Scegliere la morte e innamorarsi d’esser vivi: “Il primo giorno della mia vita”

Scegliere la morte e innamorarsi d’esser vivi: “Il primo giorno della mia vita”

“Hai salvato un sacco di persone, adesso prova a stare dell’altra parte. Fatti salvare”

Immagina di essere un “motivatore” che sta per buttarsi da un ponte, un’ex atleta in carrozzella in procinto di lanciarsi dalla terrazza di un ristorante, una poliziotta che si punta la pistola alla tempia divorata dai sensi di colpa per la morte della figlia o un bambino diabetico che, sfinito dal bullismo, sta per ingerire un intero vassoio di donouts senza prendere l’insulina.

Immagina di essere lì, a prendere un respiro profondo e a compiere il tuo ultimo gesto, ad aprire gli occhi per l’ultima volta. Adesso immagina che davanti a te compaia una strana figura, con in mano un’agenda nera di pelle.

“indossa giacca e cravatta, ma l’abito è liso […] Ha un’aria gentile e non sembra infastidito dalla pioggia…”

Ti parla affabilmente, è provocatorio, ti dice che tra esattamente sette secondi ti pentirai di averlo fatto, ma sarà troppo tardi, non potrai più tornare indietro. Ci sa fare, riesce a catturare la tua attenzione. “E tu che ne sai? L’hai per caso chiesto a qualcuno? E se per me fosse diverso?” ti verrebbe da dirgli. Eppure lui ti fa una proposta allettante. Ti dice che quei sette secondi lui ha il potere di trasformarli in sette giorni, sette giorni per farti vedere come sarebbe il mondo senza di te.

“Una settimana. Dopo ti riporterò indietro a questo giorno. E sarai libero di scegliere”

Non giriamoci intorno, tutti ce lo siamo chiesti almeno una volta; anche chi non ha mai contemplato il suicidio viene martellato da questi dubbi. La mia famiglia soffrirebbe? Il mio migliore amico penserebbe che l’ho abbandonato? I miei genitori andrebbero avanti comunque? Gli altri riusciranno a superare la sensazione del “potevo fare qualcosa”? I miei bulli avrebbero mai un minimo di senso di colpa? La mia presenza cambia davvero le vite degli altri o sono solo un soprammobile?

Napoleon, Emily, Aretha e Daniel stanno per scoprirlo, scortati per sette giorni su un’utilitaria in giro per New York. Accompagnati in un futuro che non vivranno mai dall’uomo misterioso, in un viaggio di scoperte, ripensamenti e speranze nuove a cui aggrapparsi. In un labirinto di alternative e nuove porte da aprire. Un’avventura surreale che li porterà a mettere in dubbio sé stessi e a scoprire che in fondo non si è mai così soli, che a volte per superare i propri limiti bisogna, metaforicamente e di fatto, “sfiorare la morte”.

“Quando chiudi gli occhi il resto non conta. […] Tenere gli occhi chiusi ti fa capire che sei ancora vivo”

Napoleon le parole del nonno non le ha mai scordate. Tenere gli occhi chiusi è diventata la colonna sonora della sua vita. Ora tutti hanno gli occhi chiusi. Sanno di essere ancora vivi. Ma quello che hanno vissuto la sera precedente è accaduto davvero? Sono arrivati in un alberghetto dell’East Village a bordo di una station-wagon, ognuno ha preso la propria camera. Poi tutto è un grumo di ricordi confusi.

“E adesso che succede?” 

Questa è la domanda che i cinque “aspiranti inesistenti” non riescono a togliersi dalla testa.
Sono morti? No. “I morti non hanno fame”. Sono vivi? No. Nessuno li può vedere, nessuno li può sentire. Allora cosa sono? Dove sono? Ma soprattutto: “Chi sono?”.  Sanno di essere legati da un filo rosso indissolubile, che anche quando tutto sarà finito rimarrà stretto al loro polso, come un tatuaggio sulla pelle.

I giorni passati con la loro enigmatica guida, la cui identità non viene mai rivelata, sono giorni di forte alienazione in cui le loro storie, passate e presenti, si ricompongono come pezzi di un puzzle impossibile da completare. Il viaggio inizia con la colazione preferita, con i dubbi sull’Altro. Inizia con un autolavaggio e un cono gelato. Con un corpo nel fiume. Con la fine di una vita che non esiste più ma che potrebbe ricominciare in modo diverso.

“Sa che ogni ricorso o scoperta provocherà un dolore. Un dolore necessario”

Soffrire ti ricorda che sei vivo, proprio come quando chiudi gli occhi. E dalla vita i quattro assistiti del Brucaliffo sono terrorizzati. O forse, più che dalla vita sono terrorizzati dall’abitudine. Da un vuoto che diventa fiore al cimitero, da un’empatia che diventa solo comprensione, dallo sconforto che diventa rassegnazione, dalla normalità della sopportazione.

Napoleon è scettico, non vuole darla vinta a nessuno. Emily preferisce non farsi domande, prende “quello che viene come viene”. Aretha evita dubbi e confronti. Daniel invece non si risparmia neanche un perché.  Persino il loro accompagnatore, detto Brucaliffo, ha paura. Ha paura delle loro paure, paura della loro energia e della loro determinazione. Paura di non poter portare a termine la sua missione.

“Questa è la tattica […] portarli a dubitare, a dirsi: Non so più cosa sia giusto e cosa no”

Nella realtà parallela tutto scorre diversamente mentre il mondo va avanti. I cinque personaggi, esiliati dalla vita, vivono di eterni futuri possibili e di scoperte che potrebbero non fare mai. Ma anche di amicizia, fratellanza e sentimenti che credevano di aver dimenticato.

“Ogni volta è come morire di nuovo, pensa l’uomo senza nome […] Le vite che intercetta sono film di cui non esiste una sceneggiatura. Solo dopo un po’ si comincia a capire il genere di storia che sta per cominciare”

E così tutto finisce come era iniziato. Con una serata di pioggia, con un fulmine che squarcia le nuvole. Ma avvolti in un abbraccio che prima non si conosceva.

Con una delicatezza fuori dall’ordinario, ma che si può ritrovare spesso nelle sue opere, Paolo Genovese affronta il tema del suicidio con una “favola” moderna e quotidiana. I personaggi che entrano nella station wagon sono degli ultimi, persone che camminano ogni giorno per le nostre strade senza essere riconosciute.
Le loro sono solo quattro delle tante storie del nostro mondo, eppure dentro di loro si nasconde qualcosa di ognuno di noi.

Siamo tutti la trama di un film senza epilogo. E anche se “il vero valore è nel finale”, il senso sta anche nel percorso che si compie. Perché alla fine non vince chi arriva primo. Ma chi ha la forza di essere ultimo e di accettare il peso del dubbio.
Chi alla paura della vita e del dolore sceglie il valore di sette secondi.

Pubblicato da Chiara Gerosa

Appassionata di poesia, letteratura e cinema. E di scrittura, ovviamente! Collaboro per la sezione cultura di Zeta. Metto in campo impegno, curiosità ed entusiasmo, fiduciosa in una comunicazione che vada al di là della notizia. Credo nella libertà di pensiero e di espressione.

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