol.

Relativamente all’infezione da papilloma virus, non esiste un programma di screening, come per le donne, da estendere alla popolazione maschile perché attualmente nessun razionale scientifico lo supporterebbe. Nell’uomo le neoplasie che hanno come causa l’HPV restano una conseguenza rara e fare una ricerca mirata del virus o di eventuali lesioni non sarebbe possibile, a differenza del collo dell’utero che è facilmente individuabile in quanto trattasi di una zona circoscritta.

Si dovrebbe lavorare soprattutto in termini di prevenzione: evitare comportamenti a rischio, vaccinarsi ed effettuare un controllo ogniqualvolta risulti necessario (ad esempio in caso di lesioni manifeste in forma di escrescenze cutanee).

Il focus sulla salute maschile ha portato ad estendere la vaccinazione anche ai ragazzi, per la prima volta inclusi dal Piano nazionale prevenzione vaccinale 2017-2019.

Prevenzione vaccinale

La vaccinazione contro l’HPV rappresenta l’arma più potente che abbiamo per limitare la diffusione del virus e i suoi effetti. È sicura ed efficace. In Italia è stata introdotta dopo un’Intesa Stato-Regioni del dicembre 2007 e coinvolgeva le ragazze durante il loro dodicesimo anno di vita (dal compimento degli 11 anni fino al compimento dei 12) per sfruttare essenzialmente tre aspetti:

  • la vaccinazione ha un’efficacia massima se non si è mai entrati a contatto col virus quindi quando l’attività sessuale non ha ancora avuto inizio;
  • la risposta immunitaria è particolarmente potente a quell’età;
  • raggiungere le ragazze nell’ambito della scuola dell’obbligo, per facilitare la comunicazione con le famiglie e l’offerta attiva a gruppi a rischio di deprivazione sociale.

Il primo vaccino entrato in commercio, cosiddetto “bivalente”, proteggeva dai ceppi 16 e 18, responsabili del 70% dei tumori della cervice uterina. Successivamente arrivò il “quadrivalente”, al quale si aggiunse una protezione anche nei confronti dei ceppi 6 e 11, responsabili del 90% dei casi di condilomatosi. Dal 2017 è disponibile il “nonavalente” con un’azione protettiva per altri 5 ceppi ad alto rischio: 31, 33, 45, 52, 58. Secondo la Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro, il vaccino nonavalente potrebbe essere in grado di prevenire il 90% dei tumori che dipendono dall’HPV.

Non abbiamo ancora dati sufficienti per poter dire con certezza quale sia la durata dell’effetto protettivo della vaccinazione, per ora si stima che l’immunizzazione sia assicurata per un tempo di 10-20 anni ma si rendono necessari studi a più lungo periodo, anche per valutare il bisogno di richiami successivi. In ogni caso, sottoporsi alla vaccinazione non esclude lo screening perché, ricordiamo, i ceppi di papilloma sono centinaia!

Pubblicato da Martina Zazza

Classe 1997. Sono un’ostetrica che crede fortemente nel bisogno di fare continua divulgazione scientifica e buona informazione per migliorare l’approccio delle persone alla propria salute sessuale e riproduttiva. Odio i tabù legati alla sessualità quindi scrivo per abbatterli.

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