Israele, l’estrema destra al governo e una Palestina quanto mai vicina

Israele, l’estrema destra al governo e una Palestina quanto mai vicina

Israele è un mondo il cui centro di gravità permanente è la religione.
È una terra tesa, percorsa ed elettrizzata da tre fili: ebraismo, cristianesimo e islam.
È un luogo di confini, tanto spirituali, quanto pericolosamente politici.
Israele, infatti, è in guerriglia da circa cento anni con la confinante Palestina.
Il conflitto risale addirittura al XIX secolo: in Europa l’aspro antisemitismo che stava nascendo in quegli anni, e che sarebbe successivamente sfociato nelle persecuzioni hitleriane durante la Seconda Guerra Mondiale, aveva generato un movimento sionista. Migliaia e migliaia di ebrei in tutta Europa sentivano la necessità di fondare uno Stato Ebraico.
La scelta ricadde su quella che si sperava sarebbe stata la biblica Terra Promessa, la Palestina. Tuttavia, quest’ultima era già occupata da un popolo di matrice araba, i palestinesi per l’appunto.

Le ragioni politiche e religiose si sono da quel momento solidificate in un singolo campo di battaglia, dove da un secolo oramai cresce l’odio fra due popoli forzati a convivere.
Due popoli che sembrano vittime e carnefici al contempo di una sorta di eterno fratricidio consumato sotto il sole del Mediterraneo.

Nello scenario internazionale, Israele è una bomba a orologeria.
Sembra impossibile trovare un accordo fra quest’ultimo e lo Stato di Palestina e tutto ciò, nel tempo, ha portato ad una frattura: gli altri Stati del mondo si trovano a dover scegliere se essere pro Israele oppure pro Palestina.
Una conciliazione era stata cercata fra i due Paesi con il processo di Oslo, sostenuta dall’UE per provvedere ad una politica di pace che riconoscesse entrambi gli Stati. Ma il lungo cammino per trovare degli equilibri sembra continuamente deviare.

I problemi dall’interno

In Israele stesso, frattanto, dei veri equilibri interni sono ancora da costruire.
Le elezioni del 23 marzo hanno rappresentato la quarta tornata nel corso di due anni.
Si tratta delle elezioni per votare la Knesset, ovvero il Parlamento israeliano. L’ultima formazione dello stesso era avvenuta un anno fa, nel marzo del 2020; ma, a seguito della mancata approvazione da parte del Parlamento della legge di bilancio, la Knesset è stata sciolta.
In questo contesto, ancora una volta la religione è capace di imprimere con forza la propria impronta.
Vediamo perché.

Il protagonista di queste elezioni è Benjamin Netanyahu, leader del partito nazionalista di destra “Likud“.
Netanyahu potrebbe essere la chiave di volta del conflitto israelo-palestinese poiché favorevole al riconoscimento dello Stato di Palestina; a patto, chiaramente, che la Palestina stessa riconosca la legittimità di Israele.
Netanyahu ha, di fatto, vinto le elezioni, ma gli mancano due seggi per ottenere la maggioranza in parlamento ed è quindi costretto a cercare un partito disposto ad entrare nella coalizione di governo.
Il problema è che il partito Likud è sostenuto perlopiù da altri partiti nazionalisti e profondamente ebraici, in opposizione ai rivali partiti arabi.

Eppure, Netanyahu adesso ha bisogno proprio dei rivali. In particolare, per ottenere la maggioranza ed uscire dallo stallo corrente dando un nuovo Governo a Israele, deve rivolgersi agli islamisti del partito di Ràam. In fretta, anche. Il presidente Rivlin gli ha concesso 28 giorni per formare il Governo, al termine dei quali, se la situazione sarà rimasta invariata, si dovrà ricorrere alla quinta tornata elettorale.

Sarebbe paradossale che nonostante la conciliazione religiosa non sia mai avvenuta e che il conflitto politico perduri da un secolo, oggi potrebbe essere imminente una stretta di mano fra ebrei e musulmani.
Se normalmente l’uomo segue la religione, soprattutto in quelle zone, questa volta sarebbe la religione a seguire la politica.
E laddove non si può credere in unico Dio, che prenda semmai nomi diversi per genti diverse, sembra possibile affidarsi ad un unico Governo.

L’Estrema Destra al comando

Tutto è bene quel che finisce bene, no?
Ebbene, no.
Israele è ufficialmente nelle mani della estrema destra portatrice malsana di omofobia, xenofobia e nazionalismo esasperato.

Tanto è estrema la Destra del leader di Likud che Netanyahu ha degli oppositori interni alla coalizione, poiché in molti vedono chiaramente che si tratta di neo Nazismo.
Con la vittoria del leader israeliano, infatti, è entrata in Parlamento anche la parte più violenta e arrogante della politica israeliana, che riprende tra le altre le politiche di Itamar Ben-Gvir, leader di “potere Ebraico”: un movimento estremista già messo al bando per razzismo in passato. La dottrina di Ben-Gvir concepisce una società fatta di caste: non solo lo Stato ebraico, secondo lui, si dovrebbe estendere fino a coprire la Cisgiordania; ritiene anche che i cittadini arabi e palestinesi debbano essere subordinati agli altri cittadini israeliani. O, in alternativa, emigrare.

L’opposizione trema ma senza scuotere le posizioni di Destra. La vera paura è che Ben-Gvin rappresenti idee diffuse nella popolazione israeliana, taciute nella vita di tutti i giorni ed esplose nel segreto alle urne.

Nuove sfide e antiche ombre

Adesso Israele, con questa compagine parlamentare, si rimette a Nentahayu.
Dovrà affrontare la sfida del Corona Virus e delle conseguenze economiche che ha causato, fare diplomazia con i Paesi Arabi e soprattutto opporsi all’indagine per crimini di guerra della Corte Penale Internazionale.
Nel frattempo, sembrano messe a tacere le voci sui prigionieri arabi che Israele detiene nella striscia di Gaza; sembrano dimenticati i raid dei soldati israeliani nelle case dei palestinesi portati via a forza e sfrattati senza alcun preavviso o giustificazione; sembrano scomparse le immagini dei coloni che massacrano i contadini palestinesi con catene e armi da fuoco.

Su Israele, un Paese che vive di spiritualità religiosa, cala d’anno in anno una coltre di violenze senza Dio.
I membri della Knesset, seduti sulle loro poltrone parlamentari, avranno moltissimo da fare.
Poltrone, però, indelebilmente macchiate di sangue.

Pubblicato da Giulia Matarazzo

Giulia Matarazzo, classe 2000. Studio Giurisprudenza ma nella mia testa sono la protagonista di Midnight in Paris. Se mi faccio una domanda, la risposta la scrivo

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