Da Riformista a Dittatore, la parabola di Erdogan e di un Paese ostaggio di sé stesso

Da Riformista a Dittatore, la parabola di Erdogan e di un Paese ostaggio di sé stesso

Dittatore“: una sola parola, quella pronunciata dal Presidente del Consiglio Mario Draghi in conferenza stampa giovedì 8 aprile in riferimento al presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan, è bastata per scatenare una bufera diplomatica inedita tra Roma e Ankara. Sull’etichetta di dittatore legata al presidente turco si dibatte da tempo tra gli esperti, che comunque segnalano in maniera unanime un progressivo deterioramento del sistema democratico della Turchia sotto la presidenza Erdogan.

Antefatti: il “Sofagate”

Tutto è iniziato martedì 6 aprile, durante un incontro ufficiale fra UE e Turchia. Il vertice aveva lo scopo di rinnovare il dialogo e la cooperazione tra Bruxelles ed Ankara su svariati temi di forte interesse per il contesto geopolitico dell’area mediterranea (dai rapporti economico-commerciali tra UE e Turchia alla questione migranti), dopo le tensioni dello scorso anno dovute alla decisione della Turchia di procedere alle trivellazioni nel Mediterraneo orientale e alle conseguenti proteste di Cipro e Grecia.

UE e Turchia
I negoziati per l’ingresso della Turchia nell’UE, iniziati nel 2005, sono ormai in stallo

Tuttavia, l’inizio dell’incontro ha rubato la scena a qualsiasi discussione sui contenuti del meeting: la presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, si è ritrovata senza un posto a sedere, visto che le uniche due sedie disponibili erano state occupate dal presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, e dal presidente turco, ed è stata costretta ad accomodarsi sul divano (da qui, la denominazione “sofagate” nei social media).

Un episodio che ha causato grande scalpore a livello europeo ed internazionale, in quanto secondo molti è stato un gesto calcolato da parte di Erdogan per ribadire la sua linea oscurantista e misogina ed ingraziarsi l’elettorato conservatore turco. Proprio commentando questo incidente diplomatico, Mario Draghi ha criticato fortemente Erdogan, definendolo un “dittatore“, con cui però si “deve essere pronti a cooperare.” In tutta risposta, il ministro degli Esteri turco ha convocato l’ambasciatore Italiano ad Ankara, esprimendo una ferma condanna nei confronti delle parole di Draghi e aprendo una crisi diplomatica tra Roma e Ankara senza precedenti. È delle ultime ore la notizia che il governo turco abbia sospeso i contratti ad alcune aziende italiane come ritorsione per l’offesa subita.

Ma l’accusa del premier italiano è fondata? Probabilmente non nella forma, ma nella sostanza ci siamo vicini.

Erdogan: da leader illuminato a presidente dispotico

Anche se Erdogan è stato spesso descritto come autoritario, autocratico, e dittatore dai media e dall’opinione pubblica in Europa, i capi di stato e di governo generalmente tendono ad evitare epiteti così tranchant, ricorrendo invece a descrizioni meno nette e controverse. Per questo motivo, le parole di Draghi sono risultate inaspettate. Eppure, quando nel 2003 fu eletto primo ministro della Turchia, Erdogan era da molti considerato un leader democratico e riformatore, moderatamente islamico e con un ottimo passato da sindaco di Istanbul negli anni ’90, il che faceva sperare nella stabilizzazione democratica del paese dopo decenni di instabilità politica e colpi di stato. Ed effettivamente, i primi anni del suo governo furono caratterizzati da una significativa ripresa economica, ingenti investimenti sulle infrastrutture, e dalla volontà di avviare il processo di adesione della Turchia nell’Unione Europea.

Proteste contro Erdogan
Proteste ad Istanbul contro la censura dell’informazione sul web nel 2011 (Foto di Erdem Civelek da Wikimedia Commons)

A partire dal 2010, si assiste invece ad una svolta chiaramente autoritaria, favorita da riforme costituzionali che nel 2010 e nel 2017 hanno attribuito rispettivamente al primo ministro e al presidente (carica che Erdogan ricopre dal 2014) un potere pressoché assoluto persino sul sistema giudiziario e che hanno trasformato la Turchia in una repubblica presidenziale.

In questo contesto normativo, Erdogan ha portato avanti un inasprimento delle misure repressive e vere e proprie epurazioni nei confronti di tutti coloro ritenuti nemici dello stato, dagli oppositori politici ai giornalisti e a svariati giudici. In particolare, per ciò che concerne la libertà di stampa, l’organizzazione Reporters Sans Frontières definisce la Turchia come “la più grande prigione al mondo per i giornalisti e i professionisti dell’informazione” e nel 2018 ha inserito proprio il presidente Erdogan nella lista dei “Predatori della Libertà di Stampa“, che include i leader considerati i peggiori violatori della libertà di stampa nel mondo.

Repressione e islamizzazione

Un segnale di allarme evidente di questa trasformazione si ha avuto nel maggio 2013, quando i partecipanti ad una manifestazione pacifica contro la costruzione di un centro commerciale al posto del Parco di Gezi ad Istanbul vennero attaccati brutalmente dalla polizia con idranti e gas lacrimogeni. L’indignazione suscitata dalla violenza spropositata della polizia contro i manifestanti ha quindi dato vita nei giorni e nelle settimane successive a moti di protesta diffusi su tutto il territorio nazionale che si sono protratti fino ad agosto.

Se l’ideologia dei manifestanti risultava alquanto trasversale (abbracciando, tra gli altri, ambientalisti, attivisti LGBTQ+, kemalisti, socialisti e sindacati), l’obiettivo centrale delle proteste era senz’altro l’autoritarismo del governo di Erdogan. Il bilancio fu terribile: 11 morti e più di 8 mila feriti, e migliaia di arresti. L’esempio più eclatante della deriva autoritaria, però, è sicuramente la risposta al fallito colpo di stato militare del 2016, dopo il quale Erdogan ha imposto uno stato di emergenza durato due anni e ha proceduto alla rimozione forzata e detenzione arbitraria di numerosi figure dell’opposizione, dell’esercito, dell’informazione e del sistema giudiziario.

Inoltre, Erdogan ha avviato un processo di islamizzazione della società turca sempre più pervasivo, che si è tradotto in un aumento e rafforzamento delle scuole religiose in tutto il Paese, nelle reintroduzione del reato di blasfemia e della possibilità per le donne di portare il velo islamico nelle università e nei luoghi pubblici, e in un progressivo scontro con i movimenti LGBTQ+ e femministi, culminato con la decisione da parte di Erdogan di ritirare la Turchia dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne di qualche settimana fa.

Questa graduale deriva autoritaria ha inciso anche sui rapporti diplomatici della Turchia con l’Occidente: in particolare, sembra ormai svanita ogni possibilità di ingresso del paese nell’UE e le tensioni con quest’ultima e gli Stati Uniti non accennano a diminuire, soprattutto con il cambio di amministrazione alla Casa Bianca. Erano noti infatti i buoni rapporti tra l’ex presidente americano Donald Trump ed Erdogan (alimentati dall’amicizia trai i rispettivi generi), così come sono altrettanto noti i contrasti con Joe Biden, il quale ha dichiarato in un comunicato stampa di essere “profondamente deluso” dalla scelta di Erdogan di ritirare la Turchia dalla Convenzione di Istanbul, definita come “uno scoraggiante passo indietro.”

Numerose sono infine le organizzazioni internazionali e le associazioni umanitarie che segnalano le costanti violazioni dei diritti umani e civili ad opera del regime di Erdogan nei confronti della popolazione, in particolare della minoranza curda, e la repressione sistematica contro ogni dissenso, reale o percepito.

La crisi di Erdogan e della Turchia

Qualche segnale incoraggiante è arrivato grazie alle recenti sconfitte elettorali del partito di Erdogan (l’AKP) alle elezioni comunali di Ankara e Istanbul nel 2019, vinte dai candidati dell’opposizione, il che dimostra la presenza di una vivace opposizione politica al regime di Erdogan (soprattutto tra i giovani), seppur ignorata dai media e oggetto di costante intimidazione. I sondaggi più recenti mostrano un crollo dell’AKP che, in vista delle prossime elezioni previste nel 2023, non garantirebbe ad Erdogan la maggioranza del 51% necessaria per governare.

Consapevole di ciò, Erdogan sta cercando in tutti modi di ovviare al problema, programmando di modificare la legge elettorale e intimorendo i propri avversari politici. Su questo fronte, nelle scorse settimane il procuratore generale, su pressione dello stesso Erdogan, ha presentato alla Corte Costituzionale una richiesta di chiusura del Partito Democratico dei Popoli (HDP), formazione filo-curda di sinistra che rappresenta la terza forza politica del paese e che viene accusata dal presidente di mantenere legami con il PKK (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, considerato un’organizzazione terroristica dalla Turchia). Tale richiesta, che includeva l’interdizione politica di 5 anni per 687 membri di HDP, è stata rigettata dalla Corte per omissioni di natura procedurale.

Erdogan
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan (Foto di Gerd Altmann su Pixabay)

Il consenso di Erdogan viene indebolito sempre di più anche dalla disastrosa gestione della più grave crisi economica da quando è al governo della Turchia, caratterizzata da un tasso di inflazione galoppante che ha raggiunto il 15% a febbraio, la costante svalutazione della lira turca (che negli ultimi 10 anni ha perso l’80% del suo valore) e un debito pubblico esorbitante.

A complicare ulteriormente la situazione, Erdogan ha recentemente rimosso il governatore della Banca centrale, Naci Abgal, che lui stesso aveva nominato nel novembre 2020 e che aveva provato a contrastare l’aumento dell’inflazione attuando un significativo aumento del tasso d’interesse ed invertendo la tendenza sostenuta dallo stesso Erdogan e criticata da molti esperti di contrastare l’inflazione abbassando i tassi di interesse. La sostituzione di Abgal con un ex membro del partito di governo vicino alle posizioni economiche di Erdogan ha fatto crescere i timori degli osservatori e degli investitori sull’indipendenza della Banca Centrale e sulla tenuta del sistema economico turco. Il tutto nel contesto di una pandemia che ha mietuto oltre 33 mila vittime e registra un costante aumento della diffusione del virus.

 

 

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Pubblicato da Carlo Zarcone

Sono un millennial che scrive su Zeta e pensa di avere qualcosa da dire. Neolaureato magistrale in International Affairs e interessato alla politica e cultura a stelle e strisce, ho studiato e lavorato in Francia, Stati Uniti e Canada. Sogno nel cassetto? Fare di una giornata a Washington DC la mia normalità

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